Le discoteche sono state per decenni laboratori di creatività e snodi fondamentali nell’evoluzione della cultura pop. Lì si sono intrecciati immaginari inediti, nuove forme di edonismo, sperimentazioni legate alla moda e al design. Una storia che ha sempre visto l’Italia tra i Paesi all’avanguardia. E che ora è celebrata in una mostra appena aperta

A ripensarci oggi, con il famoso senno del poi, sembra la più grande intuizione di sempre, e al tempo stesso il disvelamento di una verità che più ovvia non si può: chiamare un locale notturno – o un night, come si usava ancora dire allora – “L’Altro Mondo”.

Era il 1967, e L’Altro Mondo di Rimini annunciava la netta separazione tra notte e giorno, tra orari della produzione e momento dello svago, enfatizzando lo spazio della sperimentazione individuale contrapposta (ovvio) al grigiore della settimana lavorativa. Alludendo pure – capolavoro di humor nero – allo spauracchio supremo d’ogni educazione conformista: il rimetterci la pelle («Se continui così finirai all’altro mondo!»). Fantastico. Ancor più fantastico che a progettare e realizzare quel luogo fu convocato un trio di architetti “anti-funzionalisti” allora straordinariamente all’avanguardia: Giorgio Ceretti, Pietro Derossi e Riccardo Rosso, alias il “Gruppo Strum”. L’intenzione non poteva essere più chiara: «Costruire il magico e l’irreale per forzare e rompere il mondo pratico e inerte che ci opprime», come spiegherà Derossi oltre vent’anni dopo, nel 1991, in una retrospettiva sulla rivista Ottagono. Grande statement “extraparlamentare” (tanto per riallacciare i fili pure con la politica dell’epoca), oltre che perfetto corollario a una stagione in cui le promesse di futuro arrivavano un po’ da tutte le parti: dalla moda, dal design, dal cinema (2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick esce nel 1968), dai telefilm della domenica pomeriggio (la strepitosa serie inglese UFO di Gerry Anderson), fino all’ingessato telegiornale del primo canale Rai (lo sbarco sulla Luna è del 20 luglio 1969).

In un’epoca in cui volere l’impossibile sembrava in effetti possibile, il matrimonio tra architettura radicale e discoteche non era nemmeno così strano. Anzi: il primo caso coincide esattamente con la nascita della nozione stessa di “discoteca” in Italia, il famosissimo (e favoloso) Piper, a Roma, concepito dall’avvocato Alberico Crocetta e realizzato, nel 1965, da un altro studio di bei visionari: Capolei Cavalli Architetti Associati. Nel catalogo della mostra Night Fever: Designing Club Culture 1960 – Today, inaugurata il 17 marzo al Vitra Design Museum di Weil am Rhein, Giancarlo Capolei ricorda il brief consegnato a lui e ai suoi colleghi da Crocetta: «Voglio un posto che sia come un gigantesco flipper, dove i giovani possano trovarsi senza divisioni di classe sociale, educazione o bellezza». Brief eseguito alla lettera, trasformando un vecchio cinema in disuso con l’impiego di materie povere ma modernissime: tende di Perspex, controsoffitti di segatura pressata, rivestimenti in gomma. Anche perché, ricorda sempre Capolei, i soldi in ballo erano davvero pochini: «Prima di noi, Crocetta s’era rivolto a studi di architetti con parecchia più esperienza, ma nessuno l’aveva preso seriamente. Il budget era venti milioni di lire tutto compreso, cioè quasi nulla. Ovviamente abbiamo subito detto di sì».

Con una visione imprenditoriale paragonabile a certi franchise del clubbing contemporaneo (Pacha, Ministry of Sound), nel triennio successivo il Piper figlierà succursali a Torino (progettato però da Pietro Derossi), Viareggio e Rimini, un Piper galleggiante per piccole crociere, e pure una boutique (Piper Market). I night semibui del ballo di coppia erano ormai un retaggio ottocentesco, mentre il flirt tra architettura visionaria e luoghi del ballo continuerà per tutti gli anni Settanta, regalando capolavori spesso ignoti ai più, sparsi un po’ per tutta la penisola (d’obbligo citare almeno la discoteca Barbarella dell’Hotel Grifone di Bolzano). Il clubbing italiano è all’avanguardia in Europa e anticipa, per una volta, pure la grande rivoluzione americana della disco. Se lo Studio 54 – l’archetipo della discoteca moderna – inaugura a Manhattan il 26 aprile 1977, con il suo mix di Andy Warhol, starlette aspirazionali, gente comune (quei pochi che passavano la selezione all’ingresso) e decor minimalista (tutto nero, come la canzone degli Stones), in Italia il nostro Studio 54 ce l’avevamo già da un anno almeno. Si chiamava Baia degli Angeli, e stava sulle colline sopra Gabicce: una struttura a terrazze, bianchissima, di cemento perlaceo, arredata unicamente dalla luce di un set di fari orientati da un braccio meccanico. All’interno, il dj stava dentro un ascensore trasparente che lo spostava tra i diversi livelli, mentre sui divanetti sotto la Luna potevi trovarci chiunque, dal meccanico di Cattolica all’attore di Cinecittà a Grace Jones.

