Disciplina, espressione di sé, lavoro di squadra. L’arte marziale nata in Brasile può essere anche strumento di formazione per i giovani. Una storia dal Mozambico

Le sue radici sono in Africa ma è nata in Brasile, dove le tradizioni degli schiavi hanno incontrato ritmi diversi, altre tradizioni e nuove esigenze. La capoeira è un’arte marziale che molti confondono con una danza; uno sport che richiede creatività. Un’attività fisica e ludica che non richiede attrezzature, che si pratica solo in gruppo, che va a tempo di musica. Per i bambini di Namaacha, a 80 chilometri da Maputo, in Mozambico, è un’occasione di riscatto e crescita. Qui André Vasconcelos, un giovane ingegnere che in Eni si occupa del progetto Mamba, ha avviato con il suo gruppo “Ubuntus Capoeira” il progetto Capoeira sem Fronteiras, Capoeira senza frontiere, rivolto a bambini e ragazzi tra gli 11 e i 18 anni per avvicinarli allo sport e allontanarli dalla strada. «Quando arriviamo, i ragazzi sono già tutti lì ad aspettarci, pronti ad allenarsi», ci spiega André. «Dopo un anno di lavoro, sono già in grado di aiutare i maestri. Questo ci permetterà di coinvolgere un numero ancora maggiore di ragazzi». A oggi, circa 110 giovani, di cui circa il 40 per cento ragazze, partecipano al progetto, ideato da Ubuntus e promosso con una Ong brasiliana, Fraternidade Sem Fronteiras, attiva da tempo nella zona. «Si occupavano di formazione professionale. Quando abbiamo proposto loro la capoeira, la risposta è stata immediata e positiva. Contiamo di salire a 150 partecipanti entro la fine dell’anno».
La capoeira richiede disciplina e si può praticare correttamente solo in gruppo. Ognuno alterna momenti in cui lotta a momenti in cui canta o suona uno strumento. «È un “botta e risposta” tra musica e movimento. È l’unica arte marziale che usa entrambe le parti del cervello: stimola il coordinamento motorio e allo stesso tempo la creatività e il senso del ritmo. È un allenamento fisico, ma anche cognitivo, che sviluppa l’autocontrollo, il lavoro di squadra, e crea un forte senso di appartenenza al gruppo». Gli incontri non hanno un vincitore se non l’intero gruppo a cui ciascuno – con ruoli diversi – ha contribuito. Ci si ferma sempre un attimo prima di colpire il bersaglio: «L’obiettivo non è colpire, ma mostrare che potresti colpire».
André è in Eni da 5 anni. Capoeirista da quando aveva 15 anni, ingegnere di formazione, è Onshore Technical Coordinator per i progetti di Eni in Mozambico. I benefici della capoeira li vede anche sul lavoro: «Ti insegna ad affrontare il pubblico, ti aiuta a sviluppare la capacità di lavoro di squadra e la leadership. Il lato musicale, poi, è per me una forma di gestione dello stress». Trasmettere in forma ludica strumenti di padronanza di sé ed autocontrollo, che siano di aiuto nella vita quotidiana: è l’obiettivo del gruppo “Ubuntus”, nato in Brasile e oggi presente in 6 Paesi. Il nome stesso, Ubuntu, raccoglie in sé la filosofia del gruppo: è una parola di origine Zulu che significa «Io sono chi sono perché siamo tutti noi». È la coscienza della relazione tra l’individuo e la comunità, e rappresenta la solidarietà, la cooperazione, il rispetto, la necessità di cercare il bene sapendo che anche il bene degli altri è assicurato. In diversi Paesi la capoeira è utilizzata come strumento educativo e pedagogico, perché unisce elementi fisici, ritmici, musicali, storici e culturali. A Namaacha, in particolare, “Ubuntus” cerca di avere un impatto sociale positivo in una comunità svantaggiata, dove molti adolescenti sono esposti a rischi come abbandono scolastico, alcol, droghe, prostituzione e gravidanze precoci. Gli “Ubuntus” legano la partecipazione ai corsi di capoeira alla frequenza scolastica, e lavorano con particolare attenzione sulle tematiche del rispetto e della parità tra i sessi.

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