Il curatore di Visual Arts del Walker Art Center di Minneapolis (Usa), già direttore del Miart di Milano, ci spiega perché la situazione italiana è sana

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La storia incide sull’arte contemporanea italiana: i nostri artisti sono molto più complessi rispetto agli stranieri proprio per il peso che qui riveste il passato. Possono sembrare una zavorra, storia e tradizione, ma alla lunga si rivelano essere preziose alleate per la sostanza delle opere e per il loro successo nel tempo. Bisogna avere pazienza.

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Ci si lamenta sempre della politica, e spesso a ragione; ma il Ministero guidato da Dario Franceschini ha messo a segno tre colpi fondamentali. Primo: la tanto discussa nomina di 20 nuovi direttori nei musei statali ha portato una salutare ventata di meritocrazia e internazionalizzazione. Nessuna di queste istituzioni è espressamente rivolta alle nuove forme artistiche, ma la novità è di rilievo. Secondo: la nascita dell’Italian Council, il progetto che mira a sostenere l’arte contemporanea italiana lanciato dalla Direzione generale arte e architettura contemporanee e periferie urbane del Ministero dei beni culturali, presieduta da Federica Galloni, con la fondamentale collaborazione di Carolina Italiano. Finalmente, così come succede da decenni in molti altri Paesi, tutti saranno incentivati a collaborare con i nostri artisti. Terzo: il rilancio della presenza italiana alla Biennale di Venezia. Il padiglione 2017 con Roberto Cuoghi, Adelita Husni-Bey e Giorgio Andreotta Calò, a cura di Cecilia Alemani, ci ha finalmente riportato all’altezza delle altre nazioni. Per anni non è stato così. Avanti su questa strada.

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Prima il castello di Rivoli con la direzione di Ida Gianelli e la curatela di Carolyn Christov-Bakargiev, poi la Galleria d’arte moderna e contemporanea di Bergamo diretta da Giacinto Di Pietrantonio; ora la bandiera dei musei italiani d’arte contemporanea la portano il Madre di Napoli di Andrea Viliani e il Museion di Bolzano di Letizia Ragaglia. Non hanno nulla da invidiare ai musei internazionali. Quanti sono i Paesi che possono vantare realtà di così grande spessore? Auspico che altri seguano il loro esempio. Se si rafforzasse la centralità dell’Associazione dei musei d’arte contemporanea italiani (Amaci), si potrebbe fare ancora meglio, tutti insieme, come sistema, per rappresentare in modo adeguato il nostro panorama.

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Siamo in un momento di crisi? Lo sono le istituzioni museali e lo sono quelle accademiche? La verità è che stiamo affrontando un lento – ma necessario – ricambio generazionale. Nei musei è più veloce ed evidente, presto lo sarà altrove. Se le generazioni che si sono formate in questa fase di cambiamento ne hanno sofferto, se ne avvantaggeranno quelle future.

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Lucio Fontana e Piero Manzoni, Alberto Burri e Alighiero Boetti, Michelangelo Pistoletto e Jannis Kounellis (greco di nascita, ma italiano a tutti gli effetti) solo per citarne alcuni. Un Paese che vanta questi grandi protagonisti del Novecento (e ne abbiamo citati pochissimi), non può che esserne orgoglioso e felice. È un grande momento per la nostra arte all’estero, grandi mostre nei grandi musei e nelle gallerie. Certo, stiamo parlando di artisti molto maturi, se non già passati a miglior vita (e in alcuni casi, anche da un bel po’); è un dato di fatto, però, che queste figure sono icone ovunque. Bisogna lavorare perché le generazioni successive non finiscano nel dimenticatoio. L’arte è ciclica: faremo magari fatica, ma prima o poi torneremo.

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Qui, con il sottoscritto, rischiamo l’autoreferenzialità, ma parliamo di un fenomeno incontestabile: l’Italia ha una squadra di curatori e direttori che hanno un successo internazionale. Posizioni di prestigio, molta stima. Qualche esempio: Massimiliano Gioni (New Museum di New York), Francesco Manacorda (VAC foundation di Mosca), la già citata Cecilia Alemani (High Line di New York), Andrea Lissoni (Tate Modern di Londra), Andrea Bellini (CAC di Ginevra), Luca Lo Pinto (Kunsthalle di Vienna), Francesco Stocchi (Boijmans di Rotterdam).

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L’Italia vanta un collezionismo molto diffuso e informato. A questo si aggiunge, da tempo, lo sviluppo delle grandi fondazioni private: Prada, Trussardi, Hangar Bicocca, Furla, Sandretto Re Rebaudengo… Insieme ai musei pubblici citati in precedenza, sono loro a garantire programmi all’altezza dei grandi musei internazionali. Un’opera meritoria, soprattutto al cospetto del fallimento della politica nell’integrare passioni e interessi privati a sostegno della cultura pubblica.

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Oggi, una delle caratteristiche dell’arte è l’interdisciplinarietà. È l’Italia che ha aperto la strada dei linguaggi ibridi, con le collaborazioni tra arte e design (Enzo Mari, Bruno Munari, Ettore Sottsass) e tra arte e teatro sperimentale (Societas Raffaello Sanzio, Fabio Mauri, Michelangelo Pistoletto, Jannis Kounellis…).
Il nostro protagonismo in tal senso continua, grazie anche alla presenza di istituzioni come la Triennale di Milano e l’apertura di nuovi hub dedicati alle commistioni come le Ogr di Torino.

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