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I mille libri di New York

IL 100 17.04.2018

I leoni all’ingresso della New York Public Library su Bryant Park

Getty Images

Tutte le anime della città si specchiano nella sua grande biblioteca pubblica, come racconta lo straordinario documentario “Ex Libris” dal 23 aprile al cinema

Per alcuni, il luogo romantico per eccellenza non è una spiaggia da cui osservare il tramonto o un paesino arroccato sui colli. Per certi individui, spesso di estrazione cittadina e natura introversa, quel luogo è la biblioteca. Da liceale trascorrevo interi pomeriggi nella biblioteca rionale, che fungeva anche da anagrafe di quartiere, scuola di italiano per stranieri, bagno per senzatetto, ricovero per matti, mediateca per cinefili, casa d’appuntamenti. Di fronte alle macchinette del caffè, il cui profumo si confondeva prosaicamente con l’odore dei detersivi aggressivi usati nei luoghi pubblici, ho conosciuto il vero amore.

Ex Libris, l’ultimo documentario di Frederick Wiseman, premiato a Venezia dalla Fipresci e in uscita in sala il 23 aprile, tratta proprio della madre di tutte le biblioteche: la New York Public Library. In quasi tre ore il veterano del documentario americano esplora non solo l’edificio di Bryant Park (quello sovrastato dai due leoni-simbolo, Perseveranza e Coraggio), ma anche molte delle altre 91 sedi sparse per la città ben oltre Manhattan. Com’è consueto per Wiseman, le infinite ore di riprese avvenute tra primavera ed estate 2016 comprendono tutti gli aspetti della gigantesca macchina istituzionale, dalle sessioni plenarie dei vertici dirigenziali agli impiegati del sistema di restituzione elettronica. «Pronto? No, la Bibbia di Gutenberg è momentaneamente fuori consultazione», risponde uno dei centralinisti.

Si può immaginare che Wiseman abbia ottenuto accesso illimitato a questa enorme struttura nello stesso modo in cui è riuscito a filmare all’interno dell’aeronautica o del sistema scolastico, allo zoo di Miami, al Crazy Horse, a Berkeley, alla National Gallery e all’Opéra di Parigi – per citare solo alcuni dei temi-luogo affrontati nella sua carriera, dedicata da sempre allo studio delle istituzioni, perlopiù negli Stati Uniti.

Ma nel caso di Ex Libris una spinta molto decisa alla realizzazione del documentario può averla data il direttore della biblioteca, Anthony Marx, un fervido sostenitore della natura fieramente pubblica e insieme privata della biblioteca. Una sinergia virtuosa che utilizza i finanziamenti privati per persuadere il Comune a intervenire, e altre volte sfrutta soldi pubblici per stuzzicare la generosità dei donatori. Con due principali obiettivi: aumentare i programmi educativi e accelerare il processo di digitalizzazione, non solo in termini di archiviazione, ma soprattutto per una missione ancora più urgente, l’alfabetizzazione informatica. Così, se a Chinatown si insegna agli anziani a trasferire foto da chiavetta a pc, nel Bronx coding e rudimenti di robotica diventano materie da doposcuola. L’approccio quasi enciclopedico di Wiseman ben si sposa con la varietà di discipline e saperi che la biblioteca intende preservare: visitiamo la biblioteca braille, dove si impara a leggere e scrivere il linguaggio tattile, o la biblioteca delle immagini senza copyright, dove la catalogazione sfugge a ogni logica o eccede in precisione («Guarda alla voce cani che fanno cose o balletto – Petruška»). Nella biblioteca dedicata ai periodici, il placido srotolamento dei microfilm si scontra con la squillante notifica di posta in arrivo, a ricordare che la produttività è l’indole dominante di chi siede nelle sale di lettura, luoghi sonnolenti solo per chi passa di sfuggita.

Negli anni universitari ho vissuto alcune delle mie ore intellettualmente più vivaci in completo silenzio in quella biblioteca affettuosamente ribattezzata “Stabi” dove Wim Wenders girò Il cielo sopra Berlino e rimasta identica da allora: forse per l’eredità sovietica, forse per merito dell’ovattato materiale di cui è rivestita, il potere di concentrazione di quel luogo è unico quanto i senzatetto che sostano da tempi immemori nell’ingresso, coriacei quanto i mappamondi che pendono nella sala centrale. Ugualmente in Ex Libris l’unione tra pubblico e privato non si esperisce solo nel frangente economico, ma anzi diventa identità costituente della biblioteca, dove i confini tra la propria persona e la società si infrangono. In una riunione organizzativa Anthony Marx si chiede qual è il ruolo della biblioteca, oggi: non solo luogo che accoglie tutti, ma anche territorio socialmente ambiguo che deve scegliere quando imporre le proprie regole («Chiunque è accetto, purché non stia dormendo») o applicare quelle comunali, più intransigenti e spersonalizzanti. L’allora direttore della Schomburg Collection, tra i maggiori centri di ricerca sulla cultura afro-americana, ringrazia lo staff per il «life saving work» che viene svolto nelle biblioteche pubbliche, «i pilastri della democrazia».

Nel parco sul retro della maestosa sede centrale, cornice topica di film cult come 1997: Fuga da New York o Ghostbusters, perditempo oziano ai tavolini e mamme passeggino-munite attendono pazientemente in fila, mentre sugli scalini d’ingresso un uomo asiatico si dipinge i baffi bruni con un pennino apposito. Come sempre nei documentari di Wiseman, vince il volto umano dell’istituzione, qui nella veste più appassionata durante gli incontri con pensatori, artisti, wannabes accademici: c’è chi spiega a una platea di vecchietti il mito del pastrami come connubio tra cultura ebraica, gentrificazione e vaudeville, e chi racconta l’affascinante storia dell’incisione del Rinoceronte di Albrecht Dürer di cui i visitatori possono ammirare un esemplare originale.

Ex Libris si apre con una conversazione con il biologo dell’evoluzione Richard Dawkins, a cui l’intervistatrice attribuisce la citazione: «La scienza è la poesia della realtà». Si intuisce il rispetto di Wiseman, 88 anni e 49 documentari all’attivo, per l’approccio scientifico, soprattutto se di tipo divulgativo. Campione assoluto del documentario d’osservazione – la famigerata fly on the wall che aspira a restituire la realtà senza filtri soggettivi – Wiseman è riuscito a risolvere lo storico dilemma del cinema non-fiction dedicandosi a studiare l’istituzione come se fosse un organismo vivente. Il suo esordio del 1967, Titicut Follies, girato in un manicomio, venne censurato per una ventina di anni poiché si considerava che violasse la dignità dei soggetti. La critica era chiaramente contro il sistema psichiatrico dell’epoca, ma con il tempo l’agenda politica di Wiseman ha acquistato senso dell’umorismo e distacco paterno, come dimostrano Jackson Heights, sul quartiere multietnico nel Queens, o Public Housing, sulle case popolari di Chicago; o ancora l’incredibile Aspen del 1991, sulla cittadina in Colorado che assomiglia alla nostra Cortina: testimonianza fedelissima delle fogge umane e della mentalità di quegli anni, è insieme documento storico e opera d’arte che rilassa, istruisce e fa meravigliare come un film di finzione. In un mondo che ci chiede di essere sempre reattivi, sedersi per osservare e basta è un’azione gratificante, soprattutto se avviene con un cinema tanto devoto alla varietà del reale.

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