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Fate lo sport, non fate la guerra

di ANTONIO FIORI
IL 99 17.02.2018

Lo Stadio olimpico di PyeongChang, sede delle Olimpiadi invernali

PyeongChang 2018 Organizing Committee

Il riavvicinamento tra Corea del Nord e del Sud, propiziato dalle Olimpiadi di PyeongChang, piace a Seul, ma non solo. L’Europa potrebbe approfittarne per presentarsi come mediatrice. Perché non sappiamo quanto durerà

Si dice che Winston Churchill, a chi gli chiedesse lumi sulla sua longevità, fosse solito rispondere «non faccio sport, solo whisky e sigari». Vi sono molteplici esempi storici che confermano che lo sport, però, può essere almeno un ottimo strumento di riconciliazione politica: solo per rimanere ai più noti potremmo citare il famoso incontro di ping pong tra cinesi e americani del 1971, la diplomazia del cricket tra indiani e pakistani tra il 1987 e il 2007 e quella del baseball sempre tra americani e cubani a ridosso del nuovo millennio. Anche le due Coree, tecnicamente ancora in stato di guerra sin dalla fine del sanguinoso conflitto, nel 1953, hanno provato a riconciliarsi partecipando congiuntamente ad alcune manifestazioni sportive. Per ben cinque volte (Sydney 2000, Busan 2002, Atene 2004, Torino 2006, Doha 2006), infatti, le rappresentanze di Seul e Pyongyang hanno rinunciato a sfilare sotto i propri colori nazionali per rifugiarsi sotto la comune Bandiera dell’Unificazione, un semplice vessillo bianco al cui centro svetta una bellissima immagine azzurra della penisola coreana senza alcuna traccia dell’odiosa divisione al 38° parallelo. Nell’ultimo decennio, purtroppo, la collaborazione sportiva si è interrotta, testimoniando un clima sempre più ostile che, in alcuni momenti, ha fatto addirittura temere che si potesse arrivare a uno scontro militare aperto.

Uno dei passaggi più importanti, nel recente passato, si è verificato nel dicembre del 2011, quando la morte del “caro leader”, Kim Jong-il, ha lasciato i nordcoreani sgomenti e affranti, consegnando il testimone del comando nelle mani, invero inesperte, del giovane figlio Kim Jong-un. In questi ultimi sei anni, il mondo intero ha avuto modo di conoscere il nuovo leader, soprattutto a causa della sua determinazione, che l’ha portato a sfidare la comunità internazionale e soprattutto gli Stati Uniti a suon di test nucleari e lanci missilistici. Da quando ha assunto formalmente la leadership, infatti, Kim Jong-un ha ordinato ben quattro test nucleari, di potenza sempre crescente, e il lancio di una novantina di vettori di gittata variabile. È essenziale notare come tali azioni confermino il sostanziale avanzamento tecnologico compiuto dalla Corea del Nord nell’arco di un solo decennio: il primo test nucleare, nell’ottobre 2006, venne accolto con timore ma anche con la consapevolezza che si fosse trattato quasi di un bluff, visto che sprigionò un’energia pari solo a un paio di chilotoni; il più recente, avvenuto a settembre 2017, è stato misurato in circa 100 chilotoni e si è trattato, probabilmente, di una bomba all’idrogeno. Il balzo in avanti dal punto di vista del nucleare è, quindi, chiaramente osservabile. Il programma missilistico, d’altro canto, è diventato il fiore all’occhiello del regime nordcoreano, dato che i suoi vettori sono ormai non solo in grado di sorvolare il Giappone o mettere nel mirino Guam, dove è presente un’importante base americana, ma anche di incutere timore agli stessi Stati Uniti, minacciando di poterne ormai raggiungere la terraferma. Sembra soltanto una questione di tempo la possibilità per cui i nordcoreani arrivino alla completa integrazione dei due programmi, riuscendo quindi a montare un testata nucleare miniaturizzata su un vettore a lungo raggio.

