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Le mie Olimpiadi in bianco e nero

di GUSTAV THÖNI
IL 99 16.02.2018

Il viaggio avventuroso per arrivare a Nagano nel 1972, l’organizzazione impeccabile, i tifosi ordinati e attrezzati, la paura di fare pubblicità a sponsor privati. Il capostipite della valanga azzurra racconta la sua prima volta ai Giochi

Le mie Olimpiadi erano in bianco e nero. O, almeno, voi dalla televisione le vedevate in bianco e nero. Per noi erano a colori. La gara era gara. La mia prima Olimpiade è stata Sapporo, in Giappone, nel 1972:  vinsi la medaglia d’oro nello slalom gigante, l’argento nello speciale e la coppa nella combinata, che allora era la gara che metteva insieme tutti i migliori posti nelle varie discipline e valeva come titolo mondiale. Avevo 21 anni. Un ragazzo. In Giappone ero già stato l’anno prima con la nazionale per la Coppa del mondo e mi era piaciuto. Un po’ come sarà la Corea per i nostri atleti. Diversa dalle Alpi e dall’Europa. Organizzata. Festosa. Con tifosi adoranti ma super disciplinati.

Le Olimpiadi erano un mio sogno da bambino solo all’idea di potervi partecipare. Vincerle poi. Già il viaggio era stata un’avventura. Passammo dalla rotta Sud. Non ricordo più quanti scali facemmo prima di arrivare: Hong Kong, Tokyo e poi Sapporo. Un volo interminabile durato più di 24 ore.

Nel gigante ero tra i favoriti, anche se fino a quel momento avevo fatto un po’ di gare in Coppa del mondo e non ero andato benissimo. La gara si svolgeva in due giorni, con lunghi tempi di attesa. Interminabili. Bisogna restare concentrati, pensare all’obiettivo e non farsi prendere dalla paura. Ricordo che la pista era molto ripida. La prima parte, appena usciti dal cancelletto, era ripidissima e lì feci molto bene. Alla fine della prima manche ero terzo, dietro il tedesco Hagen e lo svizzero Edy Bruggmann. Nonostante il distacco, nella seconda manche sciai benissimo e vinsi. Una gioia infinita. Vinsi anche l’argento nello speciale. Il bronzo andò a mio cugino Roland Thöni. Solo lo spagnolo Francisco Fernàndez Ochoa fece meglio di noi due: oro un po’ a sorpresa. Anche lì ero favorito. Il fatto è che durante le prove prima della gara avevamo sbagliato un po’ tutti e allora nella prima manche siamo venuti giù prudenti. La seconda manche andai molto bene. Ma non fu sufficiente per salire sul gradino più alto. Lo sport è così. Nello sci poi è questione di centesimi di secondo, come nel nuoto e nell’atletica. Attimi. Respiri. Silenzi interminabili.

A Sapporo stavamo tutti insieme nel villaggio olimpico con gli atleti di tutto il mondo. Era molto bello ed era una cosa nuova per noi. Con tutti gli atleti insieme in una sala. Da lì si partiva ogni mattina con dei mini shuttle che ci portavano sui campi gara. Prima delle finali facevamo qualche porta sotto gli occhi dell’allenatore Oreste Peccedi. C’erano già le radiotrasmittenti che scricchiolavano quando si cercava di comunicare dalla partenza con gli altri della squadra per capire come era la pista, se c’erano dei problemi. Di recente, ho rivisto le immagini del mio arrivo nello slalom gigante: lo striscione  era tenuto su da due pali di legno, la recinzione a bordo pista era una corda tirata con dei paletti dove i giapponesi erano tutti dietro a guardare e nessuno la oltrepassava. In Europa non sarebbe stato possibile, saremmo stati assaliti dai tifosi.

La gara però era gara vera. All’epoca era il livello più alto che si poteva avere. In puro spirito olimpico. Gli sponsor non esistevano. Sulla giacca a vento dell’Italia il marchio del produttore era grande come un’unghia. Appena passato l’arrivo, ti toglievano gli sci. Non ho neanche una foto con gli sci perché non te li facevano tenere per timore di fare pubblicità. C’era una flowers ceremony all’arrivo per i vincitori ed era bellissima. Ricordo il trionfo e l’esultanza con cui mi accolsero i giapponesi. Il momento più emozionante è stato dopo, quando nello stadio del pattinaggio mi consegnarono le medaglie, con l’inno nazionale dell’Italia e le bandiere che salivano sui pennoni. Un’emozione fortissima. Rimasta impressa dentro.

Il pubblico giapponese era festoso. Tutti chiedevano autografi. Ed era impressionante vedere come erano attrezzati. Noi eravamo abituati all’Europa dove i fan venivano con una biro che al freddo non scriveva mai, e un bigliettino tirato fuori dalle tasche. I giapponesi arrivavano con un cartone apposito e dei pennarelli grandi. Si mettevano in fila, ordinatissimi, non spingevano, aspettavano di poter salutare il campione e di farsi fare l’autografo. Ricordo di aver ricevuto tanto affetto.

Ora guardo le gare in televisione. Soffro quando corrono i nostri come quando ero in gara. Per quasi quarant’anni ho girato il mondo per lo sci. La neve e la montagna sono la mia vita.

Testo raccolto da Riccardo Barlaam

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