A giochi fermi, ecco i film che abbiamo desiderato non finissero mai o che avremmo sperato finissero subito (salvo poi non riuscire a smettere di parlarne)

Cosa rimane di un festival cinematografico, dopo le decine di film visti o sentiti raccontare? La risposta scontata sarebbe “i premi”. Ma i premi sono riconoscimenti spesso arbitrari e soprattutto assegnati da giurie che se da una parte rispecchiano il pubblico generico essendo composte da professionisti ma non esperti, dall’altra decidono in base ad agende politiche o gusti personali magari un po’ discutibili. Lungi dal sostenere che la critica cinematografica sia una pratica oggettiva (ne abbiamo scritto nel report precedente), viene però voglia di stilare a caldo una lista dei film che secondo noi hanno lasciato il segno: Vale a dire, film che abbiamo desiderato non finissero mai o film che avremmo sperato finissero subito (salvo poi non riuscire a smettere di parlarne). Eccoli.

I film vincitori sono segnalati da un asterisco e dal premio assegnato in calce all’articolo.

Cominciamo dal basso e cioè dalla delusione più cocente. Si tratta di un regista su cui si era puntato molto e invece ci ha torturato per ben due ore. È David Robert Mitchell, che nel 2010 aveva stravolto il teen movie con The Myth of the American Sleepover e che nel 2014 aveva svolto la stessa operazione di tributo e aggiornamento di un genere confezionando il capolavoro horror It Follows. Quest’anno, in concorso con Under The Silver Lake, si prefigge di compiere il medesimo gesto post-moderno (sic) con il noir losangelino, genere che forse più di tutti affonda le radici nella storia del cinema. Andrew Garfield interpreta un perdigiorno che abita in un condominio a est della città e si improvvisa detective sulle tracce di una seducente inquilina, misteriosamente scomparsa. Fin dalla prima inquadratura (Il lungo Addio di Altman, La finestra sul cortile) la coltre di citazioni appesantisce ogni istante: da James Dean a David Lynch, manciate di Thomas Pynchon via P.T. Anderson, Hollywood classica a profusione e incursioni che disturbano perfino Kubrick, Il Mago di Oz e Alice nel paese delle meraviglie… Una specie di caotica caccia al tesoro seppellisce indizi nel sottobosco del pop—manco troppo sottoculturale a dire il vero, dato che si tratta di vinili ascoltati al contrario, iconografia alla American Pie e un bestiario che comprende cani, puzzole e gufi—ma finisce per configurarsi come pastiche delirante e sconclusionato. Cugino di Ready Player One, Under The Silver Lake sfrutta lo stesso fanatismo da rivincita dei nerd e feticisti dell’analogico. Ma contrariamente al film di Spielberg, dimentica che i cinefili non sono solo consumatori bensì anche esteti e severissimi esegeti della materia. Insomma, ecco il triste e frequente caso di regista promettente che troppo presto ambisce allo statuto di autore.

Under The Silver Lake

Al secondo gradino, quello con la targhetta “Deludenti Ma Controversi” si piazzano Lars von Trier e Alice Rohrwacher. Chi mai avrebbe detto di trovarli sullo stesso piano? Infatti si aggirano su livelli molto diversi—innanzitutto lui fuori concorso e lei favoritissima nell’agone ufficiale—ma ciononostante accomunati dal buzz suscitato tra critici internazionali e stampa italiana. Dopo l’eccellente Le Meraviglie, non stupisce che la Rorhwacher abbia ottenuto grandi finanziamenti per girare il film successivo (Rai, Radio Svizzera, Arte, MIBACT, Eurimages e compagnia). Ci si pensa dunque due volte a darle veramente contro, ma Lazzaro Felice* è proprio un’occasione mancata. Avvinghiata come sempre al realismo magico, Rohrwacher racconta la storia di un gruppo di contadini—tra cui spicca la “bambina con figlio” Agnese Graziani, giovanissima e ottima interprete—sfruttati da una signorotta locale (Nicoletta Braschi) ben oltre l’abolizione della mezzadria nel 1982. Girato interamente in pellicola salvo costose riprese di droni sulle colline viterbesi, il film segue la figura del giovane Lazzaro tra epoche e ambientazioni diverse, metà santo metà scemo del villaggio, che aiuta il prossimo senza chiedere mai niente in cambio. A dirla con una boutade, Lazzaro Felice è concepito sulla scia di Ermanno Olmi e dei fratelli Taviani ma si conclude sotto il segno del pozzettiano Ragazzo di Campagna. Assurdamente, la religione dell’umano che Lazzaro dovrebbe incarnare è molto più tangibile e toccante nel violento Dogman di Garrone.

