Appendice

Ho incontrato il lettore nudo e crudo

IL 99 02.03.2018

«Emma Bovary? Bah». «Non provi nulla per lei?». «Che devo dire? È una cretina». Uno scrittore alle prese con un reading club di provincia

«Le va di gestire il nostro reading club?».

La domanda mi è arrivata una mattina di parecchio tempo fa, a bruciapelo, spuntata da un numero qualsiasi sul display, con la voce suadente di una bibliotecaria che dovevo aver conosciuto qualche anno prima a un incontro, ma che in quel momento non ricordavo. Un paesino non lontano da Milano, sì, ma quando, a fare cosa? Bionda, mora, simpatica, antipatica, giovane, vecchia? Non ho fatto in tempo a identificarla che mi sono trovato davanti allo scostumato invito.

«Un circolo della lettura», ho tradotto d’istinto, ripensando a una serata sgradevolissima passata con dieci persone che avevano letto un mio libro e mi avevano voluto ospite. Ho un amico che s’è dovuto far circoncidere a trent’anni per ragioni di salute e durante l’intervento i due medici avevano chiacchierato dell’Inter e di com’erano squisiti i wonton al ristorante cinese dietro viale Tunisia, finché lui, snervato, non aveva fatto presente che avevano pur sempre in mano un raviolo per lui di una certa rilevanza. La sensazione, ospite al club della lettura, era più o meno stata quella: un’operazione in anestesia parziale, dove costretto sul lettino ti tocca assistere all’analisi del tuo miserabile io, con un senso di nausea e di spaesamento. È vero che, una volta pubblicato, il libro è del lettore, ma proprio per questo ogni dialogo con l’autore – che siano rimostranze o complimenti – non ha senso.

«Non saprei», ho risposto, anche se sapevo benissimo e storcevo il naso con relativa puzza. Un circolo della lettura in una biblioteca dell’hinterland milanese per analizzare, insieme a un gruppo di cinquantenarie, oscure scrittrici canadesi e poeti asiatici così poco letti da essere in odore di Nobel: non riuscivo a pensare a niente di meno allettante, se non appunto un’operazione al prepuzio. Così ho chiesto se c’era un compenso, nella speranza che questo chiudesse la questione. Quando ho sentito la cifra di cui disponevano per passare un paio d’ore lì una volta al mese, c’è mancato poco che – tale e quale a Marty Feldman in Frankenstein Junior quando rischia di essere fulminato sul tetto del laboratorio – non mi fiondassi all’istante dall’altro capo del filo, con i libri di Mavis Gallant rispolverati e in tasca una sincera rivalutazione di un certo poeta vietnamita.

E così una sera al mese, per un anno, ho preso l’auto all’imbrunire, come nelle storie dell’orrore, e accompagnato da qualche cantante triste mi sono andato a ficcare nella tana del lupo, nella bocca del leone, nel nido dell’aquila: i lettori della porta accanto, l’unicorno editoriale, la chimera dei dati Istat e delle inchieste, delle rese e dei fallimenti, delle presentazioni stentate e dei reading vuoti, delle lacrime dolci («Il mercato non mi capisce, che bello») e delle ristampe amare (dettate da tirature sempre più basse), temuti e amati, riveriti e disprezzati, agognati e abbandonati. Chi sono dunque? Come ragionano? Loro, loro, loro – come i cattivi immaginari inventati dalle menti paranoiche. Non tanto i lettori (pseudo)evoluti che usano il web, imbrattando di hashtag il paesaggio editoriale. No, il lettore nudo e crudo, solo e ramingo, un campione casuale ma indicativo di cinquanta persone il cui unico social era la biblioteca del borgo.

All’appuntamento, infausta conferma, non c’era nessuno. Una sala vuota illuminata dai faretti e un mucchio di seggiole disposte a cerchio con qualcosa di kubrickiano. Fidelio, maschere, orge frigide? No, alla spicciolata era arrivato il mio gregge e avevamo cominciato l’operazione a libro aperto.

Era un campione abbastanza fedele di certe statistiche: soprattutto donne, sopra i quaranta, residenti al Nord. Leggevano più o meno un libro a settimana (preso in prestito alla biblioteca locale), non badavano alle recensioni, erano intimiditi (per non dire infastiditi) dall’accademia, sceglievano secondo la trama o l’istinto, e mi guardavano con un misto di rispetto e di seccatura.

Come immaginavo, loro avevano un rapporto molto più diretto con il libro. La devozione, la fiducia nel personaggio faceva impallidire il “character is plot” fitzgeraldiano: il personaggio non era azione, come mi aveva gridato Fernanda Pivano ai tempi dell’università, ma una cosa reale; che dico, un amico; insomma, un tizio che passava di qua. «La Bovary, bah». «Non provi niente per lei?». «Che devo dire? È una cretina». (Ma anche Gadda, su Ofelia: «Una povera oca».) Arrivando a Fëdor Dostoevskij, tutti hanno convenuto infastiditi che i personaggi avessero qualche problema. «Be’ certo – ho fatto io – altrimenti non avremmo il romanzo». Mi hanno fissato straniti. «No, dico: è il problema, come lo chiamate voi, a smuovere le cose. Se Raskol’nikov non accoppa la vecchia, addio Delitto e castigo. Se i suoi personaggi non avessero questa febbre, saremmo in una commedia all’italiana». Con pragmatismo molto lombardo e poco pietroburghese, i loro sguardi dicevano: «E allora questo renderebbe Raskol’nikov meno delinquente?». A risolvere l’impasse, il geometra è sbottato: «Comunque le donne sono tutte gattemorte!». E il pandemonio è ricominciato, con io che cercavo di mettere ordine.

