Storia di una piccola, ma molto ostinata, ricostruzione romana

Te lo mostrano allargando il braccio, come a spostare una tenda immaginaria: «Questo è il Monk» dicono, e subito dopo aggiungono «prima di noi era una discarica». Il termine non è esatto: prima di diventare il Monk Circolo Arci, questo luogo – zona Portonaccio di Roma – era fino al 2007 il Jazz club La Palma. Chi se lo ricorda ne parla come un posto di riferimento per gli appassionati del genere e se chiudi gli occhi ti sembra di sentire un sax provenire da qualche angolo nascosto dell’immenso giardino. Se li apri, però, ti trovi di fronte alle fotografie che Raniero Pizza e Yuri Toccacelli, due dei dieci soci del Monk, hanno scattato, stampato ed esposto all’ingresso: è lì che la vedi, la discarica. Centinaia di metri quadrati di spazio lasciati a riempirsi di rifiuti, rottami, ruggine e tristezza. Quelle foto stanno appese come un post it sul frigorifero e dicono “ricordatevi da dove siamo partiti”.

Il lavoro di bonifica del casale e di tutti i suoi spazi esterni è stato lungo e faticoso e non è ancora terminato, ma stagione dopo stagione si recupera uno spazio, si mette a posto un palco, ci si inventa una nuova vita per i tanti ambienti del Monk. «Ci abbiamo creduto, sputato sangue e soldi», raccontano adesso Raniero e Yuri, sempre allargando il braccio per mostrare quello che dal nulla hanno realizzato: un luogo di aggregazione sociale, un locale per la musica dal vivo, ma anche un parco giochi attrezzato per i bambini del quartiere, uno spazio polifunzionale per gli studenti, un circolo dove organizzare manifestazioni cinematografiche, reading e corsi di formazione.

Paolo Oreste Gelfo

Silvia Mariotti

Silvia Mariotti

Paolo Oreste Gelfo

I lavori sono iniziati nel 2014 e oggi il Monk rappresenta uno dei locali di riferimento per la musica romana, indie ma non solo: «Abbiamo deciso di rendere omaggio al club La Palma da cui abbiamo ereditato questo luogo – spiegano  i soci – e quindi il nostro programma prevede spesso serate dedicate al jazz». Anche il nome scelto, “Monk”, è un forte riferimento al passato: «Thelonious Monk era un jazzista formidabile – raccontano –. Abbiamo voluto dedicare a lui e al suo genio il nostro circolo». All’ingresso, infatti, si viene accolti da una frase all’apparenza semplice, che però lascia molto da pensare: «Just because you’re not a drummer doesn’t mean you don’t have to keep time».

A Roma l’inverno dura poco e non fa poi così paura, per questo gli spazi esterni del Monk restano sempre aperti, anche se danno il loro meglio in estate, quando il cortile che separa i due corpi del casale diventa un cinema all’aperto e il grande giardino viene suddiviso tra il “playground”, il “kindergarten” e l’“arena”. «Volevamo creare un polo votato alla condivisione e all’aggregazione – sottolineano i due soci del Monk che insieme a Pippo Rossi, uno dei responsabili tecnici del circolo ci portano in giro –, per questo abbiamo voluto creare uno spazio per i bambini, un’area per i ragazzi con campo da basket, tavoli per il ping pong, biliardino e volano, e diversi punti di ristoro in modo che ognuno possa trovare il suo angolo preferito».

Paolo Oreste Gelfo

Paolo Oreste Gelfo

Paolo Oreste Gelfo

(e in home page) Matteo Casilli

Il desiderio di restituire a un quartiere di Roma uno spazio vivibile si è spesso scontrato con la burocrazia: «Quando abbiamo iniziato i lavori di bonifica non avevamo idea che sarebbe stato tutto così complicato, siamo partiti con un ingenuo entusiasmo e forse è stato un bene. Se avessimo avuto il sentore delle complicazioni amministrative magari ci saremmo fatti scoraggiare e qui oggi ci sarebbe ancora una discarica»

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