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La nuova agorà

di GIORGIO IERANÒ
IL 100 13.04.2018

Hudson Yards, New York

Dall’antica Grecia agli Hudson Yards di New York, il centro nevralgico delle città è la sintesi dei cambiamenti in atto. E la sua evoluzione continua

La piazza è un’invenzione degli antichi greci a cui altri popoli guardavano con sospetto. Racconta lo storico Erodoto che, un giorno, alcuni ambasciatori spartani si presentarono con toni minacciosi a Ciro il Grande, re di Persia. Il signore dell’Asia, stupito da tanta arroganza, chiese ai suoi cortigiani chi fossero codesti greci. «Un popolo», gli spiegarono, «che ha la bizzarra abitudine di ritrovarsi a chiacchierare in uno spiazzo all’aperto chiamato agorà». «Allora», disse Ciro, «non mi farò spaventare da gente che ha riservato un luogo in cui riunirsi per ingannarsi a vicenda». Al di là dell’aneddoto, Erodoto sta raccontando il confine tra due civiltà: l’agorà è ciò che distingue la libera polis dai dispotici imperi orientali. È lo spazio comune creato nel centro della città per rompere quella gerarchia urbana verticale orientata sulle acropoli o sui castelli in cui si arroccano i signori.

Da Erodoto in poi, l’agorà greca è stata spesso, e forse troppo, idealizzata. Ce la siamo figurata come la palestra comunitaria per eccellenza, dove i cittadini sono intenti a prendere decisioni politiche o a discorrere dei massimi sistemi, e dove tutti sono Pericle o Socrate. Il filosofo Zygmunt Bauman parlava di «ricostruire l’agorà», intesa come «il luogo dell’incontro, della negoziazione tra l’interesse privato e il bene pubblico». Qualcun altro, più ottimista, dice che la nuova agorà esiste già: è la piazza virtuale di internet, dove la gente s’incontra, discute, decide (le Parlamentarie grilline), costruisce un sapere comunitario e democratico (Wikipedia). Si potrà obiettare che, come ricordava Umberto Eco, l’agorà virtuale spesso più che a una piazza somiglia a un bar, dove, diceva sempre Bauman, la cosa che ciascuno ascolta più volentieri è «l’eco della propria voce». Spesso su internet trionfa non un comunitario noi, ma l’ingombrante io di chi esibisce la sua vita (fotografie, pensieri, stati d’animo) su Facebook. Viceversa, già nell’antichità, la piazza non è tanto lo spazio armonioso del dibattito, quanto il luogo del tumulto, dove la folla mormora, si agita, crea disordini. Plauto, nel Curculio, descrive un foro popolato da «impostori, fanfaroni che infilzano una bugia dietro l’altra, bidonatori, facce toste, pettegoli, maligni». Haters e propalatori di fake news, insomma, si aggiravano già per le piazze antiche.

Dal quel modello sono poi discese, nel corso dei millenni, piazze di ogni genere. Le piazze comunali del Medioevo o le piazze teatrali e scenografiche del Rinascimento o del Barocco. Alcune sono apparse inquietanti, come quelle deserte e metafisiche di Giorgio De Chirico. Altre hanno festosamente accompagnato la modernità e il progresso, con le luci di Times Square o, ancora prima, di Piazza Duomo a Milano: le insegne al neon che l’animavano sono state rimosse vent’anni fa per sciagurata decisione di una giunta comunale, ma i più anziani ricorderanno ancora l’iridiscente e fiabesca signorina dattilografa della ditta Kores. Anche Umberto Saba s’incantava in quella piazza dove «invece di stelle ogni sera si accendono parole». A volte, a torto o a ragione, abbiamo identificato alcune piazze con la voce di un popolo che insorge (Piazza Tahrir al Cairo, Plaza de Mayo a Buenos Aires, Tienanmen a Pechino). Peraltro, la contrapposizione tra Piazza e Palazzo non è invenzione dei populisti di oggi. La enunciava già Francesco Guicciardini: «Tra il palazzo e la piazza è una nebbia sì folta, o uno muro sì grosso, che non vi penetrando l’occhio degli uomini, tanto sa el popolo di quello che fa chi governa, o della ragione perché lo fa, quanto delle cose che fanno in India».

Ma si sbaglierebbe a considerare la piazza sinonimo di democrazia. Già gli ateniesi distinguevano le due dimensioni: per riunirsi in assemblea, non scendevano nell’agorà, ma salivano su una collina vicina, la Pnice. Si pensi anche al modello delle places royales francesi: un giardino con in mezzo una statua del re, possibilmente a cavallo, a celebrazione della gloria monarchica. Era nata così nel 1763 la parigina Place de la Concorde, in origine intitolata a Luigi XV. Ma poi la storia s’impadronisce delle piazze, o forse le piazze plasmano la storia. Place Louis XV diventa Place de la Révolution: i giacobini ci piazzano la ghigliottina e il popolo vi accorre festante per vedere rotolare le teste dei regnanti. La piazza cambia ancora nome per inneggiare alla Concordia dopo gli anni del Terrore. Ma fu sempre lì che, nel 1810, schiacciato dalla folla che festeggiava le nozze di Napoleone con Maria Luisa, Alessandro Manzoni ebbe la sua prima crisi di agorafobia. Una malattia moderna, legata alla dimensione delle metropoli, come appunto la Parigi «mare mostruoso e senza sponde» in cui si perdeva Charles Baudelaire. Nel giro dei grandi boulevards e dei passages rutilanti, le piazze diventano tappe di un labirinto urbano in cui non ci si ritrova, ci si perde. E dove l’uomo non è più comunità: è individuo o folla.

Di fatto, per qualche tempo, le piazze non sono state di moda. E, quando si torna a costruirle, sono un po’ diverse dalle piazze storiche. A New York, per esempio, è in corso un grande progetto edilizio (gli Hudson Yards) che entro il 2019 disseminerà lungo la riva del fiume quasi due chilometri quadrati di giardini, edifici pubblici e privati, centri commerciali. Al centro troneggerà una tortuosa scalinata monumentale (il Vessel), costruita con giganteschi blocchi di metallo forniti da un’azienda rigorosamente Made in Italy, con cantiere a Monfalcone. Vengono in mente le ziggurat, le piramidi a gradoni della Mesopotamia antica. Del resto, abbiamo recuperato pure i giardini pensili, come nei grattacieli milanesi del Bosco Verticale. Forse, mentre sogniamo Atene, stiamo ricostruendo Babilonia.

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