Il nuovo album, il tour, le difficoltà di vivere di musica. Incontro con il cantautore romano

«Oggi vivere facendo il cantautore, che poi è una parola che non mi piace, è difficilissimo, non ci si campa. Quasi tutti i cantanti hanno altri lavori, io ho la fortuna di farne tre tutti legati alla musica». Luca D’Aversa colpisce per questo, per la facilità con cui ti racconta cose anche toste. E per la capacità di destreggiarsi tra la sua attività di cantautore, il suo studio di registrazione (punto di riferimento per molti musicisti romani) e le scuole materne di Roma dove insegna propedeutica musicale a bambini dai tre ai cinque anni. «Più che altro – racconta – bisogna insegnare loro il silenzio, che è la cosa più difficile ed è anche il contrario di musica. Ma senza il silenzio la musica non esisterebbe».

Tre lavori e una città che D’Aversa definisce «poco vivibile: faccio ogni giorno moltissimi chilometri e di Roma vedo soprattutto i difetti. In questo sono un romano atipico. Ma devo ammettere che musicalmente parlando la Capitale sta vivendo un momento d’oro, soffia un vento di freschezza e di novità».

Anche il suo ultimo disco, Fuori (DIY Italia/Sony Music), viaggia su questa brezza perché nasce dall’ascolto della musica che gira intorno, per dirla alla Fossati. «Sono un ascoltatore molto critico, non mi piace mai niente, però se una cosa mi colpisce ci vado in fissa e da quella prendo spunto. Bisogna lasciarsi sorprendere dalle cose». L’album si apre proprio con il brano Lasciati sorprendere, un inno ad aprire teste, finestre, occhi.

Claudia Antonucci

Dal suo studio di registrazione, dal suo “dentro”, Luca D’Aversa si è messo a guardare “fuori”, e quello che ha visto lo ha raccontato nelle nove tracce del disco che da aprile verrà portato in tour in giro per l’Italia. «Il momento del live è magico – spiega – supera persino quello della scrittura e del lavoro in studio».

Detto da uno che alla musica tiene in maniera maniacale è un’ammissione di quanta voglia abbia D’Aversa di tornare sul palco, quattro anni dopo il suo primo lavoro. «Scrivo perché mi capitano delle cose, scrivo per urgenza, come una sorta di terapia psicologica. Ma prima delle parole, per me vengono le note: parto sempre da un giro di chitarra acustica, poi arriva un momento magico in cui escono fuori le parole». Però la parola “cantautore” non gli piace: «Sono cresciuto ascoltando Dalla e De Gregori, però a un certo punto mi sono discostato da quel genere. Nel mio lavoro c’è una forte ricerca musicale, che supera il testo».

Fuori è stato registrato su un banco Argentini di fine anni ‘60 con l’intento di raggiungere un suono riconoscibile, dirigendosi verso sonorità più elettriche ed elettroniche.

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