Sulle orme del film di Guadagnino “Chiamami col tuo nome” alla riscoperta di luoghi che sembravano per sempre confinati all’oblio più profondo. Da Crema alla valle del Po, tra tortelli cremaschi e trecce d’oro

Il muro di cinta di villa Albergoni segue a Est la strada che da Moscazzano va a Montodine. Ci sono due auto in sosta, qualche turista di passaggio che scatta foto con il cellulare. La facciata che spunta tra gli alberi, la roggia ricoperta dall’ultimo muschio invernale, la porticina di servizio verde da cui Elio e Oliver sbucano per la loro passeggiata in bicicletta. Ormai qui li conoscono tutti: sono i protagonisti di Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino, palermitano di nascita, cremasco di adozione, ha scelto quest’angolo di Bassa Padana come set del suo ultimo film per ragioni finanziarie (tradotto: costava meno girare “in casa” che in Liguria, scenario del romanzo originario di André Aciman).

La mossa è valsa più del lavoro di cento pro loco. «Guadagnino viene qui spesso a trovare me e mia moglie, è una bella persona», dice il cavalier Vittorio Maccalli, titolare della pasticceria Treccia d’Oro in Piazza Garibaldi a Crema e inventore del dolce certificato “prodotto tipico regionale” che dà il nome a questo indirizzo storico. La villa, la campagna, il cavaliere: c’è già il racconto di un luogo che sembrava dimenticato, oggi tutti sono tornati a cercarlo sulla mappa. «Il mese prossimo devo ospitare due americani, mi hanno detto di portarli a vedere i luoghi del film», fa sapere un’amica milanese. Il principio della valle del Po tornata – o forse diventata – di moda è a poco più di mezz’ora da Porta Romana, si può fare.

 

«Solo il 20 per cento dei miei clienti è cremasco, vengono tutti da fuori, solo che adesso c’è più curiosità, è vero». Parla Stefano Fagioli, chef-star della Trattoria Via Vai di Bolzone, un pugno di case in mezzo ai campi, Via Libertà che guarda i pioppeti, sembra l’invenzione fantasmagorica di un urbanista spiritoso e invece esiste davvero. Guadagnino ci porta le sue star a mangiare il pâté di fegato d’oca homemade, Timothée Chalamet (qui noto come Elio) e Armie Hammer (Oliver), ma pure Jake Gyllenhaal, protagonista del prossimo film. «Le mie amiche erano in estasi». Ma questo è un territorio in cui la gente sa farsi i fatti propri. «Le star vengono qui e nessuno le importuna. Un giorno Armie Hammer è arrivato con la moglie a pranzo, ha ordinato di tutto, alle tre del pomeriggio eravamo a bere grappa sotto il pruno in giardino, è andata avanti fino alle quattro di notte. Guadagnino il giorno dopo mi ha scritto: “Che gli hai dato ieri sera, si è presentato sul set in ritardo!”». L’attore lo dichiara in un’intervista al Guardian: il ricordo più bello del set sono i pranzi e le cene in questo ristorante, tovaglie bianche all’italiana e il caffè fatto con la moka.

 

Accanto al Via Vai c’è una drogheria che vende qualsiasi cosa, «dovete prendere la focaccia, ci vengono apposta i bambini dopo la scuola», fanno sapere i vicini. Più avanti, lungo la strada che torna a Crema, la Rosetta nella sua osteria serve i tortelli cremaschi, gli stessi che confeziona la Mafalda nella cucina di Chiamami col tuo nome. Le cascine in rovina tutt’attorno sembrano strappate a filmografie passate, quella lunga letteratura che va da Novecento di Bernardo Bertolucci (1976, torna ora al cinema in versione gloriosamente restaurata) all’Albero degli zoccoli di Ermanno Olmi (Palma d’Oro a Cannes quarant’anni fa esatti). Il primo è girato a Voltido, sempre nel Cremonese, il secondo nella Bassa Bergamasca, Crema è la nuova tappa di questo pellegrinaggio ideale, con un’allure appena più snob, le ville di delizia in campagna e i palazzi nobiliari in centro, il teatro San Domenico e il Caffè Bandirali. «Crema ha sempre avuto un carattere industriale, ha vissuto il boom degli anni Cinquanta. Cremona è il capoluogo di provincia ma è più agricola, è un mondo diverso», spiega Fagioli.

