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Stretta tra Cina e Usa, Canberra guarda all’Asia

 
IL 100 19.04.2018

Ai Weiwei, “Law of the Journey”

Dalla geopolitica all’arte: è giapponese la direttrice della XXI Biennale di Sydney, Mami Kataoka, mentre la star della rassegna è Ai Weiwei

Strano che non sia arrivato prima, un direttore asiatico alla Biennale di Sydney. Questo pezzo di civiltà anglosassone alla fine del mondo, di una bellezza selvaggia e arcaica, puzzle riuscitissimo di società multiculturale, questo Paese che ha l’ossessione della sicurezza perché qui si può vivere pericolosamente (incendi, piogge, ragni letali, tutto su una scala di immensità) sa da sempre – almeno dall’«Australia’s asian future» del primo ministro laburista Paul Keating negli Anni 90 – che il suo destino si chiama Asia: non è una novità. Ora per la prima volta viene da lì e non più dall’Europa la maggioranza della popolazione nata all’estero, oltre 6 milioni di persone su un totale di circa 25. E alla Biennale quest’anno si cambia. A dirigere la XXI edizione (dal 16 marzo all’11 giugno) c’è la giapponese Mami Kataoka, curatrice del Tokyo Mori Art Museum. È una Biennale più asian in un momento importante, non solo per l’arte. Al centro del dibattito, la collocazione geopolitica dell’Australia, che la mette in prima linea sul fronte delle crescenti tensioni tra Usa e Cina nell’area dell’Asia Pacifica. Da una parte lo storico alleato americano, dall’altra la nuova superpotenza regionale che dell’Australia è il principale partner commerciale. Entrambi mandano segnali di nervosismo a Canberra. Mentre il premier Malcolm Turnbull partiva in visita ufficiale per Washington, in un saggio sul Quarterly Essay – Without America: Australia in the New Asia – il professore di studi strategici Hugh White ha spiegato che l’America First di Trump non avrà più un ruolo dominante in quest’area e l’Australia dovrà pensare a se stessa in un’Asia inedita, per la prima volta non più dominata da una potenza amica di lingua inglese. Torna la Paura dell’abbandono, come titola il nuovo libro di Allan Gyngell? Mentre il Giappone di Shinzo Abe rilancia un’alleanza multilaterale anticinese che coinvolge anche l’India, più che altro Canberra sta testando quanto spazio di manovra ha per affermare i propri interessi con la Cina e dice a Washington che gli Usa sono vitali per promuovere un nuovo equilibrio nell’area.

«Dobbiamo riconsiderare chi siamo e dove andiamo», ha dichiarato, in sintonia, la direttrice della Biennale Mami Kataoka. L’edizione 2018 si intitola Superimposition: Equilibrium & Engagement e associa meccanica quantistica e Wu Xing, il divenire cosmico cinese. Ha coinvolto settanta artisti in sette spazi espositivi. All’Opera House si proietta Human Flow del dissidente cinese Ai Weiwei, star di questa edizione: il documentario girato in 23 Paesi tra i migranti e i rifugiati, visto alla Biennale di Venezia. A Cockatoo Island, isoletta Unesco nel porto, sempre Ai Weiwei ha sbarcato Law of the Journey, un gommone lungo 70 metri con a bordo 258 manichini gongiabili di boat people, come quelli che qui finiscono nei centri di detenzione di Manus Island e Nauru. Al Museum of Contemporary Art Australia, davanti alle poetiche sculture aborigene degli Yarrenyty Arltere Artists (a quando un direttore indigeno?), distrae lo spettacolo della massa blu dell’oceano incorniciata dalle vetrate, e quello degli scolari che improvvisano sul prato una partita di cricket. Ogni giardino è un’estensione del cortile di casa: è il leggendario Sydney lifestyle. Anche se il traffico è orrendo e giganteschi complessi, come il nuovo Barangaroo di Richard Rogers, cancellano i giardini sul waterfront, non si riesce a immaginare come questa città, che si allunga per 70 chilometri sul porto naturale più grande del mondo, potrà mai diventare bruttina.

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