Con The House That Jack Built Lars von Trier si auto-assolve e celebra in un film che, se non offende, è in ultima analisi poco interessante (ma bisogna precisare: non è offensivo né realmente misogino, come un’interpretazione ignorante della sua cinematografia suggerirebbe. E nessun animale è stato maltrattato durante la realizzazione!). Lontano dai grandeur di Melancholia o Dogville ma piuttosto speculare a Nymphomaniac, von Trier maschera il proprio patologico narcisismo sotto le spoglie di una commedia. Matt Dillon killer maniaco del pulito è una bella trovata, come unica è l’abilità concettuale raggiunta dal regista danese (ritornano sprazzi di video essay; il dialogo-terapia tramite un virgiliano Bruno Ganz). Ma la depressione di cui è affetto è letterale e non metaforizzata, l’olocausto è di nuovo provocatoriamente assimilato a un’opera d’arte e il Grande Artista non può che essere Lars stesso, qui auto-investitosi. Così più il film si avvicina all’autobiografia, più noi ci allontaniamo: non scandalizzati ma seccati di aver trascorso due ore in un mondo tanto ombelicale.

Lazzaro felice

A metà strada verso il traguardo troviamo una serie di film non perfetti ma ottimi: ritorni, esordi, consolidamenti. Si parte da Plaire, aimer et courir vite di Christoph Honoré, in concorso: volendo prosecuzione di 120 Battiti per minuto (che vinse lo scorso anno) e ulteriore tassello nel recente dibattito francese sull’epidemia AIDS dei primi anni Novanta. A differenza del film di Campillo, Honoré non propone una parabola della malattia ma piuttosto uno studio empatico-psicologico del suo personaggio, giovane scrittore di successo con un figlio piccolo. Il terzetto meraviglioso del cast principale—il protagonista Pierre Deladonchamps già abile in Lo sconosciuto del lago, l’amico Denis Podalydès e il giovane corteggiatore Vincent Lacoste—ci comunica un “lessico familiare” che emana un calore unico, simile all’intesa di Chiamami col tuo nome. Perché tra lo scrittore malato e l’amante ventenne intercorrono desideri e azioni che hanno tempistiche tragicamente diverse ma condividono la medesima intensità. Una superba colonna sonora completa il pacchetto.

Anche in Climax* compare l’energico brano Pump Up the Volume dei M/A/R/S/, a metà tra inno alla danza protagonista del film e missione programmatica del regista argentino Gaspar Noé, da tempo trapiantato a Parigi. I titoli di apertura, da soli già capolavoro, lo dichiarano “un film fieramente francese” e ispirato a un fatto di cronaca del 1996. Giovani ballerini etnicamente, sessualmente e culturalmente molto variegati vengono scelti per una residenza esclusiva in una scuola sperduta nel nulla; alla festa di chiusura qualcuno scioglie dell’LSD nel punch dando il via a una danza “d’autodistruzione di massa”. La pornografia dell’eccesso tipica del cinema di Noé beneficia qui della corporalità del ballo, del movimento spasmodico costretto in uno spazio circoscritto, senza mai raggiungere apice ne catarsi: un techno rave che è, per l’appunto, il tormento di un crescendo senza picco.

Dirimpetto a questi due film a loro modo anticonvenzionali, troviamo invece due opere formalmente più tradizionali ma non meno valide, entrambe americane. Mastro cerimoniere è Paul Dano che si cimenta per la prima volta con la regia e dirige Carey Mulligan e Jake Gyllenhaal in un adattamento di Wildlife, romanzo di Richard Ford, co-sceneggiato con la fidanzata e attrice Zoe Kazan. Incredibile osservarli presentare il film dal vivo, a disagio precisamente come i personaggi che spesso interpretano. Ma evidentemente la loro timidezza è stata d’aiuto nella messinscena della storia, una sorta di Revolutionary Road accelerato ambientato in Montana: tra due giovani genitori scoppia la crisi (identitaria e di coppia) quando il padre perde l’ennesimo lavoro, mettendo in discussione anche l’abilità tanto americana del reinventarsi e rivendersi per un futuro migliore. A contrappunto del putiferio che il figlio adolescente deve imparare improvvisamente a gestire, una regia rigorosa, quasi spoglia, racchiude e sfiora i personaggi nel loro isolamento, imponendosi solo alla fine come mezzo che, volenti o nolenti, unisce.

L’esordio promettente di Dano è accompagnato da un ritorno che se non è col botto, dovrebbe soddisfare sia i fan che gli indifferenti: In BlacKkkKlansman* Spike Lee trasporta la sua consueta tematica razziale in una commedia “in costume” ambientata nel Colorado degli anni Settanta. Lee, non proprio un regista che va per il sottile, utilizza film “blaxploitation” e il seminale Birth of a Nation di Griffith per parodiare i suprematisti bianchi; e lo fa tramite lo stesso linguaggio cinematografico che, per oltre un secolo, ha vituperato gli afroamericani (nella cultura visiva e oltre).

Climax

Sulla scaletta di transizione tra i precedenti film e i due che vorremmo chiamare capolavori troviamo Cold War* di Pawel Pawlikowski e Ash is the Purest White di Jia Zhangke, di cui abbiamo raccontato nel report precedente. Giusto un gradino più in alto si infila obbligatoriamente anche Dogman*. Il film di Garrone è impeccabile, una lezione totale su come il cinema può e deve offrire modi (e cioè anche mondi) di interpretare la realtà. Marcello Fonte, attore protagonista del film, regala un’interpretazione indimenticabile. Servillo, scansate!

