I film in concorso, le sezioni, le star e i registi, le ostriche e il rosé. Tutto quel che dovete sapere su Cannes 71

Guardando le immagini storiche del festival — che, come quello del Lido di Venezia fu fondato per sfruttare gli impianti di villeggiatura in un periodo ancora di bassa stagione — i suoi luoghi emblematici appaiono immutati nel tempo. Le tinte scelte per l’immagine coordinata di quest’anno — blu che sfuma in turchino, indaco, giallo e corallo — sembrano ispirate al ventaglio cromatico della Hollywood classica, un po’ come menzionare la macchia mediterranea per descrivere la vegetazione californiana. Cespugli di gelsomino e glicine esplodono negli anfratti meno trafficati della cittadina: in collina su Le Cannet, dove ogni anno il comune onora i giornalisti con un pranzo gratuito mentre le star sono trincerate in un tavolo a parte, o presso La Bocca, area residenziale costruita così in pendenza da sfidare, con le sue piscine nascoste e i condomini-nave crociera, la legge di gravità. Proprio lì J.G. Ballard aveva ambientato il suo thriller Super-Cannes, descrivendo gli abitanti come attori colti a improvvisare le proprie parti quando la troupe se n’era andata da un pezzo. Le palme, i tavolini e sedie dei dehors, gli swarovski delle vetrine esclusive lungo la croisette, perfino il cibo — vassoi di ostriche e ghiaccio incorniciati dai visi paonazzi di chi ha bevuto troppo rosé — popolano un luogo folcloristicamente fermo agli anni Ottanta e fissato, senza alcuna ironia, negli emblemi che l’hanno reso noto.

Ma se Cannes-luogo rimane sempre identico a se stesso, il Cannes-festival si inaugura quest’anno con notevoli cambiamenti. Anticipando la mostra cinematografica di una settimana e un giorno, si permette al film di apertura — Everybody Knows, primo film non-iraniano del (due volte) premio Oscar Asghar Farhadi, con Penelope Cruz e Javier Bardem — di essere presentato in altre parti della Francia entro il primo weekend. Ancora una volta le regole distributive francesi dettano legge non solo sull’organizzazione concreta del festival, ma anche sul programma. A fronte delle proteste degli esercenti lo scorso anno, quando in concorso vennero presentati film di Netflix poi non usciti in sala ma direttamente online, questa volta il gigante del VoD ha deciso di “ritirarsi” dalla selezione. Il dibattito sembra aperto per gli anni a venire, con il direttore artistico Thierry Frémaux che non chiude tutte le porte e il CEO-produttore Ted Sarandos che gioca all’offeso in castigo, rifiutando di finire fuori concorso («vogliamo che i nostri film abbiano le stesse possibilità dei film che gareggiano»). Gli effetti collaterali sembrano ridotti, a giudicare da chi è rimasto fuori dal picchetto: il nuovo di Alfonso Cuarón Roma, un film sugli attentati norvegesi di Brevik di Greengrass (sebbene l’ottima versione europea, Utøya, di Erik Poppe) e l’incompleto di Orson Welles, The Other Side of the Wind.

