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Dove i Ros combattono il jihad

IL 100 05.04.2018

«Se in Italia non ci sono stati attentati, la fortuna non c’entra». Con il comandante del Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri, entriamo nelle stanze delle intercettazioni e dei telepedinamenti che, solo nell’ultimo anno, hanno sventato – per ben 105 volte – il rischio dell’estremismo e le profezie di morte dei suoi capi

Pochi clic. Qualche parola chiave e – ottenuta la “tazkiya” – un salto virtuale in un’altra dimensione, dove sventola la bandiera nera, con le sue profezie di morte. Anche in italiano. Da qui sono passati molti dei radicalizzati, già espulsi dai nostri confini o arrestati. Ma qui si continuano ancora ad allevare aspiranti jihadisti. Benvenuti laddove il web diventa minaccia. Nelle chat dove ogni giorno si consuma una battaglia a colpi di intercettazioni, traduzioni, tele-pedinamenti. «Perché se l’Italia non ha avuto attentati», sospira il generale Pasquale Angelosanto, comandante del Raggruppamento Operativo Speciale (Ros), l’élite dell’Arma dei Carabinieri, «è per varie ragioni. Ma di sicuro non c’entra la fortuna». E da qui, allora, parte questa inchiesta di Storiacce.

Ibn Dawala7, le sue intenzioni, le professava già nel nickname: si presentava come “il figlio dello Stato” e il portavoce del suo leader carismatico, Abu Bakr Al Baghdadi, l’uomo che sotto la Mole dispensava consigli a estremisti in erba, pronti ad arruolarsi in nome di Daesh. «I traditori, arrostiti nello spiedino del kebab e dati ai cani», incitava dal suo pulpito digitale, lontano migliaia di chilometri dalla moschea Al Nuri di Mosul, dove il 29 giugno 2014 l’autoproclamato Califfo annunciava la nascita dello Stato islamico. Adesso anche quel minbar, da cui sono stati pronunciati i più temuti sermoni di guerra all’Occidente, è ridotto in macerie, con i suoi marmi e la sua storia. E in Italia è già in carcere, condannato a sei anni in abbreviato, Mounir El Aoual, ventinovenne marocchino, gestore di una stanza di discussione tutta dedicata allo Stato islamico. Ma mentre lui diffondeva orazioni belliche – trasformando i telefoni del gruppo in un walkie-talkie di pianificazione jihadista – in una stanza piena di computer, fili e adrenalina, esperti investigatori seguivano i suoi passi, in collaborazione con i colleghi dell’Fbi.

Né le bombe nelle trincee siriane e irachene né gli arresti azzerano del tutto la minaccia terroristica, che resta «attuale e concreta» anche in Italia, mette in guardia l’intelligence nell’ultima relazione al Parlamento. E tanto l’attualità, quanto la concretezza del rischio, la vivono ogni giorno, nella sede del Ros. Nella consapevolezza di dover verificare ogni segnalazione sospetta, nell’attitudine a studiare ogni dettaglio dei potenziali nemici. Se, per dirla con Primo Levi, «comprendere è impossibile, conoscere è necessario», in questo momento la conoscenza sembra essere la principale difesa dagli attentati. E se anche voi vi siete chiesti perché il nostro Paese non sia stato insanguinato da qualche estremista – «mosso casomai da spinte autonome», come analizzano gli 007 – entrate con noi in queste palazzine, sede di una delle forze dell’ordine, che veglia sulla nostra sicurezza. Capirete perché «la fortuna non c’entra niente», come assicura il generale Angelosanto. Qui la parola chiave è prevenzione, «che poggia sulla circolarità delle informazioni. Tutto ciò che una forza raccoglie viene condiviso, nelle riunioni del Comitato di analisi strategica antiterrorismo, una delle poche realtà di coordinamento in Europa». Da tempo, troppo a lungo inascoltata, l’Italia insiste sull’importanza di una Procura unica europea.

