Design

La rigorosità di Cecilie Manz

14.05.2018

Cecilie Manz nel suo studio a Copenhagen

CASPER SEJERSEN

Incontro con la designer danese che parla del suo ultimo prodotto per Bang & Olufsen, lo speaker P6, del suo rapporto con il Giappone e di funzionalità, ovvero, per lei, l’essenza della progettazione

Cecilie Manz è la designer dell’anno secondo Maison & Objet, la fiera parigina che apre la stagione delle novità a gennaio. Lei, donna, scandinava: con un approccio diverso rispetto al passato. I media di settore la celebrano come una delle progettiste più influenti. Lei non si lascia coinvolgere più di tanto. Preferisce che a parlare sia il suo lavoro e al Salone del Mobile di Milano si è presentata con un nuovo prodotto per Bang & Olufsen, la celebre azienda di elettronica con cui collabora da anni. Una relazione tra danesi doc, per lei che abita in centro a Copenhagen, è nata a un’ora da lì e va in vacanza, anzi in «ritiro», come dice lei, nel cottage di famiglia su un’isoletta sempre da quelle parti senza tv, dove il telefono non prende «e noi andiamo a pescare per procurarci la cena. In modo molto primitivo e assolutamente non chic. Andiamo a prendere le verdure che coltivano le fattorie. Laviamo i piatti a mano. Stacchiamo dal lavoro e dalla tecnologia: credo sia un modo salutare, soprattutto per i miei figli. Per imparare l’essenza della vita. Questo non mi impedisce di trovarmi a pranzo in un sofisticato ristorante di Tokyo, il mese dopo». Una stratificazione tipica di chi cerca la semplicità ma sa che per raggiungerla semplificare non serve, se non si abbraccia prima la complessità.

Dopo gli speaker A1, A2, M3, M5, Beolit12, Beolit15, Beolit17, P2, arriva Cecilie Manz ha disegnato per B&O il P6: «Sono tutti nati dalla stessa matrice estetica, e fatti dello stesso materiale. Con quest’ultimo abbiamo voluto spostare al massimo il livello di artigianalità della lavorazione dell’alluminio per vedere fin dove tecnicamente si poteva arrivare. Si può fare qualsiasi cosa con un certo materiale, la parte difficile è mantenere poi la stessa raffinata qualità in tutti i dettagli. Ci vuole un’azienda come Bang&Olufsen per lavorare così bene. Speriamo che la gente riesca a vedere i nostri sforzi», commenta lei. Nei suoi lavori c’è la pulizia formale che siamo abituati a rilevare negli scandinavi e l’ossessione per i dettagli cara ai giapponesi. In realtà, Manz non dichiara maestri o tradizioni predominanti a cui guardare, se non al massimo il suo, la Danimarca. Anche se è effettivamente stata in Giappone, l’anno scorso, per la mostra Everyday Life – Signs of Awareness che ha curato per il 21st Century Museum of Contemporary Art di Kanazawa (progettato dai Sanaa) e ha trovato il Paese stimolante per «l’uso dei materiali, la grande considerazione per l’artigianalità, per cui ci si può mettere un anno per fare bene una cosa. Questa si chiama dedizione. Ed è affascinante. Come pure il fatto che tengano insieme nei loro prodotti la perfezione assoluta e l’imperfezione, dovuta per esempio al fuoco che cuoce le ceramiche e non si sa mai bene cosa ne verrà fuori». Manz si sente a suo agio con questa ricerca ancestrale di armonia. A Parigi, Maison & Objet le aveva dedicato la mostra Objects, con una selezione di suoi lavori esposti uno accanto all’altro, e lei era particolarmente contenta: «Si può vedere insieme il lato sporco e pulito di me, con un unico colpo d’occhio». Per tutte le altre volte, bisogna immaginarlo.

Installazione di Bang & Olufsen al Salone del Mobile per presentare P6

Daniele De Carolis

Daniele De Carolis

Manz non ha mai lavorato con l’Italia. Non ancora. Nel suo portfolio ci sono soprattutto brand scandinavi: B&O, Fritz Hansen, Iittala, Kvadrat, Muuuto, Duravit, per esempio. Ma sostiene che sia abbastanza casuale: «Sono loro che vengono da me. Non c’è alcun sistema. A me basta che siano aziende serie, che guardano alla qualità. E con persone in gamba».

In fondo, quello che le interessa è soprattutto la coerenza di quello che fa. «Quando lavoro a un progetto non è che ci penso, ma mi sono accorta che ci sono tre parole chiave ricorrenti: funzionalità, semplicità, qualità. Se manca una di queste tre non dovrei farlo. La funzionalità spiega, giustifica il design. Produciamo oggetti con una funzione: devono aiutarci. Se faccio una sedia devo potermi sedere bene, un cucchiaio, un piatto: devono servire al loro scopo. Non sto dicendo che un progetto non possa essere sciocco o strano. Solo, non è per me. Poi c’è la questione estetica, certo: è difficile da evitare. Ma ha davvero importanza? Non si può farne a meno? Non basta la funzionalità? In qualche modo sì ma anche no (ride). In realtà è molto importante, perché sono i piccoli dettagli che parlano ai sensi, o all’intuizione che ti fa dire: è bello usare questo oggetto».

Caravaggio, lampade a sospensione per Lightyears

Pouf, seduta per Fritz Hansen

Earthenware, servizio in terracotta giapponese per Fritz Hansen

Origami, borsa per Fritz Hansen

La rigorosità si traduce anche nell’uso dei colori: molti grigi, toni dimessi, sobri. Come nella lampada Caravaggio per Lightyears o Pouf, la borsa Origami e la collezione di per la tavola Earthenware (in terracotta giapponese cotta ad altissima temperatura), sempre per la maison danese Fritz Hansen, linea Objects. «Non deve essere molto colorato per dare un impatto», taglia corto lei. Una vera donna del Nord, Manz, 46 anni, due figli alle soglie dell’adolescenza, un marito grafico, un’infanzia passata nel laboratorio ceramico dei genitori, praticamente in casa, che le ha permesso di inaugurare il suo studio subito dopo aver finito la Royal Danish Academy of Fine Arts: «Non avevo certo paura di aprire la mia azienda. E poi guardavo molto mio padre lavorare, discutevamo per ore: dei dettagli, delle forme. Mi diceva: “Se lo fai lo devi fare seriamente”. Un insegnamento che ho portato con me: se qualcosa non lo posso fare nel modo giusto, allora non lo faccio».

Eppure non è così ascetica come potrebbe portare il cliché nordico di pura contemplazione della natura. L’ispirazione le può venire da qualsiasi cosa: «Il brief dell’azienda, l’obiettivo in sé, un viaggio, stare con la famiglia, una buona cena, un’atmosfera, un’idea. Una scadenza stretta che ti permette di mettere a fuoco meglio lo scopo». Cecilie Manz non ha remore a dire sorridendo: «Ho due passioni: la mia famiglia e il mio lavoro». Per quanto riguarda la seconda, è tuttavia assolutamente pragmatica: «Vorrei solo che la gente usasse i miei oggetti o per lo meno si trovasse a proprio agio con loro senza doversi chiedere: “Come funziona”. Dovrebbe essere autoevidente».

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