Yolo / Arte

Luoghi di aggregazione spontanea: citofonare Annibali

di Antonio Armano fotografie di CORNELIUS ARSLANIAN
05.02.2018

Né fiere né gallerie d'arte. Per presentare il suo lavoro sui luoghi di socializzazione, il fotografo milanese di stanza a Rho ha scelto una via provocatoria ma quantomai pertinente: tutti a casa sua

Uno dei grandi misteri milanesi è la formula della torta verde (salata) che viene elargita praticamente senza limiti e costi al Picchio bar di via Melzo. È una specie di cibo fantastico e gratuito di stampo antico che si automoltiplica durante l’ora dell’aperitivo e avrebbe interessato uno storico dell’alimentazione come Piero Camporesi. Il Picchio non è un bar qualunque, ma un bar con arredamento da magazzino – cose disparate e ammassate – prezzi ultra-popolari e una parete coperta con foto di volti di clienti che ricorda un Facebook non virtuale: una bacheca di centinaia persone che potresti riconoscere tra quelle che ti stanno accanto. Il Picchio con le sue piccole follie e la sua grande folla non poteva mancare in Nuova Milano Social Club, il lavoro fotografico in cui Fabrizio Annibali racconta i luoghi di aggregazione spontanea – non istituzionale o commerciale – in una città dove tutto ha un prezzo o un fine e nulla avviene sua sponte. Dove violare l’imperativo kantiano dell’aperitivo categorico con una torta misteriosa e gratuita ha un significato preciso ed eversivo. O almeno alternativo.

Ma poteva un lavoro così ‘socialmente utile’ – portato avanti con profondità e costanza da sei anni e ancora in corso – essere esposto in una galleria con tanto di vernice e inviti RSVP? La vernice è stata dunque quella vera – nel senso di intonaco – con cui il fotografo ha ritoccato le pareti di casa per accogliere degnamente (e per un solo giorno) le stampe delle sue opere, in un percorso che non escludeva nemmeno il bagno. In altre parole la mostra sui luoghi di aggregazione spontanea si è svolta a casa dell’autore, a sua volta aggregatore assieme alla moglie e complice Lucia, secondo una perfetta sintonia tra spirito dell’opera e contesto fruitivo. In una casa di Rho, che un tempo avrà ospitato famiglie legate alla campagna e alla terra, in una via con il nome di un torrente di irrigazione, il Lura.

La poetessa Ada Negri ha dedicato una lirica ai giardini segreti. Ma a Milano di segreto si possono scoprire non solo giardini, ma anche altri luoghi. Milano – città della comunicazione, della pubblicità – resta una città gelosa di sé, da svelare. Una scissione tra due figure opposte, il bauscia e il giansenista. Un paradosso pragmatico che conosce chiunque vi abiti o la frequenti. Oggi infatti non sono più i giardini a essere segreti, ma luoghi come gli orti urbani di via dei Missaglia – famiglia di armieri milanesi – dietro al naviglio pavese e verso Rozzangeles, ovvero la mitica Rozzano dell’immigrazione e della criminalità. L’orto urbano è curato dall’associazione dell’Anello guidata da Paola Calvelli e segue un percorso spiraliforme e tecniche ecologiche.

Una delle immagini più incisive del lavoro di Annibali – selezionato recentemente tra i finalisti del premio Ponchielli — è quella che racconta il cinema all’aperto di via Giambellino 146. Via Giambellino aderisce all’iniziativa “Scendi c’è il cinema!”, volta a proiettare pellicole d’autore tra le mura dei quartieri popolari, nel segno della partecipazione. Partecipazione. Mi soffermo su questa parola che stride con un’altra molto in voga a Milano: esclusività. Nella Milano da bere – e poi in quella del dopo-sbornia e post-Tangentopoli – andava fortissimo questo orribile aggettivo (orribile perché implica il lasciar fuori qualcuno per principio preso). Tutto era – o è – esclusivo. Oggi si parla invece anche di partecipazione, finalmente di condivisione.
La mostra domestica di Annibali dà quindi nuovo significato al filone della home-gallery, spesso inteso come formula espositiva per giovani emergenti o collezionisti abbienti. Potrebbe replicarsi altrove, come ogni mostra. Diventare itinerante. La foto della folla di amici, colleghi, curiosi e addetti ai lavori che hanno animato la bella giornata di sole di sabato scorso a Rho potrebbe diventare parte del progetto. Non si tratta di lasciarsi prendere la mano da trovate situazioniste o concettuali, ma di proseguire nella ricerca di una aggregazione che resta spontanea. Qui era anche la casa dell’autore a essere in mostra, con le ‘librerie a occhio’ di Joe Colombo, i testi letti e formativi, i reperti dei viaggi di lavoro – Annibali racconta storie per numerosi magazine tra cui proprio IL, sulle cui pagine questo suo ultimo progetto è nato come assegnato a controintuitiva illustrazione di un articolo sui social network.