L’adrenalina degli investigatori, la tensione di appostamenti e inseguimenti tanto in strada quanto sul web sfuma nella pace – insolita – del verde di quest’angolo di Roma, nei pressi di Villa Ada, dove all’interno del confine militare trovano rifugio anche alcuni gatti. Da qui gli agenti sono riusciti a entrare nei piani del marocchino, che da Torino pianificava attentati in Italia e istruiva aspiranti jihadisti a diventare invisibili. Sui terminali degli investigatori scorrono strisciate di codici, interfaccia di quanto avviene dall’altra parte: quali siti, quali chat o a quali piattaforme acceda l’obiettivo “attenzionato”. Lettere, numeri, sigle che raccontano di un pedinamento digitale, che poi – se necessario – acquisito un ulteriore decreto, spesso d’urgenza, si trasforma in intercettazione telematica. Quelle attraverso cui è stato possibile, ascoltare El Aoual spiegare agli altri adepti come depistare le forze dell’ordine. Quanti hanno imparato la lezione o, caso mai, la stanno trasmettendo ad altri? Di sicuro, per accedere nelle stanze più riservate di questa chat, dove dalla propaganda si passava alla pianificazione, bisognava essere introdotti da altri, conquistarsi la garanzia di affidabilità – la tazkiya – e pronunciare un giuramento. Come in un clan mafioso. Una trafila, ricostruita in più indagini. Ma non immaginatevi la Cupola di Cosa Nostra, né la Spectre di James Bond. Qui non ci sono santini da bruciare, né dita da pungere; tuttavia il comune obiettivo compatta i frequentatori di questo canale tematico sulla piattaforma Zello. Un’applicazione comune, piegata a fini eversivi. Succede spesso. Anche se aumentano le piattaforme criptate, segnala l’intelligence. Anche se nelle comunicazioni più riservate si rafforzano le cautele: linguaggio in codice, gesti al posto delle parole ripresi da webcam, messaggistica istantanea, come è stato ricostruito nell’inchiesta Jweb del 2015: a partire dal sito “JArchive”, ospitato sul server di una società italiana, si arrivò a una cellula sparsa in mezza Europa, nata intorno al mullah Krekar che pur in carcere, in Norvegia, continuava a esserne la guida.

Quando internet diventa «tessuto connettivo, luogo di confronto, formazione e principale strumento di divulgazione» – annotano gli investigatori – ecco che tutto può diventare veicolo di minaccia. E qui sta una delle principali difficoltà di questa era, affrontata con la stessa lezione di sempre, il metodo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, applicato prima di tutto contro il terrorismo degli Anni di piombo: «Dedicare persone allo studio del fenomeno anche in mancanza dell’emergenza», sintetizza il comandante del Ros. Sembra semplice, se te lo spiegano nell’elegante sala riunioni, riscaldata da saggi di geopolitica e comode poltrone. Diventa ben più complesso, a poche decine di metri, in stanze molto più vissute di fogli, fili, cuffie e caffè, dove si mettono insieme tessere diverse, per identificare potenziali pericoli, ascoltare, seguire, analizzare per settimane, capire, necessariamente anche l’arabo, che ormai molti qui parlano, affiancati da interpreti del Tribunale. Ed è questa la battaglia della nostra epoca, combattuta sempre di più a colpi di clic.

