Magazine

Appuntamento in Canada

IL 102 22.05.2018

Paesaggi immensi, densità demografica minima e uno storico hotel isolato sul San Lorenzo: qui si svolgerà il summit dei sette grandi del mondo

«In Québec il pomodoro è un frutto, nel resto del Canada una verdura», dice Pascal Miche, inventore di Omerto, l’unico vino di pomodoro del mondo. Shakerato con ghiaccio ed essenza di rosmarino, sarà il drink di benvenuto del G7, che si terrà l’8 e 9 giugno a La Malbaie, principale centro della regione quebecchese di Charlevoix. «Nel Paese è vietato ricavare alcolici da verdure. Dopo dieci anni di battaglie legali, nel 2011 ho convinto le autorità che il pomodoro è un frutto», spiega Miche, di origine belga. «Vivo nel Charlevoix da decenni: i suoi cieli immensi e la sua densità demografica minuscola mi hanno fatto passare la voglia di tornare in Europa».

La regione, 30mila abitanti, biosfera Unesco, si trova a due ore di auto a Nord Est di Québec City, tra il corso del fiume San Lorenzo e il cratere di un meteorite di 350 milioni di anni fa. Le montagne che la incorniciano, verdi di pini, aceri e betulle, sono la testimonianza geologica di quell’onda d’urto. Il logo del G7 2018 è una sintesi di tutto ciò: il corso del fiume al centro, due alberi ai lati, le cime sullo sfondo. Il premier canadese Justin Trudeau ha motivato così la scelta: «Questa regione dinamica è un’immagine del nostro Paese: dal bilinguismo alla diversità culturale, ai paesaggi scintillanti in ogni stagione. Sono sicuro che i miei colleghi se ne innamoreranno, così come i canadesi fanno da generazioni».

Il primo ministro ha anche ammesso di aspettarsi i consueti contestatori. Noémie Lequin, direttrice delle pubbliche relazioni dell’hotel Fairmont Le Manoir Richelieu, futuro teatro del summit, dice: «Tra le ragioni della scelta c’è la sicurezza. L’hotel si affaccia sul San Lorenzo, che in questo punto è largo 16,5 chilometri: i lati da proteggere si riducono a tre. In generale, il Charlevoix è facile da isolare». La Route 138 è l’unica strada che arriva qui da Québec City, poi, attraversata da cervi e alci, percorre la regione insieme a una sola parallela: la costiera Route du Fleuve. «Però i motivi fondamentali restano la nostra esperienza in fatto di convention e la bellezza dell’albergo», continua Lequin. Una compagnia navale lo aprì nel 1899 per accogliere i crocieristi che risalivano le acque salmastre del fiume, popolate da balenottere e beluga. «Nel 1928 un incendio, le cui cause restano misteriose, distrusse l’hotel, ricostruito l’anno seguente», recita Jean Norbert, il fantasma in tricorno e marsina di una vedetta, abbandonata dall’esercito francese durante l’avanzata britannica del 1759, che da allora infesta questi luoghi. «In realtà più che altro intrattengo i bambini dei clienti», ammette l’impiegato. Eppure, i lunghi corridoi tappezzati da moquette a tinte calde, il bar di legno in stile primonovecentesco e gli ampi saloni dell’hotel ti fanno sospettare che, da un momento all’altro, sbuchino le due gemelline di Shining. «A dire il vero Le Manoir Richelieu è vivissimo: possiamo servire 2mila persone contemporaneamente», assicura Pierre-Laurence Valton-Simard, chef des cuisines per i quattro ristoranti dell’hotel, che è anche collegato all’unico casinò della zona. «Cerchiamo di utilizzare materie prime regionali. Pesce del fiume, foie gras delle campagne, formaggi come Le Ciel de Charlevoix, versione autoctona del fromage bleu: lo stesso colore del nostro cielo».

Immagini di La Malbaie, principale centro della regione quebecchese di Charlevoix

Le attività gastronomiche dell’albergo fanno parte del Flavour Trial, un consorzio di ristoratori e produttori di sidro, carne biologica, frutta, birra artigianali (quella ufficiale del G7, una lager fruttata e amarognola, è opera della Microbrasserie Charlevoix). «Ho fondato l’associazione, ispirata alle routes des vins francesi, nel 1995. I suoi membri, ora 62, collaborano per valorizzare le eccellenze culinarie del territorio», racconta Dominique Truchon, da sette anni pure chef di un ristorante di La Malbaie, con caminetti e carta da parati e cucina stagionale, che porta il suo cognome.

