Elezioni presidenziali russe: le vecchie ricette non funzionano più, indifferenza e malcontento serpeggiano. Per Putin, vincitore scontato il prossimo 18 marzo, non saranno anni facili

Navalny. La scritta, in stampatello, vernice rossa e verde, è apparsa sui cumuli di neve alti fino alla vita che hanno ricoperto Mosca dopo quella che i meteorologi hanno definito la più abbondante nevicata degli ultimi 100 anni. Nessuno sa chi sia stato il primo a scriverla, ma la voce si è sparsa per i social in un pomeriggio: basta scrivere il nome dell’oppositore che Vladimir Putin non pronuncia mai, e gli addetti comunali vengono a portare via la neve che è rimasta per giorni a ostruire passaggi e marciapiedi. Provare per credere: le scritte si sono moltiplicate, in una sorta di rituale magico allo scopo di evocare gli spazzaneve, e di irritare il potere.

Che dal subconscio dei moscoviti, di fronte a una superficie immacolata, emerga non il nome della squadra del cuore, della morosa o altre frasi classiche da parete, ma il nome impronunciabile dell’unico vero concorrente che Putin abbia mai avuto in 19 anni al comando, è sintomatico di una strana campagna elettorale, dove il principale sfidante è assente. Aleksej Navalny è stato bandito dalle elezioni con il pretesto di una condanna per truffa che il Tribunale europeo ha imposto a Mosca di rivedere. Difficilmente avrebbe prevalso, ma avrebbe probabilmente impedito a Putin di vincere con un plebiscito, e soprattutto avrebbe fatto emergere lo scontento dalle cucine e dai forum su internet nello spazio mediatico mainstream. Il Cremlino però ha deciso di andare sul sicuro, e Navalny ha chiamato al boicottaggio delle elezioni del 18 marzo, attaccando il governo con le sue solite armi: le sferzanti videodenunce della corruzione degli uomini di Putin in Rete, e le manifestazioni che finiscono regolarmente con centinaia di arresti. In assenza di un vero rivale, il problema principale della quarta rielezione di Putin diventano i numeri. Gli altri sette candidati sono irrilevanti: Vladimir Zirinovskij, il nazionalista estremista che partecipa a tutte le elezioni dal 1991, e che appoggia da sempre il Cremlino, Boris Titov, un imprenditore che non nasconde di appoggiare Putin, il liberale di corte Grigorij Javlinskij, Ksenia Sobchak, famosa star dei reality che si propone come voce della vera opposizione, uno dei personaggi più antipatici ai russi, e lo sconosciuto miliardario comunista Pavel Grudinin, proprietario di un’azienda agricola che porta il nostalgico nome di Lenin ed ex fiduciario di Putin. Visti i concorrenti, il presidente corre di fatto contro se stesso, ed è una gara difficile. A 65 anni, dopo 19 anni di assoluto protagonismo sulla scena politica russa, il capo del Cremlino non può più promettere il benessere petrolifero degli anni passati, e la gloria nazionalista che gli ha regalato l’86 per cento dei consensi per l’annessione della Crimea – le elezioni non a caso sono state spostate nella data del quarto anniversario – è stata offuscata da anni di recessione e tagli alla spesa pubblica. L’economia è tornata a crescere dell’1,4 per cento, ma il reddito reale è sceso per quattro anni consecutivi. In un sistema dove qualunque alternativa è stata eliminata, e dove il candidato principale non partecipa ai dibattiti, la vera gara diventa interna al sistema, con i vari governatori, direttori di aziende e deputati che competono tra di loro per garantire al capo supremo il maggior numero dei voti.

Una partita dall’esito scontato, che scoraggia molti dall’andare alle urne. L’obiettivo non dichiarato del Cremlino è un 70 per cento di voti con un 70 per cento di affluenza, ma pare difficile da raggiungere. Rivincere con un 64 per cento, come nel 2012, sarebbe un risultato fragile, scendere ancora sotto significherebbe colpire l’immagine di leader che fece dire all’attuale presidente della Duma Vyacheslav Volodin nel 2014 che «senza Putin non ci può essere la Russia». Ma in assenza di un vero scontro politico la campagna elettorale si è svolta in sordina, con il presidente che ha compiuto i giri rituali di università, fabbriche, campagne e caserme, fotografandosi con sportivi, bambini, veterani e artisti, elargendo caute promesse di aumenti salariali e investimenti infrastrutturali.

Uno spettacolo già visto, che ha suscitato indifferenza, soprattutto nei giovani che non ricordano un passato precedente a Putin, ma che nello stesso tempo vede ridursi le sue opportunità, a causa della fine del boom petrolifero, della corruzione, dell’arretratezza tecnologica e ideologica, della chiusura all’Occidente, del nepotismo che vede nelle poltrone migliori i figli del clan putiniano, impegnati in matrimoni dinastici e divorzi miliardari. La consolidata ricetta patriottismo più stabilità comincia a perdere appeal anche con i meno giovani, esasperati da un calo del tenore di vita che la Russia ormai si stava scordando, e da un sistema di welfare che non rassicura nessuno: dopo le elezioni appare inevitabile l’aumento dell’età pensionistica, da 55 anni per le donne e 60 per gli uomini a 65 anni per tutti. Con il tesoretto petrolifero che si va assottigliando, mentre le spese per le guerre in Ucraina e in Siria cominciano a pesare sempre di più, anche un aumento delle tasse sembra necessario. Il numero dei poveri, con un reddito inferiore a 170 dollari mensili, è aumentato al 13,5 per cento. I tagli di un terzo a scuola e sanità hanno messo in allarme la Banca mondiale, mentre i vip russi vanno a curarsi all’estero. Solo il 2 per cento dei russi sono contenti del loro sistema sanitario, e i numeri sono altrettanto bassi se si chiede agli elettori quanto si fidano della polizia, dell’esercito e delle amministrazioni locali. Metà dei russi, secondo il Lewada Zentr, ritiene necessario cambiare la linea del governo, anche se nello stesso tempo l’84 per cento approva l’operato di Putin alla presidenza. Un potenziale di scontento e protesta che per ora la propaganda e l’abitudine alla sopportazione ancora sovietica tengono sotto controllo. Ma il vero pericolo per Putin può venire soprattutto dalla sua stessa élite, che proprio ora, quando il meccanismo del potere sembrava oliato a perfezione, dovrà cercarsi un nuovo leader. Il quarto mandato del presidente sarà tutto dedicato a consolidare le posizioni dei fedelissimi, e a lotte senza esclusioni di colpi per la sua eredità.

Putin contro Putin, e forse non è un caso che l’unico scandalo della campagna elettorale sia stato la proibizione, da parte del ministero della Cultura, della proiezione del film inglese Morto Stalin se ne fa un altro, una commedia nemmeno troppo surreale sulle lotte fratricide intorno al corpo del dittatore georgiano.

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