Intervista a Giovanni Soldini dopo la traversata sulla tratta del tè tra Hong Kong e Londra

Nei Mari del Sud. Navigando da Hong Kong lungo il Mar della Cina. Fino ad attraversare lo Stretto della Sonda, tra Giava e Sumatra. Facendo slalom tra mercantili, detriti di plastica e isole coralline. Prima d’immergersi negli alisei e le correnti dell’Oceano Indiano. Percorso di traverso sotto la linea dell’Equatore, costeggiando il Madagascar. Giù sino al Sudafrica, a doppiare il Capo di Buona Speranza e le sue turbolenze. Poi, una lunga risalita costeggiando l’Africa. E dalla linea dell’Equatore in su sfidare l’inverno, il maltempo e i suoi marosi. Passare a fianco delle Azzorre e inoltrarsi nel Golfo di Biscaglia, con l’obiettivo di arrivare al Canale della Manica, per l’ultima sfida: entrare controvento nel Tamigi e risalire fino a Londra, al molo di St Catherine, a Tower Bridge, dove il cronometro è stato fermato. Dopo 36 giorni, 2 ore e 37 minuti. Spinti solo dal vento, con il record sulla rotta Hong Kong-Londra migliorato di cinque giorni.

Giovanni Soldini, 52 anni, da tre giorni ha rimesso i piedi a terra. Un’impresa. L’ennesima. Che ha il sapore delle cose buone e degli amici che lo aspettavano sulle rive del Tamigi. «C’era un sacco di gente. Quando arrivi da 36 giorni dentro al mare basta poco per farti contento».

La Great Tea Race si tenne per la prima volta nel 1866. Cinque veloci clipper, tra i più moderni velieri dell’epoca, si sfidarono sul percorso che risaliva l’antica rotta sulla quale gli inglesi trasportavano il tè dalla Cina all’Inghilterra. Navigarono 99 giorni prima di arrivare a Londra. Tredicimila miglia marine nella rotta teorica ufficializzata dal World Sailing Speed Record Council, il terzo percorso più lungo a vela, dopo la circumnavigazione del pianeta e la New York-San Francisco. Soldini e il suo equipaggio lo hanno completato in 36 giorni: «Devo ringraziarli tutti e cinque, tutti grandissimi velisti con tanta esperienza». Una lunga linea che gira attorno a più di mezzo mappamondo. «A più di diciassette nodi di media». Una velocità assurda. Più simile a quella di un motoscafo che a una barca a vela. «Nell’ultimo tratto, quando ci avvicinavamo all’Europa, la velocità di “crociera” era molto spesso sopra i trenta nodi», racconta Soldini. «L’unico uomo al mondo capace di trovare una donna anche in mezzo al Pacifico», come lo definì l’Avvocato dopo l’epico salvataggio della velista francese Isabelle Autissier, rimasta un giorno in acqua nel Pacifico in tempesta, a duemila chilometri da Capo Horn. Soldini la trovò dopo una notte insonne a navigare di bolina con il vento a 45 nodi. Mandando all’inferno la gara e le classifiche per cercare ostinatamente di salvare quella donna francese che era davanti a lui nella Around Alone, la regata transoceanica da Auckland a Punta del Este, ma che aveva avuto più sfortuna.

Lo skipper milanese con la Legion d’Onore ha fatto la prima traversata oceanica a sedici anni. Vanta due giri del mondo in solitaria, di cui uno vinto. Più di trenta regate transoceaniche molte delle quali vinte. Ha il mare riflesso negli occhi. Il precedente primato sulla rotta Hong Kong-Londra resisteva dal 2008, apparteneva a Lionel Lemonchois. Uno che nel palmares ha dozzine di regate internazionali. Il francese aveva stabilito il record con il maxi catamarano Gitana 13. Un 32 metri con nove persone d’equipaggio, dopo 41 giorni e rotti in barca. Soldini ha “limato” il record di cinque giorni. «Non era scontato. Quando navighi in Equatore puoi rimanere senza vento per giorni. E quando passi nell’Emisfero Nord puoi trovare 40 nodi di vento, albatros e balene con cui rischi di scontrarti di notte».

Il successo di un’impresa del genere dipende dalla preparazione, ma anche dal fattore “c”. O, se volete, dalla benevolenza di Nettuno, il dio dei flutti e dei velisti. «È andato tutto bene. Se fossimo arrivati due giorni dopo sarebbe stato impossibile risalire fino a Londra perché le condizioni del tempo non lo permettevano più. Con 35-40 nodi di vento nella Manica ci saremmo dovuti fermare». C’è poi da considerare la sfida tecnologica, il Maserati Multi 70, trimarano di 21 metri, è una farfalla sull’Oceano. «Maserati è una barca molto veloce. Ma i multiscafi che fanno navigazioni di questo tipo di solito sono più grandi di dieci metri. Più grosso è lo scafo e più tardi ti trovi davanti al mare grosso. Io sentivo attorno a me un sacco di scetticismo. C’era tanta gente che gufava: “Non è possibile”; “La barca è troppo piccola, non ce la farà”». Il momento più difficile? «Quando abbiamo rotto uno dei tre timoni nell’Oceano Indiano. Siamo stati tre mesi alle Hawaii per prepararci. Abbiamo cercato di prevedere tutti i possibili imprevisti. E per fortuna avevamo pensato di portarci dietro un timone di scorta. Ma nessun trimarano come questo aveva mai percorso una rotta così lunga senza fermarsi mai».

Chiudi