Mostre, libri, foto su Instagram celebrano il brutalismo. Fenomenologia della passione per lo stile architettonico più detestato in tutto il mondo

Qualche tempo fa ho passato alcune ore nella città di Hoyerswerda, accompagnando con entusiasmo un amico a caccia di Plattenbauten, i prefabbricati popolari che erano il marchio della Germania Est. Ognuno ha gli amici che si merita e io ho Fabio. Il mio amico seguiva la traccia di Franziska Linkerhand, un romanzo di Brigitte Reimann, pubblicato in italiano da Voland: il libro racconta di una ragazza che partecipa, da architetto, alla costruzione di una new town comunista. Ma quando siamo arrivati davanti alla biblioteca dedicata proprio a Brigitte Reimann – scrittrice di cui avevo sentito per la prima volta il nome quella mattina e che avrei letto soltanto in seguito – siamo rimasti delusissimi. Ma… come?!? La Brigitte-Reimann-Stadtbibliothek è ospitata in una struttura leggera, vetrata. Noi ci aspettavamo (meglio: noi desideravamo) un edificio severo, catafratto. Un sarcofago di cemento. Un edificio mostruoso. Qualche giorno prima, mi ero molto imbarazzato con me stesso per aver trovato bellissimo il complesso che Adolf Hitler fece costruire a Prora, sull’isola di Rügen, per premiare con periodi di villeggiatura torme di arianissimi tedeschi: una stecca vertiginosa di edifici incompiuti che si allunga per quattro chilometri. Perché questa attrazione perversa? Una possibile risposta viene da una mostra al Deutsches Architekturmuseum di Francoforte che, fino al 2 aprile, celebra il brutalismo. Con modelli e fotografie l’esposizione documenta la diffusione in tutto il mondo, a partire dagli anni Cinquanta, di questo stile architettonico devoto al cemento a vista, al béton brut. Perché, sì, benché la parola “brutalismo” solleciti la fantasia con riferimenti a un’efferata ferocia progettuale, l’etimo è legato, più mitemente, al francese brut: “grezzo”.

La passione brutalista cresce. Si nutre di scatti su Instagram e di libri, come This Brutal World di Peter Chadwick. Rivive con Simon Terrill e con il collettivo Assemble che hanno proposto al museo Vitra The Brutalist Playground, una riedizione in materiale morbido dei parchi giochi cementizi anni Sessanta per i figli della working class britannica. E si museifica grazie al V&A Museum, che ha acquistato una porzione del complesso di edilizia popolare Robin Hood Gardens di Londra, in corso di demolizione. Ma come si chiama l’esposizione francofortese? Save the Concrete Monsters! (Salvate i mostri di cemento!). Ecco allora la risposta al quesito iniziale! Esiste una teratofilia architettonica, un’attrazione per il mostruoso! Tutto bene, dunque? No. La mostra è curata dalla piattaforma #SOSBrutalism, che cataloga in un database online gli edifici brutalisti, per promuoverne il salvataggio. Infatti, se l’amore per il brutalismo si diffonde, i suoi prodotti sono invece in pericolo. Il motivo di questo paradosso è chiaro, qualora lo si voglia ammettere: fatta eccezione per l’accresciuta setta degli ammiratori, tutti gli altri trovano il brutalismo abominevole, soprattutto quelli che se lo potrebbero godere da vicino e, invece, vorrebbero cancellarne ogni traccia dalla Terra – costoro, gli “abitatori del brutalismo”, hanno spesso, lo ammettiamo, più di una ragione per aborrirlo: «Ti piace la torre Genex di Belgrado? E perché non ci vai a vivere tu, allora?».

Per provare a capire meglio da che cosa nasca questa furia demolitrice ci spostiamo a Roma. Fin dalla sua inaugurazione, nel 1911, l’Altare della Patria, il “Vittoriano”, infastidisce gli occhi, e i nervi, di molti. Il monumento scintilla nel suo marmo botticino che neanche le luci più oblique sanno brunire. Dilaga sul Campidoglio con il suo abbraccio di colonne. Ostruisce l’orizzonte di ogni sguardo su Roma. Nel 1986 l’edificio è stato sottoposto addirittura a un “processo” pubblico, con la partecipazione di storici dell’architettura, politici e giornalisti che accusavano, difendevano, sentenziavano (gli “atti del processo” furono raccolti in uno squisito volume edito da Scheiwiller). Il “giurato” Carlo Odorisio proponeva ad esempio di far impacchettare l’Altare della Patria da Christo, per venticinque anni. Ma il vero colpo d’ala è del “testimone” Fulco Pratesi che suggeriva di «farlo ricoprire di rampicanti». C’è del genio:

«I rampicanti sono infiniti – infieriva il presidente del WWF – si va dalla bignonia al gelsomino, al glicine, alla bouganvillea: è una varietà di piante, di fiori e di colori che potrebbe veramente trasformare questa massa rigida e cristallina di marmo in qualcosa di vitale e di bellissimo».

Entrambi, Odorisio e Pratesi, giocavano con la colossale volumetria del Vittoriano. Perché il “problema” dell’Altare della Patria, più che alla sua bruttezza, è legato alle sue proporzioni ciclopiche proprio in mezzo a Roma.

Sì, le dimensioni contano. E questo vale anche per il brutalismo. Un quadro sta in un museo: chi non lo apprezza può facilmente ignorarlo. Un monumento o un palazzetto sono meno discreti. Però, se non ti piacciono, puoi fare il giro largo per non vederli. Ma questo non è possibile con il Vittoriano o con i gioielli del brutalismo. Come si può far finta di non vedere un gingillo di trentun piani come la Trellick Tower di Londra, disegnata da Ernő Goldfinger? Ian Fleming, che detestava l’opera di questo architetto, si vendicò prestandone il cognome al cattivo di 007. Ma come si fa quindi a convincere tutti gli altri odiatori del brutalismo e dei suoi parenti che, piaccia o non piaccia, quelle “cose” di centinaia di migliaia di metri cubi di cemento armato in mezzo a una città o sulle alture che la sovrastano – è il caso del palazzo-quartiere Rozzol Melara di Trieste – siano da conservare e da restaurare come reperti preziosi?

La vera incomprensione si annida proprio nella mostruosità. A prima vista, la battaglia sul brutalismo sembra una riedizione della querelle eterna che contrappone amanti e detrattori dell’arte contemporanea. Ma se, in quel caso, lo scontro si articola in una comprensibile dialettica («Questo quadro fa schifo»; «No, è bellissimo»), il conflitto tra brutalistofili e brutalistofobi è invece improntato a un dialogo dell’assurdo in cui da un’identica premessa («Ma questo palazzo è mostruoso!») conseguono giudizi opposti («Andrebbe raso al suolo» / «Dovrebbe essere preservato come il Colosseo»). E intanto gli edifici brutalisti? Poveri mostri! Molti di loro hanno compiuto quaranta, cinquanta, sessanta anni e si sono deteriorati, perché il cemento armato, nonostante il nome marziale, patisce i colpi dell’età. Sono quasi tutti enormi e quindi costosi da ristrutturare (e chi paga?). Sono spesso collocati in città appartate o in quartieri popolari e quindi non ricevono visite neppure da chi concederebbe loro uno sguardo carezzevole. Sono considerati da decine di milioni di persone un aberrante orrore da abbattere. E, ah sì, sono tutti bellissimi.

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