In sala dal 1° marzo con “Lady Bird”, pluricandidato ai prossimi Oscar, la coppia Gerwig – Ronan firma una delicata storia di “coming of age” femminile, che è un po’ la rappresentazione del nuovo corso dopo Weinstein

ncora non sappiamo come andrà a finire la notte del 4 marzo. Se Lady Bird, baluardo femminista dell’annata cinematografica in corso, strapperà qualche Oscar pesante, come ormai ci si aspetta nella Hollywood d.W. (dopo Weinstein). Con le serie televisive, ai passati Emmy e Golden Globe, è andata liscia: c’erano in lizza Big Little Lies e The Handmaid’s Tale, ispirate a libri di donne (Liane Moriarty/Margaret Atwood), prodotte e interpretate da donne (Nicole Kidman e Reese Witherspoon/Elisabeth Moss). Poi erano pure di somma qualità, soprattutto la prima, e premiarle è stato ancora più facile.

Lady Bird è scritto e diretto da Greta Gerwig, una delle più ferventi animatrici del dibattito attuale. Ha dichiarato: «Questa è una stagione incredibile per le donne che fanno cinema. C’è spazio per chi vuole girare blockbuster come Patty Jenkins con Wonder Woman, ma anche per Angelina Jolie (Per primo hanno ucciso mio padre), Maggie Betts (Novitiate), Dee Rees (Mudbound). E per il mio film, una storia universale. Visto che da sempre ci sono meno registe donne, ci sono anche meno storie di coming of age femminili.Non ho nulla contro i film di formazione con protagonisti maschi, ma mi chiedo sempre: come sarebbe Boyhood se al centro ci fosse una ragazza? E I 400 colpi?». (Truffaut preferiamo continuare a immaginarlo per il sommo capolavoro che è al di là del gender).

Saoirse Ronan nel film “Lady Bird”

Lady Bird, va da sé, è il coming of age di un’adolescente americana. Si fa chiamare col nome del titolo, cerca la sua identità di liceale tra un corso di teatro e il mutuo soccorso con l’amica grassoccia, si sente stretta nella provincia immobile, sfida mamma e papà (fin troppo comprensivi), scopre come ci si comporta coi maschi (e, soprattutto, come i maschi si comportano con lei). Non è tratto da nessun libro, ma viene scomodata una frase di Joan Didion, concittadina della fittizia protagonista (e della vera Gerwig): «Chiunque parli dell’edonismo della California non ha mai passato un Natale a Sacramento».

Una volta lo si sarebbe detto “un film da Sundance”: hipster (anche se un tempo non si diceva così), furbetto, citabilissimo, fintamente controcorrente e in realtà confortante, le sciure che ancora vanno al cinema di pomeriggio lo definirebbero «carino». Oggi l’ex operina indipendente è diventata la prassi del cinema d’autore statunitense. Quand’è che è cominciato tutto? Da Little Miss Sunshine, col suo furgone Volkswagen e il nonno saggio? Da Sideways, consacrazione mainstream di Alexander Payne? Dalle sceneggiature bobo di Noah Baumbach (oggi, peraltro, fidanzato di Gerwig)? Non c’è una soluzione matematica al problema, certo è che Lady Bird segue quel solco, e a suo modo trionfa.

Il cinema indie-pop, chiamiamolo così, ha poi bisogno delle sue testimonial. Di attrici ne abbiamo avute a infinite tornate, andando con la memoria agli ultimi quindici anni saltano fuori Maggie Gyllenhaal, Zooey Deschanel, Juno Temple, Zoë Kravitz, Brie Larson, naturalmente la stessa Greta Gerwig.

La nuova eroina è Saoirse Ronan, la Lady Bird del titolo. Newyorkese ma di genitori irlandesi, nome gaelico (la pronuncia è, più o meno, Sórscia), già due candidature all’Oscar prima di quest’ultima: a quattordici anni come non protagonista per Espiazione (da Ian McEwan), a ventidue come protagonista per Brooklyn (da Colm Tóibín). Il secondo è un po’ la stessa storia di Lady Bird, solo ambientata negli anni Cinquanta della grande emigrazione: la timida Irish girl salpa per l’America, crede che un buon matrimonio sia sufficiente per trovare un posto nel mondo, in realtà scopre che la cosa più importante è l’affermazione di sé.

In Lady Bird succede lo stesso, e Saoirse è assai credibile a fare, a ventitré anni, la studentessa in attesa del college, ha la faccia giusta da nuova Hollywood, insieme a Greta Gerwig porta in giro questo film-manifesto, già era intenzione dell’autrice farne un paradigma di educazione (femminile) alla vita, poi Hollywood ha deciso che il tempo per queste storie era giunto davvero.

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