Washington, Madrid, New York

Beatriz González. Retrospective 1965-2017

Dal 22 marzo al 2 settembre 2018. Arte Reina Sofía, Madrid.
A cura di María Inés Rodríguez

Beatriz González (Bucaramanga, 1938) incarna il XX secolo artistico di un intero Stato, la Colombia. «L’arte racconta quello che la storia non può narrare»; «Volevo creare dipinti sottosviluppati per Paesi sottosviluppati»; «La mia è un’arte di provincia senza orizzonti». Tre enunciati dell’artista che, da sempre messa in relazione alla Pop art a causa della sua tavolozza, ha in realtà ben poco da spartire con il movimento: «Non c’entra la Pop, c’entra Bucaramanga», ebbe a dire González, rievocando i bagliori arancioni dei tramonti riflessi sui muri delle case, contemplati da bambina con il padre. González è stata tra i primi artisti a cogliere la differenza tra il narrare la storia di un Paese e narrare come viene raccontata la storia di un Paese, a propria volta deformando lo storytelling del potere; ha puntualizzato di aver più volte attinto da immagini perturbanti diffuse dai mass media, cui lei ha apportato i propri colori originari, blu fatali setosi, verdi perlacei e i toni delle arance nella penombra.
museoreinasofia.es

Brand New: Art and Commodity in the 1980s

Dal 14 febbraio al 13 maggio 2018. Hirshhorn Museum, Washington.
A cura di Gianni Jetzer

Senza bisogno d’inoltrarsi nelle teorie della storiografia applicata alla contemporaneità, ci accorgiamo sempre più di essere appassionati storici e sociologi dei decenni attraversati dalla nostra vita. Gli anni Zero chiudono i battenti, degli Zero ci divertiamo a parlare. Nella storia dell’arte, la necessità di capire cosa è avvenuto nei decenni recenti e di non abbandonare grandi artisti sulla zattera del tempo in tempesta è sempre urgente. Brand New studia come gli Ottanta non siano stati unicamente gli anni del Neoespressionismo, ma, soprattutto a New York, quelli dell’incontro tra arte e commercio, opera e pubblicità, artista e business. Carburanti di dipinti e sculture furono: «Pepsi. Nike. CNN. MTV. Personal computing. Branding. New Wave. The AIDS epidemic. Reaganomics. Pop-ups. Madonna. Neon. Punk. Gentrification. Cable TV». Anche nella più brandizzata delle opere, gli artisti colsero il limite etico dell’avvicinare l’arte al business e lo difesero usando l’ironia, operazione che a soli trent’anni di distanza riesce a ben poche voci.

hirshhorn.si.edu

Marc Camille Chaimowicz: Your Place or Mine…

Dal 16 marzo al 5 agosto 2018. Jewish Museum, New York.
A cura di Kelly Taxter

Il Jewish Museum inaugura il primo solo show museale di Marc Camille Chaimowicz (Parigi, 1947) negli States. L’artista si fece conoscere a Londra nei primi anni Settanta, quando prese parte a quella tendenza chiamata “social turn” in cui l’arte si staccava dalle pareti per andare a creare ambienti nello spazio. Le mostre di Chaimowicz si compongono di dipinti, disegni, strutture, giochi di luce, arte applicata, materiali, coscienze e contraddizioni architettoniche, negazioni e rivoluzioni del design, in un dialogo costante con gli spazi e la luce che occupano; l’artista ha parlato di “daytime” e “nighttime sensibility”. Spesso ci s’interroga su quanto il whitecube, l’ambiente bianco e asettico delle gallerie, abbia nobilitato opere d’arte che fuori dal lindore rivelano subito la propria inconsistenza; lontano da qualsiasi allestimento mistificatorio, Chaimowicz porta invece a pensare che la posizione dei corpi in uno spazio, l’armonia compositiva e cromatica di un ambiente, possa diventare essa stessa opera d’arte, danza.

thejewishmuseum.org

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