Appendice

Credere, obbedire, mitizzare

16.02.2018

Giacomo Balla, particolare di Canaringatti-Gatti futuristi, 1923-1924, in mostra alla Fondazione Prada

Eroi e rituali. Fedi e rappresentazioni leggendarie. Catechismi individuali e collettivi. All'inizio della società di massa e della 'politica spettacolo', il regime di Mussolini lavora senza sosta alla costruzione della nuova Nazione, forgiando esaltanti immaginari. Dal catalogo della mostra “Post Zang Tumb Tuum. Art Life Politics: Italia 1918–1943" alla Fondazione Prada di Milano dal 18 febbraio, il saggio di un grande storico sul progetto propagandistico del Fascismo

Certe cose che il fascismo ha detto di sé – non elementi collaterali, ma criteri costitutivi, autorappresentazioni chiave – non le abbiamo volute, a lungo, prendere sul serio, sentendoci più antifascisti per questo. Gli chiedevamo di scegliere (di aver scelto, come non aveva fatto) in architettura fra la modernità del razionalismo e la tradizione ripristinata delle colonne e gli archi, fra Giuseppe Terragni e Marcello Piacentini; o fra Strapaese e Stracittà, orizzonti paralleli di organizzatori culturali, pittori e pubblicisti, da “Il Selvaggio” a Novecento, da Mino Maccari a Margherita Sarfatti; o fra aerofuturismo e prosa d’arte, gli eredi di Marinetti e quelli della “Ronda”; o magari anche fra Giovanni Gentile e Agostino Gemelli, idealismo e clericalismo. Sotto pena, altrimenti, di irriderne all’eterogeneità, banalizzando tutto come giochi di potere e arrivismo di gruppi: che ovviamente c’erano, nel partito come alla Biennale, o fra Premio Cremona – i figurativi del mussolinismo con l’egida di Roberto Farinacci – e Premio Bergamo – gli “astratti” e sperimentali con l’egida di Giuseppe Bottai. Ma la nostra, di spettatori postumi di un’eclissi, era una spiegazione debole. Come era evasiva – e destinata tuttavia a rimanere egemone nel lungo dopoguerra – l’autodifesa sminuente di Benedetto Croce alla fine della guerra: il fascismo come mera parentesi nella lunga storia di un paese, l’Italia, che non meritava di essere valutato e punito dai vincitori come se avesse vissuto solo un ventennio. Retorica congiunturale che l’anziano restauratore dell’Italia liberale – Heri dicebamus – non avrebbe immaginato a tal punto vittoriosa e perdurante come categoria storiografica e autocertificazione sociale di reduci.
Reduci, ma da un’idea di sé – e non solo dalle guerre – con l’indotto narrativo che le guerre, non tutte perdute, avevano radicato e perduravano sotto traccia nel corpo sociale dell’Italia post-fascista, con le reticenze e le reinterpretazioni del caso. Tre generazioni di “popolo italiano”: i nati negli anni Ottanta, come lo stesso Mussolini, e sul piano culturale i vociani, redattori e lettori delle riviste primo-novecentesche; i giovani – in una rinnovata accezione del periodizzante romanzo storico di Pirandello I vecchi e i giovani (1909) – che vivono i loro vent’anni anticipati come “ragazzi del ’99”, e subito dopo come sovversivi nazionali e legionari fiumani, squadristi della prima ora, parlamentari imberbi: e qui, all’altezza del programma di San Sepolcro, marzo 1919, del primo Fascio e delle elezioni politiche del novembre, i destini politici di una tumultuosa nuova élite emergente dalla guerra fra gli ex combattenti sono ancora non divaricati, consentono assonanze, contiguità, rifusioni e trapassi fra prossimi fascisti e prossimi antifascisti (Pietro Nenni, i De Ambris, i Bergamo, Silvio Trentin…): trincerocrazia? Parola d’epoca, non riducibile al protofascismo, come non lo sono gli ex combattenti – Emilio Lussu non escluso, con la Brigata Sassari trasformata in partito contadino –, e neppure gli Arditi, né gli ex legionari fiumani. La terza generazione tocca i vent’anni nel corso degli anni Trenta: GUF, Littoriali, e poi – gli attori, che elaborano non come vittime l’8 settembre – la scelta: Resistenza/RSI.

