Magazine / Appendice

Hanno ammazzato Barthes, Barthes è vivo

di LAURENT BINET
IL 100 19.03.2018

«“Signor Foucault?”». Il grande calvo sta raccogliendo i suoi appunti, con quel rilassamento tipico dell’insegnante che ha finito la sua lezione». In anteprima su IL, alcune pagine del romanzo “La settima funzione del linguaggio” (La nave di Teseo)

Nell’androne d’ingresso, trova la lista delle materie insegnate: Magnetismo nucleare, Neuropsicologia dello sviluppo, Sociografia dell’Asia sud-orientale, Cristianesimo e gnosi nell’Oriente pre-islamico. Perplesso, va nella sala professori e chiede di Michel Foucault. Gli dicono che sta facendo lezione.

L’anfiteatro è pieno zeppo. Bayard non può neanche entrare in aula. Viene respinto da un muro compatto di ascoltatori, indignati quando cerca di aprirsi un varco. Uno studente indulgente gli spiega sottovoce come funziona: se si vuole un posto a sedere, si deve arrivare due ore prima dell’inizio. Quando l’anfiteatro è pieno, ci si può spostare a quello di fronte, dove il corso è diffuso via radio. Non si vede Foucault, certo, ma almeno lo si sente.

Bayard va dunque nell’aula B, anch’essa molto piena, ma lì si riesce ancora a trovare qualche posto. La folla è molto eterogenea, ci sono giovani, vecchi, fricchettoni, yuppies, punk, dark, inglesi con il gilet di tweed, italiane in décolleté, iraniane con il chador, nonne con il loro cagnolino. Lui si siede accanto a due gemelli vestiti da astronauti (senza il casco, però). L’ambiente è concentrato, le persone prendono appunti sui loro quaderni o ascoltano con raccoglimento. Ogni tanto tossiscono, come a teatro, ma non c’è nessuno sulla scena.

Gli altoparlanti diffondono una voce nasale, un po’ anni Quaranta, non alla Chaban-Delmas ma, diciamo, Jean Marais mescolata a Jean Poiret, però più acuta.

«Il problema che vorrei porre», dice la voce, «è questo: qual è il significato, all’interno di una concezione della salvezza – vale a dire all’interno di una certa concezione dell’illuminazione, di una certa concezione del riscatto che è stato ottenuto dell’uomo in occasione del battesimo – quale può essere il significato della ripetizione della penitenza, o anche della ripetizione stessa del peccato».

È molto professorale: questo Bayard lo percepisce. Cerca di cogliere di cosa parla ma purtroppo lo fa proprio nel momento in cui Foucault dice: «In modo che il soggetto arrivando alla verità, e legandosi a essa attraverso l’amore, manifesti, nelle sue proprie parole, una verità che non è altra cosa che la manifestazione in lui della vera presenza di un Dio che, lui stesso, non può che dire la verità, perché lui non mente mai, è veridico».

Se Foucault avesse parlato, quel giorno, di prigione, di controllo, di archeologia, di biopotere o di genealogia… chissà… Ma la voce implacabile continua il suo percorso: «Anche se per un certo numero di filosofi o di cosmologi il mondo potrebbe senza problemi girare in un senso o nell’altro, nella vita degli individui il tempo ha una sola direzione». Bayard ascolta senza capire e si lascia cullare, dal tono ora didattico e impostato, ora melodioso, nel suo genere, sostenuto da un senso del ritmo, dei silenzi e della punteggiatura molto ben controllato.

Questo qua guadagnerà più di lui?

Sì, senza alcun dubbio. Bayard non arriva a frenare il rancore istintivo che gli fa detestare questa voce a priori. È con persone così che la polizia deve dividersi le imposte del contribuente. Sono funzionari come lui, però lui merita di essere retribuito dalla società per il suo lavoro. Ma questo Collège de France, cos’è? Fondato da François I, d’accordo, lo ha letto all’ingresso. E poi? Corsi aperti a tutti, che interessano solo a disoccupati di sinistra, pensionati, illuminati o professori che fumano la pipa; mestieri improbabili di cui non ha mai sentito parlare… Niente diplomi, niente esami. Persone come Barthes e Foucault pagati per raccontare cose fumose. Bayard è già sicuro di una cosa: non è qui che si impara il suo mestiere. Epistème un paio di palle.

Quando la voce dà appuntamento alla settimana successiva, Bayard torna nell’anfiteatro A, risale il flusso degli uditori che si riversa dalle porte battenti, penetra finalmente nella sala, vede giù in basso un uomo calvo con gli occhiali che porta un dolcevita sotto la giacca. Ha l’aria insieme robusta e longilinea, la mascella decisa, leggermente prominente, il portamento altero di coloro che sanno che il mondo ha riconosciuto il loro valore, e il cranio impeccabilmente rasato. Bayard lo raggiunge sulla pedana. «Signor Foucault?». Il grande calvo sta raccogliendo i suoi appunti, con quel rilassamento tipico dell’insegnante che ha finito la sua lezione. Si volta verso Bayard con benevolenza, sapendo quale timidezza i suoi ammiratori devono talvolta vincere per rivolgergli la parola. Bayard tira fuori la sua tessera. Anche lui è ben conscio dell’effetto che produce. Foucault si ferma un secondo, guarda la tessera, guarda il poliziotto e poi si reimmerge nei suoi appunti. Teatrale, parla come se parlasse al pubblico, che si sta disperdendo: «Mi rifiuto di essere identificato dal potere». Bayard fa come se non avesse sentito: «Riguarda l’incidente».

