Magazine

Nelle sale della “eroica et immortale libreria”

di STEFANO SALIS
IL 100 12.04.2018

Tra i tesori custoditi dalla biblioteca Ambrosiana di Milano, a partire dal Codice Atlantico di Leonardo da Vinci

Unire il vero al bello, metterli accanto, renderli un unicum alla percezione dei dotti, chiamati a custodire con il compito, però, di aprire le porte della conoscenza ai tutti gli interessati. I più importanti libri (lo strumento dove si deposita la saggezza dell’uomo, di tutti i tempi, in tutte le latitudini) e magnifici dipinti: la gloria delle immagini, la profondità delle parole, a cantare la gloria e la perfezione di Dio. Se si dovesse compendiare in poche righe il vasto programma del cardinale Federico Borromeo nell’istituire la Biblioteca e la Pinacoteca Ambrosiana, forse si dovrebbero usare queste.

Era l’8 dicembre 1609: dal Palazzo arcivescovile il cardinale giunse, nel primo pomeriggio, alla Chiesa di S. Sepolcro. Con lui un corteo di dignitari ecclesiastici e civili, ai lati due ali di folla: musica e cori nella chiesa, il cardinale prende il centro, ai suoi lati il Gran Cancelliere spagnolo don Diego Salazar e il Presidente del Senato di Milano Giacomo Mainoldi Gallarati. Milano assiste commossa e grata all’apertura della Biblioteca. Dalla Chiesa di San Sepolcro, il corteo, fra squilli di tromba e sotto un padiglione di tessuto che copre l’intero percorso, arriva  davanti alla porta dell’Ambrosiana: entra il cardinale, naturalmente per primo. Nessuno bada al freddo, quando lo stesso Federico fa da guida fra i tesori dell’imponente collezione della Biblioteca, mostrandone con orgoglio l’immensa ricchezza.

Da quel momento, poter ammirare i libri dell’Ambrosiana è un privilegio che i bibliofili di tutto il mondo sognano; e quando capita, sotto le teche o, per i più fortunati, ancora più da vicino, accanto alle mani guantate del bibliotecario o dello stesso Prefetto che te le sfoglia dinanzi, l’emozione è garantita. Non è solo una questione di bellezza o la vertigine di essere davanti a capolavori della sapienza umana come il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci – la più grande raccolta (oltre mille fogli) di schizzi, pensieri, elaborazioni e annotazioni che ci ha lasciato il genio toscano –, è la immediata comprensione che sei di fronte allo sforzo dell’uomo per capire il suo posto nell’universo.

Quando, nel 1623, Galileo mandò al cardinal Federico una copia del suo Saggiatore (naturalmente qui conservato), nella lettera di accompagnamento gli spiegava la speranza che esso potesse entrare a far parte dell’«eroica et immortale libreria». E se nei secoli i giudizi sulla biblioteca sono stati eccezionali, non si può dimenticare come un altro nume tutelare di Milano, Alessandro Manzoni, volle includere (e da protagonista), il cardinale e la sua biblioteca nel suo immortale capolavoro: I Promessi Sposi (cap. XXII): «Federigo ideò questa Biblioteca Ambrosiana con sì animosa lautezza, e la eresse, con tanto dispendio, da’ fondamenti; per fornire la quale di manoscritti, oltre il dono de’ già raccolti con grande studio e spesa da lui, spedì otto uomini, de’ più colti ed esperti che poté avere, a farne incetta, per l’Italia, per la Francia, per la Spagna, per la Germania, per le Fiandre, nella Grecia, al Libano, a Gerusalemme. Così riuscì a radunarvi circa trentamila volumi stampati e quattordicimila manoscritti». Un numero già allora impressionante. Che negli anni è sempre aumentato.

Ecco il brivido di bellezza, davanti alla miniatura di Simone Martini, nel frontespizio del grande codice con le opere di Virgilio, appartenuto e postillato da Francesco Petrarca, di cui era amico. Leggenda dice che fu il volume che il poeta tenne accanto a sé per tutta la vita e sul quale morì. Il prefetto Giovanni Galbiati, fra il 1930 e il 1931, decise di riproporre la miniatura di Simone Martini su un mosaico nella seconda ala della Pinacoteca Ambrosiana: il segreto codice, non a tutti visibile, è dunque per sempre pubblico. Ed ecco sfilare, in rapida successione, la stupenda Commedia, riccamente miniata, in un codice che fu già del patrizio veneziano Alvise Mocenigo; un codice del 1400 circa, con la Geografia di Tolomeo, un’istantanea di come era il mondo classico; un libro d’ore, un genere fortunato dell’epoca e riservato solo ai nobili e ricchi che potevano farsi fare opere di questa eleganza. Questo è il “Borromeo”, del XV secolo, con le miniature fantastiche del De Pedis, ecco la bellissima Arte della guerra del Valturio.

E poi i codici arabi (tra cui un’arte medica eccezionale), copti, egiziani, a testimoniare l’apertura che fin dall’inizio ebbe la Biblioteca verso le culture diverse; le edizioni del Petrarca, che qui è davvero di casa, con decine di manoscritti, stampe, incunaboli; un Decamerone stampato della prima ora. Alla fine, come ultima chicca, completamente rapito dai grandi tesori chiedo, ricordandomi della missione affidatami da IL, se per caso qui ci sono trattati sulla moda, i modi, sull’eleganza, sul fascino.

Salta fuori un’opera di Cesare Vecellio, parente di Tiziano: De gli habiti antichi, et moderni di diverse parti del mondo. Ebbe grande diffusione tra la fine del XVI ed il XVII secolo, periodo nel quale uscirono le tre principali edizioni del testo: 1590 (Zenaro), 1598 (Sessa), entrambe qui presenti. Le tavole sono xilografie in bianco e nero, con ricche cornici e sono accompagnate da testi, anche ampi, che descrivono l’abito e danno notizie sul personaggio-tipo. Le figure non sono immobili, impacciate; al contrario, presentano grande varietà di gesti: si spostano, prendono quasi vita, vengono ritratti variando i movimenti delle mani, del volto e del busto. I soggetti assumono diverse posizioni rispetto all’osservatore per favorire una migliore visione dell’abito.

Non abbiamo inventato niente, per accorgersene basterebbe fare il confronto con le pagine che state sfogliando: la macchina fotografica non c’era, l’ingegnosità, sì.

In ogni caso, buona visione.

Chiudi