Tutti ne parlano, nessuno sa come proseguirà la storia. Può la criptovaluta trasformarsi nel nuovo dollaro? O fra qualche anno la ricorderemo come l’ennesima, esplosiva speculazione? Il grande giallo della finanza 2018

Per chi studia i mercati finanziari, non c’è niente di più affascinante delle bolle speculative. Il loro spettro si manifesta da almeno 400 anni nelle forme più diverse, ma per quanto se ne discuta, esorcizzarle sembra ancora impossibile. Che si tratti di tulipani, titoli internet o di criptovalute, poco importa: quando il mercato si muove come un gregge su territori inesplorati, solo uno “shock traumatico” può fargli cambiare idea e direzione di marcia.

Nel caso dei Bitcoin, convincere o costringere il mercato a invertire la rotta non sarà facile: autorità di vigilanza e governi di mezzo mondo ci stanno provando denunciando soprattutto il legame strettissimo tra la corsa dei Bitcoin e criminalità e pirateria digitale del “dark web”. Da almeno cinque anni, ogni estorsione ai danni di imprese bersagliate da attacchi informatici ha avuto come obiettivo il pagamento di un riscatto in questa criptovaluta: grazie all’anonimato garantito dalla tecnologia blokchain, quasi il 20 per cento dei Bitcoin circolanti sono in mano a bande criminali. Eppure, nulla sembra aver prodotto finora l’effetto auspicato. I Bitcoin restano ancora oggi la più costosa e capitalizzata tra le quasi 200 criptovalute nate sull’onda del loro successo. Oltre 4 miliardi di dollari sono stati raccolti solo negli ultimi 12 mesi da un esercito di startup entrate nell’arena, anche se solo in pochissimi casi – per esempio, la criptovaluta Ethereum – si è riusciti a conquistare quote di mercato di qualche rilevanza.

Perché questa febbre da criptovalute? La globalizzazione e l’espansione del commercio elettronico hanno spinto alcuni operatori a immaginare forme di pagamento che potessero superare i due problemi principali connessi a questa forma di economia: il timore di frodi informatiche e il superamento degli aggravi di costo conseguenti al cambio valutario. Il caso più clamoroso di moneta digitale è quello del Linden Dollar, creato per consentire la nascita di un’economia parallela nel pianeta virtuale di Second Life, realtà alternativa in cui ciascun giocatore avrebbe potuto svolgere attività analoghe (o completamente differenti) da quelle della vita reale, ma in un contesto più anonimo e dunque, per certi versi, più “appagante”. Il Linden Dollar aveva la particolarità di non essere solo spendibile all’interno del gioco, ma di poter essere convertito in moneta reale.

Nel successo (effimero) di Second Life, era sin troppo agevole, dal punto di vista sociologico, trovare i germi di quella che è una caratteristica delle monete complementari: il porsi al di fuori degli schemi di regolazione tradizionali e centralizzati, e di avere così una matrice “anarchica” che contribuisce al suo diffondersi, anche in chiave antisistema. È comunque con Bitcoin che la moneta complementare di tipo digitale raggiunge l’espressione sin qui più compiuta, più aperta, più simile alla “vera” moneta. La sua nascita è stata tenuta avvolta in un’aura quasi mitica, centrata sulla figura di un programmatore (celato sotto lo pseudonimo Satoshi Nakamoto) autore nel 2009 dell’algoritmo di funzionamento della criptovaluta; funzionamento complesso, basato però su un dato fondamentale: la creazione stessa della moneta è fenomeno condiviso dalla comunità, in quanto “fabbricare” Bitcoin significa al tempo stesso contribuire alla sicurezza del sistema. Non vi è nessun ente o soggetto centrale che ne controlla l’emissione, basata su un meccanismo peer-to-peer puro, in cui ciascun utente ha diritti pari a quelli degli altri. È l’algoritmo di creazione che ne definisce le caratteristiche e i limiti di emissione. Il numero totale di Bitcoin tende asintoticamente al limite di 21 milioni, e la disponibilità di nuove unità aumenta in serie geometrica ogni 4 anni; ciò implica che lo stock aumenta a un tasso decrescente, per cui se nel 2013 è stata generata metà del totale disponibile, nel 2017 si raggiungeranno i tre quarti delle unità disponibili. Con l’algoritmo corrente, quando la quantità massima di unità in circolazione raggiungerà 21 milioni,  intorno al 2140, il tasso di crescita convergerà a zero.

Non c’è un soggetto intermediario: se l’intermediazione (banca centrale e banche) è volta sia a consentire la circolazione sia a garantire che la moneta non venga duplicata, con Bitcoin il meccanismo garantisce che, nella normalità dei casi, la duplicazione sia di fatto impossibile. Questo non fa che rafforzarne la natura in certo senso solidaristica, oltre che “anarchica”. Il problema irrisolto è quello di accertarne la natura giuridica. Ci sono Paesi nei quali si sta andando nella direzione di una piena parificazione dei Bitcoin alla moneta legale, e altri che li tengono sotto tiro per evitarne la diffusione e l’uso criminale. In Giappone, la Dieta ha approvato due anni fa una legge che regola il pagamento in valute virtuali, mentre negli Stati Uniti è recente il caso di una pronuncia giudiziaria in base alla quale Bitcoin è moneta, e non una commodity, come aveva sentenziato la Commodity Futures Trading Commission. In Italia si è scelto di recepire con un anno di anticipo la Quinta direttiva anti-riciclaggio, inserendo i Bitcoin e le piattaforme digitali di scambio nella categoria delle «valute e intermediari non finanziari digitali»: con questa mossa, le transazioni in criptovaluta (che resta priva di corso legale) sono state assoggettate di fatto alle stesse regole di vigilanza di una tradizionale società finanziaria.