L’aggressività di Pyongyang ha, ovviamente, creato preoccupazione diffusa all’interno della comunità internazionale, che – negli ultimi mesi – ha deciso di rafforzare le misure sanzionatorie ai danni di Pyongyang, tradizionalmente viste come l’unico efficace mezzo di pressione sul regime. Ciononostante, gli attori più rilevanti in questa pericolosa partita non hanno una visione unanime né, tantomeno, una soluzione condivisa. Gli Stati Uniti, in particolar modo con la presidenza di Donald Trump, hanno risposto veementemente alle sollecitazioni nordcoreane: hanno riaffermato la posizione in base alla quale se la Corea del Nord è desiderosa di riprendere una qualche forma di dialogo, deve preventivamente smantellare il proprio arsenale nucleare, e hanno minacciato «fuoco e furia» nel caso in cui Pyongyang continui con la sua aggressività.

È molto difficile che tale suggerimento possa essere raccolto dalla leadership di Pyongyang, che più volte ha additato l’esempio della Libia di Gheddafi come di un regime “decapitato” dopo aver deciso di rinunciare a qualunque velleità nucleare. A livello regionale, gli Stati Uniti possono fare affidamento sul Giappone del primo ministro Shinzo Abe, il quale è totalmente allineato con la Casa Bianca, temendo oltretutto, in caso di escalation, di poter diventare il primo obiettivo militare dei nordcoreani.
In Corea del Sud, invece, dal 9 maggio dello scorso anno è salito alla presidenza Moon Jae-in, un progressista che, nonostante in astratto tenda a condividere la posizione degli Stati Uniti, vorrebbe – come dimostrato per l’appunto dall’attuale riavvicinamento – che la situazione fosse risolta in maniera meno traumatica e ha per questo più volte teso la mano alla Corea del Nord, facendosi anche portavoce della volontà di parte dell’opinione pubblica sudcoreana. È ovvio, d’altro canto, che la Corea del Sud teme di poter subire un attacco da parte del regime nordcoreano nel caso in cui gli Stati Uniti decidessero di dar voce alle armi contro il regime di Pyongyang, e vorrebbe evitare una deriva che si risolverebbe sicuramente in un’ecatombe.

L’ultimo attore, e probabilmente il più importante, è la Repubblica Popolare Cinese, che – nonostante pubblicamente si schieri con la comunità internazionale quando questa adotta le sanzioni – riveste ancora il ruolo di interlocutore privilegiato di Pyongyang, a causa soprattutto degli scambi economici che continuano a intercorrere tra i due Paesi. La Cina, nonostante desideri una Corea del Nord meno aggressiva e punti anch’essa alla denuclearizzazione, non ha alcun interesse a favorire il collasso del regime dei Kim, continuando a preferire lo status quo. Proprio per questo motivo Pechino non ha finora accolto favorevolmente le pressioni americane volte a chiudere i rifornimenti di petrolio alla Corea del Nord: una tale mossa strangolerebbe probabilmente il regime, ma avrebbe anche delle conseguenze indesiderate per la Cina, come la nascita di una penisola unificata sotto l’egida americana sull’uscio di casa. In questo quadro sembra che non ci sia alcuno spazio di manovra per l’Europa, che rimane schiacciata sulle posizioni americane pur non condividendo l’eventualità di un conflitto dalle conseguenze potenzialmente devastanti; l’importantissimo ruolo dell’Europa potrebbe invece essere quello di efficace mediatore.

E allora, in questo quadro a tinte fosche, fa capolino ancora una volta lo sport. Quale sia stata la molla che ha condotto Kim Jong-un a tendere la mano a Seul non è dato a sapere con certezza: che sia una mossa propagandistica per sfuggire alla tensione che stava montando o un tentativo di allentare gli effetti delle sanzioni o, ancora, uno slancio fiero e improvviso di orgoglio nazionale. Solo a posteriori, probabilmente, si capiranno le reali intenzioni della Corea del Nord e i motivi dietro alla volontà di prendere parte a queste Olimpiadi invernali. Per intanto, a Churchill si potrebbe rispondere che «lo sport ha il potere di unire le persone come nient’altro»: parola di Nelson Mandela, un gigante.

Antonio Fiori, autore dell’articolo, insegna Storia e Istituzioni dell’Asia all’Università di Bologna. Esperto di relazioni intercoreane, è docente all’Università di Seul con un corso di Korean Politics and Foreign Policy. Fra i suoi libri: Il nido del falco (Mondadori Education) ed Enigma Corea del Nord (Mondadori)
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