Daniele Baldelli, il dj-simbolo degli anni d’oro della Baia, sarebbe di lì a poco stato l’artefice musicale anche di un altro luogo “spaziale” del clubbing italiano, il Cosmic di Lazise, sul Lago di Garda. Qui l’atmosfera era un po’ meno rilassata (sono arrivati gli anni Ottanta, nel frattempo): il posto è un panettone di cemento vagamente minaccioso, molto buio all’interno, senza panche o divanetti dove sedersi, ma con un impianto sonoro della madonna. Nel weekend le macchine sciamano verso lo sterminato parcheggio del Cosmic da tutto il Nord Italia e anche oltre, e quelli che son troppo giovani (o squattrinati) per imbarcarsi nel pellegrinaggio, sognano ascoltando le cassettine numerate di Baldelli, piratate in decine di migliaia di copie (e, dopo l’avvento della Rete, quasi tutte digitalizzate su YouTube).

Quella messa in scena al Cosmic è però ancora una separazione netta tra “luogo del divertimento” e vita reale: il passo successivo sarebbe stato l’abbattimento della barriera tra i due mondi. Ovvero, la movida anni Ottanta dei flâneur illuminati (meravigliosamente raccontati in certe indimenticabili pagine di Pier Vittorio Tondelli) che, specie in città come Bologna o Firenze, passano con nonchalance da un aperitivo a una conferenza sulle nuove frontiere della moda, a una performance teatrale, a un concerto electro minimale, per finire con un dj-set new wave dentro una Casa del popolo. A leggere un libro come il recente Clubbing for Heroes di Bruno Casini, che della Firenze “anniottanta” fu uno degli artefici, si rimane incantati di fronte al senso di possibilità infinita che devono aver sperimentato quei fortunelli. Il messaggio è chiaro: non è più necessario travestirsi (pensate solo all’elaboratissima cerimonia della vestizione serale di John Travolta in La febbre del sabato sera), non è più necessario contrapporre il weekend al resto della settimana. Il loisir può finalmente tracimare ovunque, lo svago è libero di invadere pure il tempo della produzione, ma anche viceversa (profezia avveratasi nel peggiore dei modi possibili, come ben sa la famosa “classe creativa disagiata” del 2018).

Questo stirare tempo e spazio sarà la chiave di lettura pure dell’ultimo vero grande – ed estremo, nelle modalità – upgrade della vita notturna, in Italia come all’estero: la scena dei rave di fine Ottanta/primi Novanta. Feste illegali dentro luoghi che la modernità ha lasciato indietro (fabbriche inutilizzate, capannoni sfitti, stazioni della metropolitana in disuso), quasi un dia de los muertos per un mondo produttivo che già vedeva dietro l’angolo il collasso. In Italia tutto ciò avrebbe preso le sembianze dei famigerati “afterhours”: feste a orari impossibili, in genere allestite dentro dimenticate discoteche di provincia, oggetto di nomadismi – pure qui: quasi una simbolica rivincita sulle autostrade normalmente adibite al commercio e ai viaggi d’affari – non privi di danni collaterali (le famose “stragi del sabato sera”). Un’accelerazione destinata a spegnersi giusto in concomitanza con il Capodanno del 2000, quando la bolla esplode, il credit crunch azzanna anche il mondo della notte, molte cattedrali del divertimento si riconvertono in più innocui luoghi di ristorazione mentre altri chiudono del tutto. Innescando, un decennio e mezzo dopo, strane forme di nostalgia collettiva – a metà tra psicoanalisi generazionale e “archeologia industriale della notte” – come quella del blog Memories on a Dancefloor: struggente gallery fotografica di discoteche italiane un tempo gloriose, e ora abbandonate. Una sorte tutto sommato meno triste rispetto a quella toccata alla Baia degli Angeli: oggi ancora in attività come “Baia Imperiale”, ma con colonne di cartapesta e farlocchissime statue romane a deturparne l’antica eleganza. O tempora o mores, è il caso di dire.

La mosta al Vitra Design Musum

Le discoteche come epicentri della cultura pop, luoghi dove sperimentare non solo musica, ma anche architettura, design, moda. È la tesi della mostra “Night Fever. Designing Club Culture. 1960 – Today” al Vitra Design Museum di Weil am Rhein dal 17 marzo al 9 settembre. Perché indagare questo tema, ora? «È nell’aria», risponde Jochen Eisenbrand, uno dei curatori, che continua: «Da una parte, si avverte una crescente consapevolezza rispetto alla vita notturna: si pensi alla discussione intorno ai “sindaci della notte” in molte metropoli. Dall’altra, tanti club sono stati costretti a chiudere negli ultimi anni, per gli affitti alti, certo, ma non solo per questo. La loro funzione è stata messa in discussione, soffrono la concorrenza dei festival di musica elettronica, rispetto al passato giocano un ruolo minore nella creazione di identità. Tutte ragioni che ci hanno spinto a ripensare alla loro storia e a farlo dalla prospettiva del design». In mostra, molti esempi di locali italiani: «I club degli anni 60 come lo Space Electronic di Firenze o il Bamba Issa di Forte dei Marmi rappresentano il momento in cui le discoteche vengono scoperte dagli architetti radicali come genere a sé». “Night Fever” si sposterà in autunno all’Adam di Bruxelles, museo nato dal Plasticarium di Philippe Decelle. Qui sono già custoditi gli arredi in acrilico disegnati da Cesare Casati ed Emanuele Ponzio nel 1968 per il Grifoncino di Bolzano, piccolo club dell’Hotel Grifone. (Sa. D.)

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