“Isle of Dogs” veicola concetti e metafore attualissime: l'innocente capro espiatorio; la corruzione politica; il campo profughi; addirittura le fake news. C'è quasi tutto, anche la secolare diatriba cani contro gatti

In queste settimane di deprimente campagna elettorale si rispolvera il proprio campanilismo—anche se un po’ tiepido e deluso—giusto per reinvigorire il ruolo di elettore, cittadino, persona degna nel mondo. Così ci si ricorda cosa vuol dire prendere le parti di qualcuno, preferire qualcosa, forse addirittura spontaneamente e non unicamente perché l’alternativa atterrisce. Una sensazione che assomiglia a tenere appassionatamente per una squadra e detestare la sua tifoseria. È la linfa dell’agonismo pubblico, che infatti anima non solo le elezioni o il calcio ma anche gare che ci piace pensare culturalmente superiori a quisquilie come vincere o perdere, tipo le biennali d’arte o i festival del cinema. Tra tutti i festival internazionali, quello più serafico e ribelle al glamour, dove la stampa ha la precedenza sull’industria e il pubblico cittadino invade il tappeto rosso, è la Berlinale. Storicamente il festival dei tanti, nato come “vetrina del mondo libero” prima che la città venisse divisa, è iper-democratico, all’avanguardia, ossessivamente ecologico (sponsor è Nespresso ma il caffè gratis lo danno solo se ti porti la tazza da casa). Anche il concorso, dunque, si svolge spesso in termini pacifici, c’è mutuo supporto tra i film concorrenti, che volentieri sono opere prime (largo ai giovani, e ai reietti: quasi una missione religiosa se non fossimo in una città così radicalmente laica). Quest’anno il film di apertura è quello di un gigante art-house popolarissimo, la cui filmografia in effetti si sposa con la linea ideologica del festival di accoglienza e curiosità nei confronti dei tipi strani, delle idiosincrasie, di chi spera in un mondo migliore per tutti. C’è solo un piccolo problema: è un film che sta dalla parte sbagliata. Quella dei cani.

Perché se c’è un ambito dove il campanilismo è sempre vivacissimo, è quello dei cani vs gatti. Chi ama i gatti non può amare i cani e viceversa. Le eccezioni sono poche e sospette. Wes Anderson, con il suo secondo film in stop-motion Isle of Dogs, ha scelto la causa più popolare, quella dei canidi. Nonostante il web 2.0 abbia riabilitato i gattini con l’idea platonica di meme, al cinema, nella piramide etica degli animali, il topo è ancora e sempre innocente, il gatto sempre malvagio, e il cane  animale magnanimo dal gran cuore. In Isle of Dogs Anderson assegna ai cani il ruolo degli emarginati, letteralmente di rifiuti della società, costretti alla diaspora in una discarica—esemplari di razza che diventano, Dio ce ne scampi, randagi. Portatori ignari di una fastidiosa influenza canile che infetta anche gli umani, i nostri ormai non più fedeli amici vengono così abbandonati dal sindaco di una fittizia città giapponese, Megasaki, su un’isola fatta d’immondizia che li deperisce quando non li uccide. Affamati e malati ma non particolarmente depressi perché sono pur sempre bestie, si annoiano a morte finché un ragazzino—il nipote del temibile sindaco—non piove sull’isola alla ricerca di Spot, sua guardia del corpo e migliore amico a quattro zampe. E naturalmente sono i felini i perfidi, invidiosi e bruttini alleati delle autorità giapponesi, raffigurate coi toni grigio-bruni che furono delle forze naziste. Chissà se al festival tedesco non si seccano a vedere i cattivi sempre dipinti come gli antenati della vergogna; certamente, se i gatti lo sapessero, sarebbero stufi di accompagnare personificazioni del male. “Upupa ilare uccello calunniato”, scriveva Eugenio Montale in protesta di secoli di poesia che condannavano il garrulo e coloratissimo volatile a lugubre sentinella di cimiteri e conflitti sanguinosi. Così i gatti, dipinti frequentemente come smorfiosi (nonché femminili) solo perché autonomi e intelligentissimi. Ma come si commentava alla fine della proiezione tra amanti di gatti: un cane se vuole può ucciderti; un gatto no (anche se prova ogni giorno a farlo).

Scherzi (di parte) a parte, Isle of Dogs è un film dalla produzione impeccabile, uno stop-motion che combina pupazzi umani dal volto di cera e animali letteralmente di pezza, in grado di restituire la “tattilità” ormai persa nel cinema contemporaneo e tra i motivi principali, forse, per cui Anderson è tanto amato. Ma se il film smuove quella nostalgia tipica dell’animazione per ragazzi pensata per piacere anche agli adulti, rimane narrativamente, concettualmente superficiale e comodamente manieristico in quella che più che cifra stilistica sembra essere diventata tecnica di marketing col pilota automatico. Certo, così scrivendo non si rende giustizia alle ricche e meticolosissime ispirazioni estetiche, il tributo prima di tutto ad Akira Kurosawa, e l’omaggio, così gradevole agli occhi, delle stampe giapponesi, Hokusai ma anche il manga, l’anime, il teatro tradizionale delle maschere. Da praticante del decoupage ho spesso avuto tra le mani carte giapponesi, tre volte più costose delle più raffinate carte europee, quasi sensuali al tatto—porose, zigrinate, morbide—e irresistibili allo sguardo, per le loro geometrie sofisticate, i parallelismi delle forme che si ripetono mascherando perfettamente la ripetizione, e mostrando così un volto sempre diverso benché religiosamente simmetrico. Ecco, di questa magia visiva, Anderson ha preso solo la simmetria—non letterale, ma stilistica, della sua filmografia. A metà tra Okja e Grand Budapest Hotel, Isle of Dogs è un’avventura pacifista, ecologica, democratica: veicola concetti e metafore che sebbene attualissime e sacrosante sono tagliate con l’accetta, spogliate di molte loro complessità culturali ed educative (essendo in fin dei conti un film per ragazzi): l’innocente capro espiatorio incolpato da una società gretta e dispotica; la corruzione politica; un mondo in decomposizione per i rifiuti; il protagonista dall’etnia mista e origine incerta ma dalle risorse infinite (il cane bastardo) opposto a figure purosangue, una volta privilegiate ma oggi meno dotate per sopravvivere nel mondo contemporaneo (i cani di razza); il ghetto—o campo profughi o centro di detenzione temporanea; le barriere, i confini, addirittura le fake news. C’è quasi tutto. Ma è più al servizio dei pupazzi che a quello dello spettatore.

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