Forse il festival ha dovuto essere parco con gli inviti rivolti alle figure controverse: dopo sette anni di esilio, la persona non grata Lars von Trier torna con un film (fuori concorso) intitolato The House that Jack Built, su un serial killer attivo tra anni Settanta e Ottanta nello stato di Washington. Matt Dillon e Uma Thurman tra gli interpreti. La prima apparizione di von Trier dopo anni lo mostra più fragile e invecchiato dell’arrogante molestatore ritratto da Kate Muir, che sul Guardian lo associa a un festival troppo spesso cieco quando si tratta di limitare i danni del “patriarcato cinematografico”. Al contrario, tra le nuove regole attivate dalla direzione per “proteggere” i talenti in mostra, c’è la misura straordinaria di accorpare le anteprime stampa del concorso — storicamente programmate in mattinata — al gran galà serale, la famosa “montée des marches” dove cast e celebrità si accalcano per promuovere il film. La decisione, che ha sollevato forti critiche da associazioni come FIPRESCI e Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani, nasce dall’intenzione di tutelare i film da stroncature a caldo e diffuse perlopiù tramite i social, al fine di non influenzare la proiezione ufficiale in presenza di regista e attori. Se da una parte ciò si può leggere come legittima difesa rispetto ad un modo di fare critica “istantaneo” che mira più ad accaparrarsi follower con strilli scandalosi piuttosto che svolgere un servizio di divulgazione giornalistica onesto e approfondito, dall’altro sembra togliere alla stampa l’ultimo scettro di potere che conserva(va) nell’industria. Si teme insomma che la voce di chi solcherà il tappeto rosso avrà più risonanza della penna degli accreditati, col rischio di ingorghi, un calendario di proiezioni impossibili e temutissime ore di code. Il vero spauracchio del festival, per gli addetti ai lavori come i curiosi di passaggio è questo: rimanere chiusi fuori.

La speranza è di affidarsi all’unica cosa che conta davvero: i film in programma. Presidente della giuria è Cate Blanchett, a capo di un gruppo meravigliosamente in maggioranza femminile, una rarità: Ava DuVernay, Lea Seydoux, Kristen Stewart, Khadja Nin seguite da Chang Chen, Robert Guediguian, Denis Villeneuve e Andrey Zvyagintsev. In concorso la quota si riduce sensibilmente, con solo tre donne: la libanese Nadine Labaki, la francese Eva Husson alla seconda prova, e Alice Rohrwacher — che per noi vale comunque doppio — con Lazzaro felice, una storia che si dice nuovamente agreste dopo Le Meraviglie (che fu premiato nel 2014). Tra le “categorie protette” mettiamoci anche noi italiani, che ingiustamente la stampa nostrana ama raccontare come esclusa dal festival. Solitamente non è vero e soprattutto non quest’anno. In concorso oltre alla Rohrwacher c’è anche Garrone, felicissimo di competere senza Sorrentino con Dogman, ispirato alla vera vicenda de Er Canaro, omicida nella Magliana degli anni Ottanta. Gli italiani sono anche altrove: al Certain Regard troviamo Valeria Golino con Euforia, già in lizza alla Queer Palm, con Scamarcio e Mastrandrea nel ruolo di fratelli agli antipodi. E poi ancora, alla Quinzaine, oltre a un corto di Bellocchio, La Lotta, arrivano Stefano Savona con un documentario su una famiglia residente a Gaza City, e Gianni Zanasi, che presenta Troppa Grazia, una commedia con Elio Germano e Alba Rohrwacher.

Meglio evitare polemiche sterili e concentrarsi, piuttosto, sugli altri nomi che fanno venire l’acquolina in bocca. Spike Lee con un thrillerazzo su un poliziotto afroamericano infiltrato nel Ku Klux Klan interpretato da John David Washington (ex giocatore di football e attore della serie Ballers) e accompagnato — attenzione! — non solo da Adam Driver ma anche da quel pezzo di storia che risponde al nome di Harry Belafonte. Per i veri duri, il nuovo film di Jia Zhangke, Ash is the Purest White: un’epopea sentimentale su sfondo gangster che, come nell’ultimo capolavoro Mountains May Depart, ci traghetta lungo il recente ventennio di crescita economica cinese grazie all’attrice feticcio nonché moglie (e dea) Zhao Tao. E poi Jean-Luc Godard, a quasi novant’anni ritorna al festival con Le Livre d’Image: figura mitologica per i francesi, speriamo non sia stato piazzato in concorso solo per reverenza culturale (il poster di quest’anno è tratto da Pierrot le Fou e la sigla che apre le proiezioni è ispirata da tempo immemore alla scalinata della villa di Curzio Malaparte in Il disprezzo). La sua ultima riflessione in 3D Adieu au Langage vinse il premio della giuria ma lasciò qualcuno un po’ perplesso; i pettegolezzi promettono però una film senza attori ma con narratore. Sparsi tra varie sezioni sono altri registi a cui viene appiccicato più o meno legittimamente il concetto di autore, che proprio JLG a suo modo inventò. Ecco allora Wang Bing, con 8 ore filate di film, nella sezione dedicata alle proiezioni speciali; Wim Wenders, ormai completamente imborghesito, con un documentario su Papa Francesco; Romain Gavras, figlio di Costa, regista di video dei Justice, M.I.A., Kanye West, alla Quinzaine con Le Monde est à toi, recitano Vincent Cassell e Isabelle Adjani. E ancora Gaspar Noè, il ritorno di Agnieszka Smoczyńska dopo le sirene horror del cult Lure e Apichatpong Weerasethakul in un film collettivo sulla nativa Tailandia.