E questo caso, per ora, non può essere chiuso: «Gli attentati hanno prevedibilità zero», riflette il generale Angelosanto, «per lanciarsi sulla folla con un camion, dall’ideazione alla realizzazione, possono passare anche pochi giorni, se non ore. E allora, la sfida si consuma tutta prima. Nella fase più lunga della radicalizzazione». Nel momento, cioè, in cui persone all’apparenza miti e integrate si trasformano in potenziali bombe umane. L’isolamento, la barba lunga, il fanatismo religioso, l’esaltazione di attentati, la frequentazione di luoghi con materiale jihadista, la condivisione. Fino ai contatti con personaggi vicini ad ambienti di estremisti. Se questi sono i segnali più tradizionali di una trasformazione in atto, non è scontato che ci siano sempre. Anzi, non sono mancati i casi di chi sembrava andare in direzione opposta. Chi beveva regolarmente alcol, contravvenendo ai dettami dell’Islam, chi faceva uso di droghe e perfino chi aveva intessuto relazioni a partire da un Sert. Anche questo è stato trovato dai Carabinieri del Ros nell’ampio e frastagliato mondo dei radicalizzati. E allora, ogni informazione assume un peso diverso soltanto in un quadro più ampio, che tenga conto innanzitutto delle relazioni dei singoli; quelle stesse relazioni che hanno permesso a volte di ricostruire micro-cellule a base familistica. E non mancano i casi di attentatori aizzati da familiari, tanto è vero che anche il fratello del killer di Marsiglia, l’uomo che uccise due donne lo scorso ottobre, è stato poi arrestato a Ferrara.

È in questo punto (e nella trasmissione delle informazioni) che altre intelligence europee hanno mostrato falle – anche se i numeri di altri Paesi sono diversi dall’Italia, anche se da noi l’immigrazione è più recente e non ci sono problematicità di quartieri come le banlieu parigine. Ed è qui, invece, che si concentra il lavoro oscuro di questi investigatori dell’Arma, come di tutte le forze antiterrorismo italiane – Polizia, Guardia di Finanza, intelligence – nel conoscere così a fondo chi hanno dall’altra parte, da poter capire quando sta per diventare un pericolo. È quello il momento in cui il virtuale diventa molto reale e l’estremista viene fermato o espulso. Come è successo nel 2015 con la cellula formata intorno al mullah Krekar, come si è verificato l’anno scorso con tre kosovari che a Venezia progettavano di far saltare in aria il Ponte di Rialto, come si è ripetuto ancora, solo nel 2017, altre 105 volte: un imam radicale a Perugia, un uomo già espulso dal Belgio arrivato in Sardegna, una egiziana pronta ad arruolarsi con Daesh e così per altri 102 nomi, tutti restituiti ai loro Paesi d’origine.

Anche l’Italia, però, ha esportato foreign fighters: 129 quelli collegati a vario titolo con la nostra Penisola, dove l’anno scorso – riferisce la relazione del Dipartimento per l’informazione e la sicurezza – c’è stato il primo rientro italiano. Una giovane donna, Lara, partita per la Siria con il marito poi ucciso, e arrestata al ritorno ad Alessandria. Nell’insieme, il numero di returnees, come li chiamano in gergo, ex sostenitori dell’Isis che hanno poi lasciato i territori già controllati da Al Baghdadi, sarebbero diciassette, di cui sei – secondo una Commissione indipendente di Palazzo Chigi – ancora sul territorio nazionale. E sono proprio i rientri di ex combattenti ora a preoccupare di più, nel timore che passino all’azione qui, il temuto effetto blowback. Determinante, ancora una volta, sarà la conoscenza. Loro ricorreranno al web per annullare distanze e rinsaldare gruppi. Ma quelle stesse tecnologie saranno nelle mani anche di tutte le nostre forze dell’ordine. Con tutta l’adrenalina e l’esperienza di una lunga tradizione di lotta a ogni forma di terrorismo.

Ha 10 anni Storiacce, la rubrica d’approfondimento di cronaca di Radio24. Dal numero 100 di IL diventa anche una finestra mensile di approfondimento. I grandi casi, le piccole storie: i fatti e l’analisi. La trasmissione, condotta da Raffaella Calandra (@rafcalandra), va in onda ogni sabato alle 21.30, ma è riascoltabile sempre in podcast dal sito www.radio24.it. Storiacce è anche una pagina Facebook.

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