Design

Come sarà il futuro? Le parole dei designer

IL 100 30.03.2018

Cento idee, cento modi per dire come vivremo e produrremo. È la riflessione di #sendmethefuture, dal 17 al 22 aprile alla galleria Subalterno1 di Milano

In futuro potremmo far crescere i nostri prodotti in giardino. Lo pensa Maurizio Montalti di Officina Corpuscoli, progettista che lavora tra design e scienza, combina ecosistemi per creare oggetti e coltiva biomateriali con la sua azienda Mogu: «C’è uno sbilanciamento nel nostro sistema produttivo: raccogliamo senza restituire. Non abbiamo rispetto per la rigenerazione. Per non essere sterile l’industria dovrebbe essere una trasposizione della pratica agricola». Simile la visione di Francesca Lanzavecchia dello studio Lanzavecchia+Wai: «Potremmo far crescere la carne in vitro in casa o le verdure sulle pareti. È il risultato dell’iperlocalizzazione, mentre viviamo in megalopoli. Che cosa vuol dire per un brand produrre localmente? Magari che uno stilista dà le sue direttive e ogni città produce in proprio».

Che grazie all’automazione trafficheremo molto di più con i file che con le fabbriche e gareggeremo coi robot per avere il primato della creatività, lo sostiene anche Piergiorgio Robino dello Studio Nucleo: «Ci scambieremo i progetti e stamperemo in 3D quello che ci serve. Avremo perso la capacità manuale di lavorare la materia e produrre scarti, ma ci batteremo per non perdere l’eredità della nostra specie. Per questo io creo fossili per il futuro come la serie Souvenir of the Last Century, in cui metto nella resina panche fatte da pastori di montagna: pezzi di design anonimo che sono la nostra memoria». Tutto il resto continueremo ad aggiustarlo, trasformandolo in continuazione come testimonia la pratica di Lorenzo Damiani: «Avevo dei piatti sbeccati e ho usato il difetto come decorazione. Oppure ho progettato delle ciotole muranesi con all’interno gli scarti della produzione del vetro: per le fornaci rifiuti speciali da smaltire, per me un’opportunità estetica e sostenibile».

Il futuro pensato dai quattro designer sembra una dimensione immaginata da Philip K. Dick. In realtà, proprio come nei libri del geniale autore americano, il futuro è il presente alternativo che non (tutti) vediamo. Ora sarà il protagonista, con queste e molte altre idee, della mostra #sendmethefuture alla galleria Subalterno1 di Milano, dal 17 al 22 aprile. I curatori, che hanno selezionato per IL cento definizioni di futuro (sotto), sono il direttore del master in service design al Politecnico di Milano Stefano Maffei e il designer Marcello Pirovano, co-fondatore di Tecnificio: hanno chiesto a cento progettisti di «raccontare l’utopia/distopia del nostro futuro». Giovani e affermati, industriali e da collezione, hanno risposto in settanta e i loro elaborati saranno esposti negli spazi della galleria di Lambrate. Se arrivano in tempo. La cornice tecnologica in cui i curatori hanno deciso di definire il progetto è quella anacronistica del sistema postale: i partecipanti hanno ricevuto via posta tutte le informazioni e via posta dovranno spedire la loro riflessione.

Perché questa complicazione? «È come la malattia di Mann che costringe al sanatorio: ci siamo immaginati questa situazione di disconnessione dal mondo come occasione per una piccola meditazione. La missiva è un canale di pensiero libero, ma allo stesso tempo spinge a evitare la banalità», risponde Maffei. La carta francobollata santifica la crucialità del tema: «Dire che il mondo sta cambiando è ormai un luogo comune», continua lui, «ma affrontarlo, cioè parlare di futuro, sembra una questione residuale: una nicchia per specialisti. Invece è centrale. Migrazioni, lavoro, genetica, riscaldamento globale, tecnologia: il mondo che conoscevamo non c’è più, anche se non vogliamo ammetterlo. In questo scarto si inserisce la progettualità, la possibilità di costruzione: ci rende protagonisti della trasformazione. I grandi maestri del passato erano attivisti culturali e politici, si caricavano cioè delle sfide della società». «In un momento di grande cambiamento, è importante capire quale strada percorrere», gli fa eco Andrea Gianni, fondatore di Subalterno1, spazio nato per raccontare l’autoproduzione: «Oggi lavorare con l’industria è difficile e poco remunerativo: bisogna trovare nuove vie».

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