Piero Portaluppi, Padiglione Italiano all’Esposizione Internazionale di Barcellona (1928-1929)

I riferimenti potrebbero moltiplicarsi, valgono a procedere verso il nome che il fascismo si è dato: Fascio, appunto. Non negando la molteplicità, ma affermandola; non suggerendo una monogenesi, ma una inseminazione variegata: unità nella molteplicità, come avviene in una fascina di legna, dove un legame flessibile e forte stringe e tiene insieme i singoli componenti, in un assemblaggio non occulto. Sono stati gli studi dei linguisti, oltre un trentennio fa, a richiamare l’attenzione su questa parola-cosa: una franca autodenominazione di pluralità convergente anche in forma coattiva verso l’unità. Non è parola nuova, e anche la parola si nutre di sapori diversi: la socialità popolare dei Fasci contadini in Sicilia; la rivendicazione della guerra nei Fasci interventisti, che vedono miscelare le piazze di anarchici e nazionalisti, garibaldini e socialisti, sindacalisti-rivoluzionari e futuristi; il Fascio parlamentare interpartitico del dicembre ’17; i Fasci promossi da Mussolini nel ’19, quando tutte le strade sembrano rimanere aperte per la presa del potere, repubblicane/monarchiche, rosso-nazionali/ guardia degli agrari, presidio delle istituzioni/ “rivoluzione nazionale”.
Come gestire questo Fascio di tendenze? Con l’autorità della forza, che decide troncando i nodi. Manganello, pugnale, bomba a mano, l’arma della guerriglia di fazione delle squadre, dal basso e nelle strade. Quando diventa simbolo – il simbolo del Littorio, onnipresente negli anni di regime – è l’austera accetta di stato dei Littori romani. E poi, riandando alla tradizione, un Tiranno, un Signore, un Cesare: come preconizzava Enrico Corradini, il fondatore del movimento nazionalista, l’evangelista di La patria lontana e La guerra lontana, i romanzi del 1910–11, e, appunto, il dramma Giulio Cesare (1902). Anche Il tessitore (1914) – altra operazione teatrale dalle forti inflessioni politiche, che piega la storia all’attualità – vede un altro autore, Domenico Tumiati, mandare in giro alle soglie della guerra nei principali teatri con le primarie compagnie un conte di Cavour che assomma in sé tutti i poteri in vista della guerra “rivoluzionaria” e fondatrice, e sembra lui stesso un Duce. L’epiteto Duce non è estraneo neppure al mondo delle sinistre, con retrogusti affettuosi nei confronti di qualche capo storico del Partito Socialista; affiora all’indirizzo di Mussolini nel “Popolo d’Italia” di guerra; può riferirsi al generale Luigi Cadorna, negli ambienti del Comando supremo o del “fronte interno” che vocifera di una dittatura militare. È Mussolini, salito al potere, a spingere il presidente del Consiglio verso un capo del governo di maggior nerbo, e a far proliferare il Duce, epico, romaneggiante, idoneo a riassumere prerogative e carismi, e gratificato per giunta dalla brevitas e dalla concinnitas: tratti essenziali della forza comunicativa – orale e scritta, nelle piazze e nella stampa – di un termine identitario suggestivo anche nel suo apparire desueto. È il Duce a chiamare Giovacchino Forzano – teorico del teatro di masse, direttore del Carro di Tespi e regista del film Camicia nera (1933) – a scrivere con lui drammi storici: il Napoleone dei cento giorni di Campo di maggio (1930), il Cavour di Villafranca (1932) e, appunto, Cesare (1939).