IL è cresciuto – in controtendenza – nei primi anni della crisi economica, puntando sulle storie, cioè sull’approfondimento; e anche le aggregazioni spontanee a Milano si sono sviluppate nello stesso periodo, quando Milano ha deciso di cambiare, liberandosi della monocultura dell’esclusività, e aggiungendo altre voci a quella della moda e del lusso. A volte nel segno della contrapposizione, altre volte in quello della integrazione tra registri alti e bassi, commerciali e spontanei. Come nel caso del quartiere popolare di via Solari 40, uno storico complesso di abitazioni per operai, dove gli studenti dello IED hanno recuperato la vecchia bocciofila, sepolta sotto la sabbia come una rovina mesopotamica, per stimolare di nuovo l’aggregazione tra i residenti. Nella fotografia di Annibali si vede un pranzo pasquale, una tavolata messa in piedi sulla bocciofila, e sullo sfondo un altro luogo di aggregazione: vale a dire il circolo sociale, oggi usato per attività di quartiere come le lezioni di ballo, ma anche presentazioni di libri.

L’anima sociale di Milano – non ‘social’, nel senso digitale – si era non dico persa, ma quantomeno rarefatta negli anni in cui la città smetteva di essere operaia per diventare centro di servizi, terziario avanzato o arretrato secondo la formula di Cuore. Si è ripresa proprio negli anni in cui la parcellizzazione e precarizzazione del lavoro, da un lato, e la digitalizzazione dei rapporti dall’altro stanno spingendo in direzione diversa. Proprio quando il lavoratore viene spinto a diventare ‘autonomo’, a operare in ‘remoto’ (secondo una espressione di moda e a doppio taglio): insomma a isolarsi, ecco spuntare i coworking: luoghi dove liberi professionisti, in un’epoca in cui il lavoro dipendente tende a scomparire, soprattutto delle ultime generazioni, scelgono di condividere il tetto, la scrivania, la connessione wi-fi e il forno a microonde per il pranzo… Quando la libertà del lavoro da ogni vincolo, presentata come una possibilità nomadica, rischia di diventare monadica senza condivisione, nascono i coworking. Non esiste lavoro, maggior ragione culturale, che non sia condiviso. E una fotografia di Annibali cattura un momento di attività proprio in un coworking di via Paolo Sarpi, la Chinatown milanese: The Hub Milano, in una parte della storica strada diventata a sua volta nuovo luogo di aggregazione.

Basta poco per sentirsi soli, scriveva Grazia Cherchi. E allora che cosa serve per non sentirsi soli, per sentirsi insieme, o addirittura parte di una comunità? Non basta poco, ci vuole costanza, fantasia e spirito di intraprendenza. Orti urbani, cascine metropolitane – Cuccagna e non solo – rinate dalle proprie ceneri, aree che ospitano tavolate come quella di via Gola, per contrastare la presenza degli spacciatori. Per dimenticare quella che Arbasino in un memorabile articolo anni ’90 aveva definito la ‘Milano da non bere’… Persino una riunione di condominio, dalle parti di via Montegani, dove si trova l’atelier dei Colla, storica famiglia di marionettisti, si può trasformare in occasione per mangiare insieme in cortile e vedere un film proiettato sul muro. Nell’epoca e nelle latitudini dei ‘vicini di Erba’…

Per una giornata a casa Annibali si è sentito suonare molto uno strumento dimenticato nelle grandi città e nell’era digitale, reso ormai inutile o pletorico dal telefonino ma per una volta rinverdito dall’afflusso della gente che, spronata dalla socialità genuina e concreta alla base dell’operazione, è intervenuta generosa: il citofono.

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