 

Pasticceria Treccia d'oro, Crema

Gelateria Bandirali, Crema

Trattoria Via Vai, Ripalta

Gelateria Bandirali, Crema

Il dolce Treccia d'oro

I ravioli della Trattoria Rosetta, Passarera

Crema è anche cinematografica, è la sorte che ha deciso. Qui era destinato a prendere casa Luca Guadagnino (il piano nobile di un palazzo secentesco, fotografato pure dal New York Times), oggi il più internazionale dei nostri registi, e qui è nato Pietro Valsecchi, il numero uno dei nostri produttori (due parole: Checco Zalone), «torna spesso, in città lo chiamano Piero, anzi Pierino, a lui dà un po’ fastidio. Il sogno è che venga a fare un film dalle nostre parti». Ora è possibile, ora Crema è cool. Pure Jimmy Fallon nel suo show diceva, più o meno: che bello quel posto nel Nord Italia, bisognerebbe andarci tutti. Succederà, sta succedendo.

Una ragazzina cremasca ha avuto una storiella con Timothée all’epoca del set, lui non era nessuno, poi è diventato il più giovane candidato agli Oscar tra gli attori protagonisti, ha cambiato il numero di telefono, si è ritrovato un anno e mezzo dopo le riprese assediato dalle piccole fan, quando a gennaio è tornato a presentare il film (nel fine settimana d’uscita il multisala Porta Nova lo proiettava in cinque sale su cinque).

 

Il castello visconteo di Pandino

Cascine Gandini

«È stato anche fidanzato con la figlia di Madonna», sospirano. Notizia confermata: Lourdes Leon era la sua morosa del liceo. Dall’Upper East Side a Pandino, con il salumificio dei fratelli Di Lucca che spande profumo di salame in tutto il paese, la piazza con il castello e il monumento ai caduti, un’istantanea dell’Italia precisa, fuori da ogni tempo, ritornata d’improvviso nel presente. Nei dintorni ci sono i fontanili, piccole sorgenti naturali dove riprendersi dall’umidità della bella stagione, nelle vie del centro si leggono i cartelli con la storia di tutta quest’acqua, mica la sapevamo, e invece quante fonti e pozze e laghetti (quello detto “dei riflessi” a Ricengo, altro luogo del film, è più giù, verso Cremona) e naturalmente i fiumi, il Serio e il Po, che traccia il confine. Di là è Emilia, qua una Lombardia che sembra qualcos’altro, bisogna ancora capire bene che cosa.

 

Il cordone con la tradizione non si spezza, e insieme c’è aria di contemporaneità. «Oggi la comunicazione è tutto, dobbiamo tenerne conto», confida Gianpietro Maccalli, figlio di Vittorio ora con lui nell’attività di famiglia, sta pensando a un restyling, forse. La Treccia d’Oro è rimasta immutata da sessant’anni, con le foto in cui si susseguono vescovi e papi fino a Bergoglio, omaggiato con una treccia lunga due metri. «È tutto come una volta», racconta il cavaliere. «Lo stesso impasto, gli stessi ingredienti, solo prodotti naturali. Dopo quarant’anni abbiamo dovuto cambiare il forno: quello di prima funzionava meglio».

Villa Albergoni ora è in vendita. «In realtà lo è da anni, adesso i proprietari sperano che il film convinca qualcuno a investirci», raccontano i locali. La richiesta è di due milioni di euro, manco troppo considerati i tanti ettari di parco, «però poi hai voglia a rimetterci mano». Il custode nel weekend non risponde (rigorosamente numero fisso), non si riesce a farci un giro, ci si accontenta di sbirciare dal cancello. Una delle due auto parcheggiate lungo il parco se n’è andata, il sabato riprende vita dopo la pausa del primo pomeriggio, una serranda si alza, una vecchia signora passa spedita sulla strada che porta alla chiesa, alza gli occhi un momento sull’ultimo turista rimasto e se ne va.

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