Infine, ogni festival cinematografico nasconde dei film-tesoro: preziosità che possono essere più d’uno in una buona annata, ma altrimenti rari e dunque per questo da proteggere, ricercare e promuovere. I film-tesoro sono film piccoli ma ambiziosi, spesso intimisti o comunque mossi dal desiderio di conquistare i simili e non la massa, opere di autori consolidati ma non necessariamente in primo piano sulla ribalta. Quest’anno la gemma l’abbiamo scovata nella Quinzaine con Petra, film dello spagnolo Jaime Rosales. Negli ultimi quindici anni il cinema latinoamericano (i cileni Pablo Larraín e Sebastian Silva, il messicano Alonso Ruizpalacios, il venenzuelano Lorenzo Vigas) ha attivato un processo di critica del proprio passato—storico e sociale—senza precedenti. Un’operazione quasi di autoanalisi che continua a mancare, salvo alcune sporadiche eccezioni, nel cinema italiano come in quello spagnolo. Petra potrebbe essere un primo passo in quella direzione: una giovane artista (Bárbara Lennie) svolge una residenza presso un artista molto più anziano e affermato, convinta che sia suo padre (la cui identità le è sempre stata taciuta dalla madre, morta da poco). Rivelazioni posticipate ed ellissi trasformano la classica storia di ricerca individuale in una resa dei conti con il passato collettivo. Rosales sviluppa un intrigo narrativo quasi da telenovela: Petra è un melodramma pacatissimo, insieme tributo e decostruzione del cinema esplosivo alla Almodóvar, simboleggiato dall’attrice Marisa Perades e reo di aver rappresentato l’euforia della crescita economica degli anni Ottanta a discapito del trauma della dittatura. L’architettura di menzogne e non-detti eretto dai “padri”—la generazione che diventò adulta a cavallo tra franchismo e democrazia—ricade sui figli con la potenza di una tragedia greca. Ma Rosales, anche grazie all’armonia incredibile che sussiste tra cast, sceneggiatura e regia, inventa un film impossibile da catalogare. Un modello necessario.

Petra

E per concludere: Come ci si sente al centro di una standing ovation? L’esperienza è simile a un gigantesco, commovente abbraccio. Al termine della proiezione di En Guerre, del francese Stephane Brizé, l’intero Grand Theatre Lumiére si è stretto in un abbraccio lungo oltre una ventina di minuti. Alla fine piangevano anche le maschere. È questo il tipo di accoglienza che dovrebbe sempre ricevere un film come quello di Brizé, regista capace di rendere il politico umano e viceversa (come del resto già anticipato in Una Vita, premio FIPRESCI a Venezia 2016). In due ore di serratissimi dialoghi, En Guerre racconta la battaglia di un gruppo di operai in via di licenziamento. Capeggiati da Vincent Lindon—che in Francia è amatissimo e possiede quasi lo status di “padre”—i lavoratori cercano con tenacia e risolutezza di cambiare il corso delle cose. Dopo lunghe e violente trattative, mediate da un intermediario statale che non ha alcun potere se non quello di paciere, i lavoratori riescono finalmente a incontrare il CEO tedesco che possiede l’azienda. Come sintetizza cinicamente l’intermediario, i due poli espongono ed incarnano concezioni opposte ma ugualmente valide della globalizzazione. Senza entrare in dettagli che complicherebbero il dispiegarsi dei fatti, il film mostra il confronto verbale sia come strumento narrativo che di comprensione del contemporaneo. L’impatto del capitalismo sulle vite umane è tra i temi favoriti delle arti visive; ma mai così l’abbiamo visto al cinema, soprattutto oggi che il mercato pervade gli aspetti più intimi e astratti delle nostre vite. Quasi un’esperienza mistica: En Guerre dimostra che non basta saper scrivere una sceneggiatura che mostri tutto senza spiegare nulla; che non è sufficiente l’intesa perfetta di un cast misto (attori professionisti e non) né un montaggio scrupoloso che giustifica scelte registiche. Il segreto è nel lavoro di squadra. Perché anche il cinema è fatto di lavoratori: e sono loro, più che i premi, a rendere film come En Guerre memorabili.

Lazzaro Felice di Alice Rohrwacher ha vinto il Premio per la Migliore Sceneggiatura, ex aequo con 3 Faces di Jafar Panahi

Climax di Gaspar Noé ha vinto il maggior premio della sezione Quinzaine des Réalisateurs, l’Art Cinema Award

BlacKkkKlansman di Spike Lee ha vinto il Grand Prix

Cold War di Pawel Pawlikowski ha vinto il Premio per la Migliore Regia

Dogman ha vinto il Premio per la Migliore Interpretazione Maschile a Marcello Fonte

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