Giacomo Balla, Quadro fascista, 1925 circa

Giovanni Muzio, Palazzo dell'Arte (Fondazione Bernocchi), 1933

Miti? Senza dubbio, miti. Ma era illogico mostrarsi scandalizzati se si inibiva agli storici la ricerca su Caporetto, o sulla guerra in generale. A un quinquennio dagli avvenimenti, non era inusuale se i documenti restavano riservati: pratica archivistica, anche senza gli arcana imperii di un Carlo Alberto e una concezione patrimoniale della storia. Quel “abbiamo bisogno di miti!” che il capo del governo e del partito avrebbe opposto agli studiosi – non precisamente degli eversori: Angelo Gatti, l’ex redattore militare del “Corriere della sera” e storico del Comando supremo con Cadorna, Gioacchino Volpe, dirigente del Servizio P nel 1918 e prossimo regista degli studi storici – è più che una liquidazione beffarda, cui fare obiezione in nome di Clio. Clio – storia e storiografia – appaiono e sono fuori luogo in quella sorta di stato nascente di un movimento che sta facendosi stato. E la generazione di Mussolini ha imparato sulle riviste del primo Novecento a manovrare miti e antimiti, per far politica: una politica all’altezza dei tempi, che sono quelli della lotta di classe, della sindacalizzazione delle masse, della rivoluzione. Lo hanno appreso da un fondatore della scienza della politica quale Vilfredo Pareto. È Pareto che dialoga con i giovani della “Voce”, il cui direttore, Giuseppe Prezzolini, reclamerà di avere tenuto a battesimo sia gli antifascisti sia i fascisti: Giovanni Amendola, Gaetano Salvemini – i morti di botte, gli esuli –, ma anche il mandante politico, Benito Mussolini: il giovane rivoluzionario di professione è lui stesso un vociano di complemento e vi scrive del Trentino: tessera non piccola del repertorio di mobilitazione emozionale, e strategica giuntura fra Risorgimento e guerra del ’15. Vent’anni dopo quei dibattiti – che Pareto, come anche Giuseppe Prezzolini e Giovanni Papini – aveva impostato da teorico del conflitto, senza nascondere stupore per la pretesa della borghesia di salvare il potere senza sporcarsi le mani con dei propri miti e limitandosi a negare veridicità ai miti altrui, a partire dal soggetto stesso del conflitto, il proletariato operaio: come fosse questione di filologia e di veridicità. I miti sono veri se e finché funzionano. Mussolini doveva esserselo tenuto per detto.
Ed eccolo vent’anni dopo teorizzare in tema di fascismo e uso dei miti: in una occasione speciale, nel ’22, a Napoli, vigilia della Marcia su Roma, ed è un anniversario inquietante, il 24 ottobre: di nuovo, dunque, occorre “restituire Caporetto”? Questa volta al nemico interno. «Noi abbiamo creato il nostro mito. Il mito è una fede, una passione. Non è necessario che sia una realtà. È una realtà nel fatto che è un pungolo, che è una speranza, che è fede, che è coraggio. Il nostro mito è la Nazione, il nostro mito è la grandezza della Nazione! E a questo mito, a questa grandezza, che noi vogliamo tradurre in una realtà completa, noi subordiniamo tutto il resto!».
Nell’ottobre del 1922 non è ancora avvenuta la fusione con i nazionalisti nel PNF, Partito Nazionale Fascista. Ma, pur nell’unione, camicie nere e camicie azzurre non mancheranno di lasciar trapelare matrici e aspirazioni non sovrapponibili. C’è, o vorrebbe esserci, un nazionalpopolare d’impronta fascista – più rurale che operaio e più sottoproletario che proletario – che non ha a che fare con gli spiriti elitari del professor Alfredo Rocco e con l’imprinting borghese dei nazionalisti.
Intervento e interventismo, la Vittoria, Trento-e-Trieste, ma ancora di più Brennero, Fiume, Dalmazia – che regolano l’egemonia fra la nazione di Giuseppe Mazzini e la nazione di Enrico Corradini, selezionando i rinunciatari – e poi Marcia su Roma, ruralismo. Si potrebbe continuare. Proprio il ruralismo esemplifica il meccanismo del Fascio, legando i coloni veneti dell’Opera Nazionale Combattenti importati nel Lazio delle bonifiche con le torri, le piazze, gli uffici, le chiese, gli stadi che mettono al lavoro gli architetti delle città nuove, in una modernità non immemore della civiltà comunale e dell’Italia delle cento città. Ruralismo, bonifiche, città nuove: parole-cose di un prontuario ideologico diffuso, mitologie applicate.
Ognuna delle situazioni di fatto in cui si trova fra le due guerre a condurre la sua vita quotidiana il cittadino della “nuova Italia” può e deve essere analizzata, confrontando realtà e ideologia: nei campi e nelle officine, fra i banchi delle elementari e dei licei, negli itinerari materiali e mentali di Balilla, Figli della Lupa, Giovani Italiane, fino ai GUF e all’iscrizione al partito, esito preconizzato e – sempre più – di massa, di questi milioni di vite inquadrate. Inquadrate e irreggimentate, autorità, gerarchia, guerra, non sono parole disdicevoli nel lessico dell’Era fascista: versione nazionalista, militarista e imperialista della nazione armata, concetto nato a sinistra e riportato a destra, come tanti altri concetti, termini e attese: a partire dalla Rivoluzione Fascista, un ossimoro derivato dalla matrice controrivoluzionaria delle battaglie d’arresto contro i sovversivi: anch’essi, confusi e messi in fascio, leghe rosse e leghe bianche, Piero Gobetti e Antonio Gramsci, don Minzoni e Giacomo Matteotti.

