“No Mercy in This Land” è il nuovo disco di Ben Harper e Charlie Musselwhite

Il 12 dicembre 2005 un uomo di nome Quinton Burkes entrò nella casa al 3053 di Manhattan Avenue, in un quartiere di modeste abitazioni a un solo piano nella zona nord-orientale di Memphis. L’uomo strangolò la proprietaria di casa e rubò due apparecchi televisivi, un lettore dvd, un libretto degli assegni e pochi altri oggetti di valore. Tornò poco dopo per prendere la vecchia Ford Sedan di proprietà della signora. Burkes fu arrestato poche settimane dopo l’omicidio: aveva portato la refurtiva in un banco dei pegni. La sua vittima si chiamava Ruth Maxine Musselwhite. Aveva 93 anni ed era la madre del bluesman Charlie Musselwhite che aveva passato buona parte dell’adolescenza in quella stessa strada di Memphis, sognando di diventare un musicista e ammirando da lontano la Thunderbird di Johnny Cash, che abitava a un isolato di distanza. Tredici anni dopo l’omicidio, Musselwhite ricorda la madre attraverso le parole che Ben Harper ha scritto per lui nella canzone che dà il titolo al loro nuovo album No Mercy in This Land. Sono poche frasi pronunciate su una base spettrale di organo Hammond B-3, ma è uno dei pochi momenti in cui Musselwhite s’avvicina al microfono non per soffiare nell’armonica a bocca, ma per cantare: «La mia povera madre è sotto terra, col cuore spezzato e le mani tremolanti. Non c’è misericordia in questa terra?».

La morte è parte integrante del canone blues. Non stupisce trovarla in un disco di un revivalista prossimo ai 50 e di un armonicista di 73 anni che ha ispirato la figura di Elwood Blues interpretata da Dan Aykroyd nei Blues Brothers. Uno dei picchi di romanticismo di No Mercy in This Land è rappresentato da Trust You to Dig My Grave: ti accorgi di aver trovato la persona giusta quando sai che puoi affidarle serenamente il compito di scavarti la fossa.

È stato un gigante della musica afroamericana, John Lee Hooker, a propiziare l’incontro fra i due, che nel 2013 hanno pubblicato il primo album assieme, Get Up!. L’idea, questa volta, era scavare più in profondità nelle proprie vite. Nelle canzoni di No Mercy in This Land, il blues offre un formato attraverso cui esprimere la propria vulnerabilità, quella che Ben Harper chiama «“the real stuff”, la roba che ha un’anima e spezza il cuore. Quando suoni con uno come Charlie non puoi nasconderti. L’armonica a bocca è la sua voce e proviene da un luogo dove non c’è spazio per cinismo e ironia. Le canzoni le scrivi con la penna, il blues lo scrivi con la vita». In The Bottle Wins Again, ad esempio, Harper canta apertamente del suo periodo da alcolista, un’esperienza che condivide con l’amico. La musica, dicono i due, serve per mettere in comune esperienze di questo genere. «Il blues, quando funziona, somiglia a un’invasione della privacy. Ascolti un musicista e ti domandi: come fa questo tizio a conoscermi tanto profondamente?».

C’è da chiedersi, tuttavia, se nel 2018 il blues sia una forma musicale adatta per condividere storie. In fondo, già negli anni 60 i delinquenti del South Side di Chicago sfottevano Musselwhite per via della sua passione: «Amico, ma che problema hai? Il blues è roba da vecchi». Oggi è roba da morti. Eppure, nei momenti migliori di No Mercy in This Land, Harper e Musselwhite esprimono in modo efficace debolezze umane e bisogno di conforto. Non è da tutti riuscire a farlo usando temi e strutture musicali risapute e ripetitive. «Il blues è la musica classica americana», sentenzia Ben Harper. «La musica classica europea crea movimento attraverso il concetto di variazione. Il blues lo fa attraverso l’intreccio di linea melodica, strumento solista, ritmo. È un meccanismo a orologeria, solo che non viene dalla Svizzera, ma dal Delta del Mississippi».

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