«Qui c’è un forte senso di comunità», conferma Annie Breton, direttrice del Musée de Charlevoix, che espone arte folk e manufatti tradizionali come le onnipresenti sedie a dondolo. «Il primo treno è arrivato a La Malbaie solo nel 1919 sulla spinta della caccia alla balena, poi proibita negli anni Venti». La cittadina ha prosperato per molto tempo grazie alla lavorazione della carta. «Il New York Times è ancora stampato su pagine provenienti dalla locale cartiera Résolu, ma l’industria non è più così fiorente», continua la direttrice. «Oggi gli affari si fanno col turismo».

Per capire le ragioni del senso di comunità basta farsi due passi tra le lapidi del cimitero di Saint-Irénée, all’ombra di una argentea chiesetta cattolica. Lungo i sentieri e lungo i secoli ritornano sempre gli stessi cognomi: Leclerc, Bouchard, Dufour. Quelli che riempiono pure le 392 pagine dell’almanacco di tutti i battesimi e i funerali tenutisi sull’Isle-aux-Coudres dal 1741. Mentre in quest’isola sul San Lorenzo dal perimetro di 24 chilometri, dove le esistenze di 1.200 anime sono scandite dagli orari del traghetto (in inverno una corsa ogni due ore, nei mesi più caldi una ogni 30 minuti), si capiscono le ragioni del turismo. Scuole e rimesse per kitesurf e paddleboard come quella della campionessa di kite Catherine Dufour, spiagge vista balene, l’albergo della cantante Geneviève Jodoin che in estate ospita le esibizioni di musicisti quebecchesi, la cidrerie Pedneault con i suoi 5mila alberi da frutto, la boulangerie Bouchard e il suo pâtés croches: un pasticcio di carne a forma di mezzaluna inventato dal nonno della proprietaria, Noëlle-Ange, per consentire ai rematori di reggere il pasto con la mano libera. Di fronte all’isola sorge il secondo centro della regione, Baie-Saint-Paul. Tra le sue strade di casette di legno colorate, in cui perfino la banca locale si chiama Caisse du Fleuve et des Montagnes e dove negli anni Settanta muovevano i primi passi sui trampoli due fondatori del Cirque du Soleil, si trovano ben venti gallerie d’arte per una popolazione di 7mila persone. «È una Provenza del Nord. Fin dal primo Novecento pittori come René Richard e Jean-Paul Lemieux venivano qui attratti dai giochi della luce e delle maree», dice Odette Syms della Galerie d’Art Iris.

 

Dal 1982, in agosto, a Baie-Sant-Paul si tiene il Symposium international d’art contemporain, in cui talenti da tutto il mondo lavorano in pubblico. Il museo d’arte contemporanea cittadino è stato progettato da Pierre Thibault. Lo stesso architetto ha trasformato l’antico convento delle suore Petites Franciscaines de Marie nella Maison Mère: di mattoni rossi, sormontata da tre campanili, collegata alla spiaggia da un sentiero tra gli aceri. «L’approccio scandinavo di Thibault, tutto funzionalità e rispetto ambientale, ha dato una seconda vita a questa struttura», osserva Gabrielle Leblanc, direttore aggiunto della Maison. È un centro polivalente che contiene il Mousse Café, un ostello per la gioventù, studi artistici, un co-working e la sede di La Base, società specializzata in team bulding aziendale nella natura selvaggia. La fondatrice Marie-Ève Chaumond, di Montréal, assicura: «Sempre più professionisti cittadini trascorrono qui periodi di semi-lavoro lontano dal caos metropolitano. Davanti al portatile la mattina, a fare surf al fiume o a sciare in montagna a Le Massif il pomeriggio». O magari si rilassano nella spa, con piscina riscaldata a cielo aperto a due passi dal recinto di vacche Highlander dell’hotel Le Germain: una fattoria ultramoderna con ristorante e una batteria di caricatori per le Tesla nel parcheggio.

Anche nel rispetto del sentimento ecologico, così diffuso nel Charlevoix, il governo federale pianterà 86mila alberi per compensare l’impatto ambientale del G7 e installerà una rete a fibra ottica per permettere a 2.500 famiglie, felicemente disperse ai confini del continente americano, di avere un più facile accesso al resto del mondo.

Chiudi