In queste foto, la Maison du Bitcoin a Parigi (35 rue du Caire, secondo arrondissement): qui si può conoscere, capire, comprare e vendere Bitcoin e simili

È un quadro complesso. I governi e le banche centrali si rendono conto delle potenzialità delle criptomonete e hanno in prevalenza agito su  un piano preventivo. Quantomeno su un livello quantitativo, non sembra che Bitcoin possa incidere in maniera significativa sulle politiche monetarie, almeno nell’immediato futuro. Il sasso, però, è stato gettato  e non è detto che non si possano creare altre valute virtuali le cui caratteristiche (e il cui successo) consentano un affiancamento o addirittura una sostituzione alla moneta legale “tradizionale”.

Ma può davvero Bitcoin funzionare alla stregua di dollaro, euro o yen, assurgendo a sostituto per le valute standard, o resterà solo una forma di speculazione? La sua forza è anche la sua debolezza. Se le authority e i governi lo guardano con sospetto (e i pirati, dall’altra parte, ne fanno incetta) è perché Bitcoin non ha supporto fisico: può essere memorizzato in portafogli installati localmente su pc, smartphone o tablet, o in portafogli online la cui gestione è demandata a portali che offrono questo tipo di servizio. Gli utenti interagiscono tra loro in modo diretto e in forma anonima. Attualmente, è possibile acquisire Bitcoin scambiandoli con valuta standard su una borsa Bitcoin o da un rivenditore Bitcoin, ottenendoli all’esito di una transazione per la vendita di beni o servizi, o prendendo direttamente parte al processo di data mining. Il numero di operatori che li accettano come mezzo di pagamento è in costante crescita, e questo è chiaramente un dato positivo per la loro diffusione, perché in mancanza di norme internazionali il fatto che le unità possano essere impiegate per acquistare beni e servizi richiede necessariamente che il rivenditore le accetti. Non essendoci un sistema centrale da remunerare, i costi di transazione devono coprire solo quelli di mantenimento (o meglio, di compensazione) del sistema di mining, e, non esistendo alcun supporto fisico, si alleggeriscono anche delle voci relative al trasferimento delle valute standard (stoccaggio, autenticazione, trasporto e sicurezza). Non stupisce, dunque, che i costi per una transazione oscillino in media tra lo zero e l’un per cento del suo valore, mentre quelli per una transazione in valuta standard varino dal 2 al 5 per cento. L’assenza di sistema centrale e supporti fisici si traduce, peraltro, anche nella capacità del sistema di processare le transazioni più velocemente dei sistemi di pagamento tradizionali online, con una media compresa tra i 10 e i 60 minuti.

La questione critica riguarda l’anonimato. Le transazioni non richiedono la condivisione di alcuna informazione personale per essere portate a compimento, e consentono trasferimenti mediante la tecnologia peer-to-peer che, unita alla crittografia, rende estremamente difficile intercettare il punto di partenza e il punto di arrivo dei singoli scambi.

A prescindere dalle intenzioni dei creatori, è inutile negare quanto bene Bitcoin si presti a operare come mezzo di scambio nel campo delle attività illegali; d’altro canto, è anche vero che la piattaforma è trasparente e pubblica. Chiunque è in grado di seguire in tempo reale la catena delle transazioni: tutti i pagamenti sono sì criptati, ma hanno una storia tracciabile sulla blockchain, ovvero sul registro pubblico che può essere liberamente visualizzato. Se un utente contravviene all’anonimato condividendo con terzi informazioni in merito alla propria identità, condivide in sostanza la chiave di lettura affinché i terzi possano ricostruire l’intera storia delle transazioni effettuate dallo stesso utente. Tuttavia, è possibile ovviare al problema utilizzando nuovi indirizzi per l’invio di pagamenti e per ogni pagamento ricevuto, o avvalendosi del cosiddetto “Bitcoin mixer” per nascondere ogni traccia di collegamento utente/Bitcoin. Per tali ragioni, anonimato e trasparenza costituiscono tratti peculiari che possono essere addotti come elementi ambivalenti, sia a favore sia a sfavore, dell’uso di Bitcoin rispetto alle valute standard.

Il dibattito è, insomma, aperto. Tra tutte le bolle registrate nella storia, quella attribuita ai Bitcoin rappresenta il territorio più inesplorato e insidioso con cui ci siamo mai confrontati. In dieci anni, i Bitcoin hanno bruciato non solo ogni record borsistico in termini di prezzo (dai 40 centesimi iniziali sono arrivati fino a 12mila dollari a metà gennaio scorso), ma hanno subito cadute improvvise persino superiori a quella di inizio 2018. Di qui alla fine del giallo, la strada è lunga.

Chiudi