Manco a voler prenderli in giro con una filastrocca, i francesi in concorso saranno Brizé (dell’ottimo Una vita, Venezia 2016) ed Honoré (autore di una versione un po’ zozza delle Metamorfosi di Ovidio), affiancati da Yann Gonzalez con l’opera prima Knife + Heart, protagonista Vanessa Paradis (!). Aggiunti in seconda tornata, con dispiacere di Alberto Barbera e dei selezionatori di Venezia, sono anche il turco Nuri Bilge Ceylan che fu Palma d’Oro nel 2014, e, fuori concorso, una delle produzioni più leggendarie di sempre: il Don Quixote di Terry Gilliam. Film apparentemente “infinibile”, abbandonato e riesumato a più riprese tanto da meritarsi un documentario sull’impossibile making-of (Lost in La Mancha) arriverà sui nostri schermi grazie ad Amazon Studios (circostanza che ci piace leggere come un elegante dito medio a quelli di Netflix).

Curiosamente sono le produzioni americane a lamentare emarginazione, in effetti esigue e distribuite un po’ stranamente tra le sezioni. A competere con Spike Lee troviamo “solo” David Robert Mitchell: il suo It Follows, “il miglior horror degli ultimi vent’anni”, fu scoperto alla Semaine quattro anni fa. Il suo terzo lavoro Under the Silver Lakeun “neon noir” con Andrew Garfield e Riley Keough (nipote di Elvis Presley, già American Honey) — piomba direttamente in concorso, e la cosa fa assai ben sperare. Fuori dall’arena ufficiale c’è un’altra produzione statunitense da aspettare con anticipazione: l’adattamento cinematografico da Ray Bradbury o remake dal capolavoro di Truffaut, di Fahrenheit 451, ad opera di HBO (altro gestaccio a Netflix) e regia di Ramin Bahrani. Autore di un film eccellente e stranamente passato in sordina sulla crisi finanziaria, 99 Homes, Bahrani ha qui assegnato il ruolo protagonista a Michael B. Jordan (Creed, Black Panther) mentre il cattivissimo pompiere è ovviamente Michael Shannon. Tra Quinzaine e Semaine, due indipendenti da non dimenticare sono il nuovo film di Debra Granik, ideatrice dell’ottimo redneck drama Winter’s Bone che lanciò Jennifer Lawrence, e l’opera prima di Paul Dano come regista, Wildlife, con Carey Mulligan e Jake Gyllenhaal. Infine fuori concorso, Ron Howard presenta il secondo spinoff della saga di Guerre Stellari dopo Rogue One, sulle origini del pilota più veloce della galassia. Pare che Alden Ehrenreich (Ave, Cesare!) si sia fatto crescere la mascella per entrare nel costume che fu di Harrison Ford; sapremo finalmente com’è diventato amico di Chewbacca e quali donzelle si filava prima di incontrare la principessa Leila. Evidentemente cadevano già tutte ai suoi piedi quand’era un ragazzino: com’era quella battutaccia? Meglio Han Solo che mal accompagnati!

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