Il grande calvo spinge i suoi appunti nella cartella e lascia la pedana senza dire una parola. Bayard gli corre dietro: «Signor Foucault, dove va? Devo farle qualche domanda!». Foucault sale i gradini dell’anfiteatro a grandi falcate. Risponde senza voltarsi, e senza rivolgersi a nessuno in particolare, in modo che tutti quelli ancora presenti possano sentirlo: «Mi rifiuto di essere individuato dal potere!». La sala ride. Bayard lo prende per il braccio: «Voglio solo che mi dia la sua versione dei fatti». Foucault si blocca e tace. Tutto il suo corpo è irrigidito. Guarda la mano aggrappata al suo braccio come fosse il colpo più grave inferto ai diritti dell’uomo dopo il genocidio cambogiano. Bayard mantiene la presa. Intorno a loro, mormorii. Alla fine di un lungo minuto, Foucault acconsente a parlare: «La mia versione è che lo hanno ucciso». Bayard non è sicuro di aver sentito bene.

«Ucciso? Ma chi?».

«Il mio amico Roland».

«Ma non è morto!».

«È già morto».

Foucault fissa il suo interlocutore con lo sguardo intenso dei miopi, dietro i suoi occhiali, e lentamente, scandendo le sillabe, enuncia, come formulasse la conclusione di un lungo percorso di cui lui solo conosce la logica segreta:

«Roland Barthes è morto».

«Ma chi lo ha ucciso?».

«Il sistema, ovviamente!».

L’uso della parola “sistema” conferma al poliziotto ciò che temeva: si trova in mezzo a sinistroidi. Sa per esperienza che sanno parlare solo di questo: la società corrotta, la lotta di classe, il “sistema”… Aspetta il seguito senza alcuna impazienza. Foucault, magnanimo, accetta di chiarire:

«Roland è stato violentemente preso in giro in questi ultimi anni. Perché aveva il paradossale potere di capire le cose per come sono e al contempo di reinventarle con una freschezza mai vista; gli si è rimproverato il suo lessico, è stato imitato, parodiato, è diventato oggetto di caricature e di satira…».

«Sa se aveva dei nemici?».

«Certo. Da quando era al Collège de France – sono stato io a farlo entrare – gli invidiosi si sono raddoppiati. E i nemici erano anche di più: i reazionari, i borghesi, i fascisti, gli staliniani e soprattutto, soprattutto, la vecchia rancida critica che non lo ha mai perdonato!».

«Perdonato di che?».

«Di aver osato pensare! Di aver osato rimettere in causa i suoi vecchi schemi borghesi, di aver messo in luce la sua infetta funzione normativa, di aver mostrato cosa era davvero: una vecchia prostituta insozzata dalla stupidità e dal compromesso!».

«Ma chi, in particolare?».

«I nomi? Per chi mi prende?! I Picard, i Pommier, i Rambaud, i Burnier! L’avrebbero fucilato loro stessi se avessero potuto, dodici colpi nel cortile della Sorbona sotto la statua di Victor Hugo!».

All’improvviso Foucault se ne va e siccome Bayard non se lo aspettava, resta indietro di qualche metro. Foucault esce dell’anfiteatro, velocemente lungo le scale, Bayard lo rincorre, gli sta alle calcagna, i loro passi risuonano sulla pietra, Bayard lo chiama: «Signor Foucault, chi sono le persone di cui parla?». Foucault, senza voltarsi: «Cani, sciacalli, asini patentati, stupidi, nullità, ma soprattutto – soprattutto, soprattutto! – valletti servili dell’ordine stabilito, scribi del vecchio mondo, ruffiani di un pensiero morto che pretendono coi loro sghignazzi osceni di imporci all’infinito il suo lezzo di cadavere». Bayard, aggrappato alla rampa delle scale: «Quale cadavere?». Foucault, calcando i gradini quattro a quattro: «Quello del pensiero morto!». Poi scoppia in una risata sardonica. Bayard, rovistando nelle tasche del suo impermeabile per trovare una penna, pur cercando di darsi un tono, gli chiede: «Potrebbe farmi lo spelling di Rambaud?».
 

(C) Éditions Grasset & Fasquelle, 2015; (C) La nave di Teseo editore, Milano, 2018

Laurent Binet
La settima funzione del linguaggio

La nave di Teseo 2018
510 pagine, 20 euro
In libreria dal 22 marzo

 

La settima funzione del linguaggio è il nuovo romanzo dello scrittore francese Laurent Binet, in uscita per La nave di Teseo nella traduzione di Anna Maria Lorusso. Con un precedente libro, HHhH (Einaudi 2011), da cui è stato poi tratto un film diretto da Cédric Jimenez (con Jason Clarke, Rosamund Pike, Jack O’Connell, Jack Reynor e Mia Wasikowska), Binet vinse nel 2010 il Prix Goncourt per l’opera prima. Con La settima funzione del linguaggio ha invece vinto il Prix Interallié e il Prix Fnac. Tra i protagonisti ci sono Roland Barthes (che è stato investito da un furgone: sarà stato un omicidio?), Umberto Eco e Michel Foucault, che compare nell’anticipazione che pubblichiamo in queste pagine.
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