Alberto Savinio, Les Atlantes, 1931

Gerarchica e corporativa, la società italiana è chiamata a vivere rituali che impregnano la vita civile in un calendario innovativo che prende inizio dal 28 ottobre, data fondativa del canone fascista. Immersione totale: nomenclatura viaria, pellegrinaggi agli ossari della Grande guerra, stadi ridondanti di simboli: un nuovo habitat, elitista e di massa. Come ci sono gli antemarcia, ci sono le folle di iscritti del Decennale, nel ’32, che valgono idealmente meno, in una cronologia meritocratica, ma segnalano la massificazione. Queste o altre iscrizioni al partito unico ancora più ritardate verranno sminuite e condonate nel secondo dopoguerra come “tessera del pane”, insignificanti dal punto di vista dei convincimenti interiori. Quasi che gli eserciti fossero composti solo di volontari e non – per il grosso – proprio di gregari e obbligati. Mimetismo, recitazione e birignao fanno intrinsecamente parte di un modello di cittadinanza che sconta in anticipo il dualismo. Fra le matrici storiche del fascismo c’è la Grande guerra, ma l’imposizione dell’entrata in guerra – momento cruciale – assomma piazza interventista e governo conservatore, volontarismo delle élite e disciplina delle masse, una formula che si ripete nell’insurrezione armata benedetta dal re e tradotta in ministeri nell’ottobre del ’22. Senza i momenti di rottura, le forzature dai colori forti, l’illegalismo delle origini, il fascismo non sarebbe che una restaurazione reazionaria. È o vuol essere una cosa diversa, all’entrata ormai nella società di massa e della politica spettacolo.
Servono antichi e nuovi pennacchi, inni e cori, fedi e catechismi individuali e collettivi. Intellettuali militanti di spicco nella filosofia e nel diritto quali Gentile e Rocco sanno che non tutti sono militanti, ma pretendono che tutti siano almeno funzionari, e mettono anche i colleghi professori e tutti gli impiegati pubblici in divisa, costringendoli a giurare fedeltà, neanche allo stato, ma al partito, che si muove ormai come un partito-stato. L’Enciclopedia recluta ancora specialisti, l’Accademia d’Italia li esibisce in parata. Per chi non ci sta e non finge – e ci sono quelli che non ci stanno e non recitano – c’è l’emarginazione; e tutta una gamma di provvedimenti punitivi che – superata la fase squadristica e rilegittimato il potere in norme e istituzioni – possono giungere sino alla condanna a morte, che il Codice Rocco ripristina, retrocedendo rispetto alla sua eliminazione nel codice liberale di Giuseppe Zanardelli. I numeri dicono che la fucilazione viene effettivamente comminata e eseguita ai danni di pochi anarchici e tirannicidi, i Bruti o aspiranti tali che hanno osato pensare di attentare alla vita del nuovo Cesare; o di qualche sloveno che mette in discussione i confini imposti a seguito della vittoria, osando praticare un irredentismo slavo. Gli oppositori interni – supposti e reali – vengono emarginati ampliando la pratica del confino e relegandoli in qualche remota Eboli, come Carlo Levi, o alle isole degli ergastoli borbonici, dove si forma una classe dirigente di ricambio; o processati e messi in carcere; o – da Filippo Turati a Luigi Sturzo, da Gaetano Salvemini a Palmiro Togliatti – costretti all’esilio. Siano in Francia, in Unione Sovietica, negli Stati Uniti d’America, li chiamano fuoriusciti, per umiliarli a faziosi e non riconoscere la nobile eredità dell’esilio ottocentesco, alla maniera di Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi.
Quando, per affermarsi, l’autorità dello stato non ha più bersagli, perché i sovversivi li ha rinchiusi o costretti a emigrare, allora si butta sull’eterno capro espiatorio, gli ebrei: tanto più surreale e inventato come nemico della patria, in quanto integratissimi nella società nazionale, presentissimi nel Risorgimento, fra i ministri, i generali, gli squadristi, i gerarchi: italiani “come noi”, e però, d’un tratto, nel 1938 costretti a indossare la maschera dello straniero interno. Maschere nude, del resto, o Così è, se vi pare sono titoli bene intonati all’epoca: del grande Pirandello, che spinge la sua disponibilità alla recita sociale iscrivendosi al partito quando uccidono Matteotti.

