“Sublevaciones”, curata dal filosofo Georges Didi-Huberman, “ARTAUD 1936”, entrambe a Città del Messico, e “Painted in Mexico, 1700–1790” al Met di New York

SUBLEVACIONES

Fino al 29 luglio 2018
MUAC, Città del Messico. A cura di Georges Didi-Huberman

Un curatore d’eccezione, lo storico dell’arte e filosofo francese Georges Didi-Huberman, traccia la storia della rivoluzione attraverso dipinti, disegni, sculture, video, fotografie, installazioni e documenti. “Sub-levarse”, sconfiggere la gravità che tiene ancorati al suolo, alterare la sua inalterabilità; una parola che nella sezione espositiva “Por elementos (desencadenados)” il curatore associa agli uragani e alle bandiere. Da Goya, ad Artaud al «¡No Pasarán!» della Pasionaria, a Miró, Sublevaciones sottolinea il formalismo nella poesia rivoluzionaria e l’estetica nel pamphlet politico. A differenza che nei regimi ideologici, le strutture dell’arte non sono usate in maniera subliminale; il manifesto di una rivoluzione è prima di tutto un manifesto poetico, esplicito, fiero, impostato da artisti. La mostra rintraccia la differenza tra potenza e potere, tra l’architettura effimera della prima (la barricata) e quella greve del secondo (il monumento), e trova il motore di tutto nel desiderio cui Freud per primo aveva donato l’aggettivo «indistruttibile». Una mostra utile a scrollare di dosso il cinismo che sempre ci assale al solo sentire la parola “rivoluzione”, oggi che abbiamo imparato, leggendo i nostri impudenti giornalisti di punta, a essere disillusi come Büchner («La rivoluzione è Saturno, divora i propri figli»), sardonici come Longanesi («Tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola») o rintracciabili nei dizionari delle citazioni come Pitigrilli («Si nasce incendiari e si finisce pompieri»). Ah, la rivoluzione! Chi la fa?

Javier Téllez, Artaud Le Mômo, 2016

ARTAUD 1936

Fino al 20 maggio 2018
Museo Tamayo, Città del Messico.
A cura di Manuel Cirauqui

1936, Antonin Artaud viaggiava in Messico, vivendo tra la gente Tarahumara, assumendo peyote. Nella magia e nella psichedelia si avvicinò a quel pensiero che due anni più tardi lo portò a scrivere di umano impeto poetico destinato a sgorgare nel delitto: «Nel Messico l’arte non esiste e ogni cosa ha una sua funzione. Così il mondo è in uno stato di esaltazione perpetua». La mostra ARTAUD 1936 pone in relazione il pensiero del maestro con quello di artisti appartenenti a diverse generazioni che ne hanno colto la crudele eredità sciamanica. Tuttavia è solo il disegno dello stesso Artaud, un pugnale o forse una spada o una Croce, dettagliata nella trasposizione luminosa, a restituire quella magia vissuta, che nell’allucinazione rivela i «crani bruciati dai fulmini del cielo».

Juan Patricio Morlete Ruiz, Portrait of doña Tomasa Durán López de Cárdenas, c. 1762

PAINTED in MEXICO 1700 – 1790

Dal 24 aprile al 22 luglio 2018, Met, New York.
A cura di Ilona Katzew, Jaime Cuadriello, Paula Mues Orts e Luisa Elena Alcalá

Al tempo in cui l’Italia era ritratta dallo sprezzante pennello di Tiepolo e le foglie degli arbusti francesi facevano da muse a Watteau, che cosa succedeva al di là dell’oceano? Per dovuto perbenismo, l’arte incaricata di esprimere il potere coloniale è glissata dal canone: nel forbito discorso sull’arte messicana si elogiano Maya, Toltechi, Aztechi per balzare al Messico moderno, quello di Frida Kahlo e dell’avanguardia, la terra che riprende possesso delle proprie origini. E nel mentre, che cosa succedeva? Si compì il lussureggiante miracolo artistico del meticciato: il piatto naso della donna nativa incontrò il neo di bellezza della dama spagnola; in un secolo di pittura (nella dominazione, che mai appartiene interamente al dominatore) si compì la traversata delle acque.

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