Oggi la forma più innovativa di riflessione sull'attualità passa per il teatro. Nulla a che vedere con i vecchi spettacoli “impegnati”: preparatevi a rivoluzioni simulate e sperimentazioni visive che prendono di petto le grandi questioni del presente, a partire dalla crisi della democrazia. Segnatevi questi nomi

Ci sono dei momenti nei quali il teatro, tra le più antiche e inattuali delle arti, svela improvvisamente tutta la propria insuperata capacità nel parlare dell’oggi. Non mi sto riferendo a Pierfrancesco Favino e alla stucchevole polemica sul suo Koltès al Festival di Sanremo (il problema, lì, non è il contenuto, semmai il contenitore, insieme al tentativo neppure troppo velato di assegnargli un qualche valore culturale). Quello che dovrebbe stupirci è, al contrario, il fatto che in questi ultimi anni – nel tempo del tramonto delle ideologie, del trionfo della cosiddetta antipolitica e della messa in scacco del sistema democratico – torni con urgenza sulle scene europee proprio il dibattito più dichiaratamente politico, e con esso la questione della rappresentanza; nello specifico, sulla scena si cercano – più e meglio che altrove – possibili risposte alle domande: come uscire dalla crisi? Una forma di partecipazione reale è ancora possibile?
In Italia ci sono stati anche recentemente alcuni importanti esempi di teatro politico, dal coté più mainstream (con i Paolini, i Celestini, i Paolo Rossi, senza dimenticare che lo stesso Beppe Grillo è partito dal teatro) a quello più indie – ammesso che esista ancora una simile distinzione – anche se spesso, da noi, questo tipo di lavoro finisce inesorabilmente per essere indirizzato in un’ottica più storica e/o sociologica: per fare due esempi recenti – ma ce ne sono tantissimi, dalla Compagnia della Fortezza al Teatro delle Albe ai Motus – citerei senz’altro Daniele Timpano, che con il suo Dux in Scatola ha segnato per certi versi la storia recente, portando la lente mai banale del suo teatro su una vicenda scomoda ma infinitamente simbolica (Timpano sarà al Teatro Filodrammatici di Milano dal 20 al 25 febbraio con il suo Acqua di Colonia, altra importante tappa del suo lavoro tra storia e memoria) e quel Made in Italy che ha rivelato Babilonia Teatri (Leone d’Argento per l’Innovazione teatrale alla Biennale di Venezia nel 2016), un lavoro che si avvicina di più alla critica sociale ma che rimane un ottimo esempio di utilizzo politico del mezzo, dissacrante e caustico ritratto della desolazione culturale e umana del nostro Nord-Est.

Dallo spettacolo “Revolution Now!” del collettivo Gob Squad

Complici le politiche culturali degli ultimi anni, però, il nuovo a teatro si muove su coordinate più europee che italiane: diversamente da quanto accade nel nostro Paese, altrove si riesce a mettere con più efficacia nel mirino della propria analisi i temi legati al vivere comune, e la dimensione del teatro diventa sempre più quella di un congegno partecipato attivamente dai suoi “spettatori”. Così, a Milano, uno degli spazi più interessanti dedicati alla scena contemporanea, Zona K, inaugura la propria stagione con un focus dal titolo inequivocabile (Politics) che presenta tra gli altri due spettacoli stranieri, molto diversi tra loro ma simili per meccanismo e forma. Il 16 e 17 febbraio il regista catalano Roger Bernat presenterà Pendiente de voto (Voto sospeso), uno spettacolo in cui viene richiesta la partecipazione del pubblico per una riflessione politica che con humor affronta i meccanismi del potere e le derive totalitarie in germe nella collettività, mentre il 9 e 10 marzo lo svizzero Yan Duyvendak in Actions costruirà un dispositivo scenico unico, in grado di trattare il tema dell’esclusione e dei rapporti che esistono tra arte, attivismo e cambiamenti sociali nel momento in cui i valori delle nostre democrazie europee sembrano vacillare. Actions dà vita a un’assemblea ideale dove possano esprimersi rifugiati, responsabili politici e cittadini impeganti nel volontariato per mettere a punto azioni efficaci liberandosi dalla retorica delle buone intenzioni.

Ancora due momenti di “Revolution Now!”

Per rimanere a Milano, sono da poco passati (ma torneranno presto) altri due gruppi cardine del nuovo teatro politico. Agrupaçion Señor Serrano, compagnia vincitrice del Leone d’Argento a Venezia, è stata definita da Renato Palazzi su la Domenica del Sole 24 Ore «uno di quei fenomeni creativi che stanno cambiando il volto della scena contemporanea». Nella sua più recente produzione, Birdie, il gruppo catalano lega tra loro elementi disparati (i disperati in fuga verso l’Europa, gli uccelli protagonisti del capolavoro di Hitchcock e il golf) per parlare del tema delle migrazioni nel suo rapporto con le politiche dei Paesi occidentali. Impossibile, poi, non segnalare il collettivo anglo-tedesco Gob Squad, che ha recentemente portato a Triennale Teatro dell’Arte il suo spettacolo/happening Revolution Now!, con la sala trasformata per due ore nel ribollente quartier generale di un gruppo di insurrezionalisti collegati in diretta a una piccola emittente tv che trasmetteva senza sosta proclami, manifesti, canzoni di rivolta. Il quesito di fondo che ha coinvolto gli spettatori: è il momento giusto per fare la rivoluzione? Le nostre vite non sono forse troppo “comode”? Siamo pronti a sacrificarle per la causa?

“Actions” di Yan Duyvendak

Anche nel nostro Paese, comunque, qualcosa si sta muovendo. Mentre artisti coraggiosi come Giulio Cavalli continuano a fare politica – nella sua accezione più nobile – anche a rischio della propria incolumità fisica, sempre all’interno del suo focus Politics Zona K ospita l’artista rivelazione Filippo Ceredi con Between me and P., spettacolo-documentario in cui è l’azione di un singolo a farsi gesto politico nel rifiuto radicale dello status quo.
Oggi più che mai, il dibattito intorno al nostro destino comune si va facendo urgente, e le novità sul palcoscenico lo testimoniano: anche ammettendo con Henry Ward Beecher che «la peggior cosa al mondo, subito dopo l’anarchia, è il governo», resta pur sempre da capire – nel momento in cui ci si ritrova giocoforza a farvi ricorso – quale possa essere la migliore delle sue forme possibili.

Chiudi