Mario Sironi, Paesaggio urbano con camion, 1920

In questa recita sociale, in cui tutti sono coinvolti come attori, finzione e immedesimazione si intrecciano. Di recente si è reso disponibile una eccezionale raccolta di articoli usciti sul “Corriere della Sera”, a firma di giornalisti acculturati e, soprattutto, dei principali classicisti delle università italiane. Archeologi, storici, filologi mettono a disposizione competenza e passione e si fanno divulgatori a vantaggio di un largo pubblico extra-accademico sulle pagine di quello che resta il principale quotidiano del paese: il Duce ha spiegato che non c’è bisogno solo del “Popolo d’Italia”, di “Regime fascista”, del “Tevere” o dell’“Impero”, e che in una grande orchestra – l’orchestra del giornalismo nazionale – c’è posto per grancasse e violini, trombe e fagotti. Naturalmente, scegliendo bene – da Roma, come prefetti o questori – i relativi direttori e ispirandoli a dovere con un nuovo ministero ad hoc, per la Cultura Popolare, che sovraintende anche al teatro e al cinema.
Ebbene, i più eminenti studiosi del passato prendono sul serio la socializzazione del loro lavoro e il frutto è la compartecipazione al progetto: l’Italia non ha un secolo, ha più di duemila anni. Humus comune. Grande favola collettiva. Come nella stratigrafia millenaria degli affreschi murali – da Massimo Campigli a Mario Sironi – nei nuovi palazzi pubblici. Italia è quella dell’Eneide di Virgilio, molto più che il frutto recente del Risorgimento, viene da lontano, “noi” siamo gli antichi romani redivivi, conquistatori e civilizzatori. Detto così, muove a incredulità: quella che ci ha fatto sbuffare alla retorica, di quella Cartagine ribattezzata Inghilterra. Ma questa preziosa raccolta fa cogliere la massiccia ondata di memoria collettiva e di autostima propiziata dagli aventi titolo, grazie anche alla fortuna che alcuni dei più significativi anniversari cadano negli anni Trenta. Ecco, anche, incardinato nei tempi lunghi della storia il primato del liceo classico nell’ordinamento scolastico: che l’idealismo incorona, ma non nasce con la riforma Gentile. E del resto, anche Mazzini e Garibaldi, o un pragmatico liberale come l’imprenditore-ministro Quintino Sella, credevano in Roma e nel mito di Roma. Il fascismo sostituisce l’impero alla repubblica.
L’orizzonte imperiale relativizza lo stato nazionale. L’italianissimo Mussolini sottintende l’antitaliano destinato a esplodere con la RSI nel corrucciato rancore del maieuta disilluso: il carattere dell’italiano non è mutato, la materia umana non era all’altezza del sogno di grandezza. La programmata rieducazione alla guerra e al comando approda alla guerra perduta. E allora sotto il cappotto militare tedesco indossato da Mussolini nell’aprile ’45 potrebbe mai esserci stato – o è concedergli troppo? – qualche cosa di più del preconizzato Cola di Rienzo e di un patetico fuggiasco: la larvata ipotesi di un Cesare tedesco, come non erano stati tutti romani né italiani gli imperatori di Roma?

IL CATALOGO DELLA MOSTRA

La mostra “Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918-1943” è accompagnata da un volume scientifico di 696 pagine che include più di 1.000 illustrazioni, edito dalla Fondazione Prada. La pubblicazione include il saggio del curatore Germano Celant, 15 testi di studiosi, storici e critici d’arte e architettura come Ruth Ben-Ghiat, Francesca Billiani, Maristella Casciato, Daniela Fonti, Emilio Gentile, Romy Golan, Mario Isnenghi, Lucy Maulsby, Antonello Negri, Elena Pontiggia, Sileno Salvagnini, Jeffrey Schnapp, Francesco Spampinato, Marla Stone, Alessandra Tarquini e un’ampia sezione composta da 64 approfondimenti tematici redatti in occasione della mostra.
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