All’andata attraversavo la periferia – l’ospedale a bordo città, i tanti massaggi equivoci sbarluccicanti dietro a viadotti cupi, il parrucchiere turco, una villa illuminata e spettrale in fondo alla campagna buia – e, arrivato a destinazione, mi preparavo bevendo una birra rossa in un bar pieno di videopoker e musica a palla, con le strade che sembravano il set per un giallo dell’hinterland senza un colpevole che non fosse l’hinterland stesso. Al ritorno, con il buio, transitavo accanto a una lunga stringa di prostitute nere, lucide e gelate, che forse avrebbero capito i miei dilemmi.

«Come va reading club, Marco?».

«Così così, a volte non li capisco!».

«Cosa non capisci?».

«Non so, non sentono mai la pagina!».

«E perché bisogna sentire pagina? Non va letta e basta?».

«Sì, forse, ciaooooooooooo».

In biblioteca ritrovavo la tenerezza della signora paffuta che partiva con un’opinione netta e piano piano si lasciava sgretolare da ogni mia osservazione, fino ad approdare senza nemmeno accorgersene all’esatto opposto; lo sconforto suscitato dalla vecchietta che obiettava alle mie rimostranze riguardo a una pessima copertina: «Be’, ma non è che deve per forza riguardare quello che c’è dentro…»; la coppia di vecchi coniugi che si teneva per mano, aveva letto il libro ma non diceva mai niente, se non «Tante cose» al congedo.

Avevo abbandonato ogni tentativo di ragionare sul romanzo polifonico o sul “mot juste” flaubertiano: a loro questo non interessava. O meglio, lo sentivano, ma in modo istintivo, diretto, a volte rabbioso o quasi impaurito, come davanti a uno sconosciuto o a una persona sgradevole a una cena che ti chiedano di essere giudicati per forza. Il libro era un gatto selvatico avvinghiato al loro collo e a volte lo scagliavano lontano, altre lo calmavano fino a fargli fare le fusa e se lo tenevano in casa. Ognuno proiettava il proprio mondo sulla vicenda (il fatto che il mio mondo fosse appunto l’amore per la letteratura non lo rendeva superiore): la ex sessantottina vedeva nei tre uomini in barca di Jerome K. Jerome tre sfaticati mantenuti; il vecchio leghista sosteneva infastidito che i protagonisti dell’Ottocento russo, forse alla stregua del figlio smidollato, «non sanno quello che vogliono»; l’insegnante in pensione era convinta che nessuno di noi capiva un cazzo di niente e taceva sdegnata. A volte mi prendeva un senso di spossatezza. Non so cosa mi succedeva, doveva essere uno di quei passaggi mistici, ley-lines o giù di lì, dove sentivi l’orrore: le slot al bar davanti alla biblioteca, la piadina tiepida, «Simenon, non so, mi annoia». Tornavo indietro confuso, pacificato, stanco, sfiatato, con l’asfalto inumidito e le prostitute che mi consideravano ormai di casa.

«Come va reading club, Marco?».

«Non lo so, una ha detto che Gatsby è stupido!».

«Perché tu non trovi stupido? Ha tutto e corre dietro a biondina scema!».

«Ho capito, ma il punto non è quello! Poi siamo tutti stupidi, ciaooooooooooo!».

Quando si sono stufati dei classici, abbiamo provato con i gialli contemporanei. Si cominciava sempre con un mormorio incerto, è piaciuto un po’ sì e un po’ no. Poi piano piano le cose si definivano: quel personaggio è piatto, la fine è raffazzonata, il paesaggio è da cartolina. Però il libro «è scorrevole» (una specie di “liberi tutti”). Oppure, misteriosamente, arrivava un giudizio a metà tra l’elogio e lo spregio: «Ma sì, dai. L’ho letto bene in treno, però potevo quasi lasciarlo a metà…». Se c’era una ragazza maltrattata in un romanzo, la giovane donna non valutava quanto fosse efficace la sua figura nella struttura del romanzo o se non fosse una trovata un po’ ruffiana dell’autore per parlare più con i femminicidi giornalistici che con la letteratura, no, lei correva alla terribile esperienza della cugina di secondo grado. «È davvero pieno di casi del genere…», mormorava afflitta. E solo in un secondo momento, dietro mio pungolo, rifletteva sullo spessore del personaggio. A volte leggevo monnezzoni che altrimenti non avrei mai letto e avevo l’illuminazione. «Ecco perché i libri non vendono nulla! Perché tutti leggono queste porcate e si scoraggiano!». Altre volte li trovavo solidi, compiuti.

Alla fine, ogni notte, nel tragitto in auto mi ricongiungevo con il mio mondo dopo essere stato ostaggio di… di cosa? Non potevano essere miei nemici. In primo luogo, mi stavano simpatici. In secondo, erano potenziali lettori: miei, così come di un bestseller o di un classico o di se stessi (a loro onore, va detto che nessuno si è presentato con il manoscritto nel cassetto). Lettori, elettori: idiosincratici, istintivi, imprevedibili, semplici, complessi. A metà, dove la strada non era ancora Milano e non era già più l’agglomerato di case che formava il paesino, tra lo sguardo di chi scrive le parole e quello di chi le segue con lo sguardo, c’era un punto molto buio dove rischiavo sempre di perdermi e che io chiamavo lettura.

Chiudi