Appendice

“Less” is more, ovvero il ritorno al potere classico del romanzo

di FEDERICA MANZON
IL 102 21.05.2018

Kaliel Roberts

Da anni il Pulitzer premiava solo libri che scintillassero per impegno civile. Questa volta, invece, ha vinto l’ironia. È una rivoluzione! Ma forse non così tanto. Andrew Sean Greer ci racconta come la letteratura si è ripresa il suo spazio

«Ti elargirò il mio unico consiglio: non vincere uno di questi premi». È la raccomandazione che una poetessa conturbante, che di riconoscimenti ne ha ricevuti fin troppi, rivolge ad Arthur Less, il quasi cinquantenne scrittore di medie speranze, protagonista dell’ultimo romanzo di Andrew Sean Greer. E invece Greer, senza alcuna cautela, ha vinto il Pulitzer. Proprio il premio da cui bisognava stare alla larga perché poi «vai in giro a tenere lezioni per il resto della tua vita. E non scrivi mai più».

La sua vittoria è una sorpresa. Negli ultimi anni, e negli Stati Uniti in particolare modo, i grandi premi hanno celebrato l’impegno, lo slancio antirazzista, la testimonianza civile, in poche parole il politically correct. In un’America che non si turba più di tanto nemmeno davanti a ottocentomila ragazzini in marcia verso la Casa Bianca per protestare contro le armi, in un mondo dove non c’è quasi più manifestazione di piazza capace di incidere in modo duraturo sulla realtà, i romanzi politicamente consapevoli sembrano rassicurare una critica poco incline a scelte audaci. Meglio ancora quando l’orizzonte narrativo è la Storia, che per suo ontologico statuto sembra garantire una certa letterarietà.

Era stato così con il Pulitzer dell’anno scorso, il molto bello e politicamente correttissimo La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead (pubblicato in italiano da Sur), con la sua scioccante messa in scena delle violenze razziste, un’eroina che sembra uscita da un’epoca in cui le protagoniste dei romanzi migliori erano donne e un’ambientazione ottocentesca che ne fa un classico e nel contempo una metafora del nostro presente. Era stato così l’anno prima con Il simpatizzante, dello scrittore vietnamita Viet Thanh Nguyen (Neri Pozza), un romanzo tutto costruito sulla penetrante psicologia dei personaggi e sul più letterario dei temi, la contraddizione tra l’autentica fede ideologica e i giuramenti d’amicizia giovanili. Sullo sfondo, la guerra del Vietnam, la ferita con cui gli Stati Uniti non hanno mai smesso di fare i conti. Senza parlare del precedente vincitore, lo strappalacrime Tutta la luce che non vediamo di Anthony Doerr (Rizzoli), dove gli ingredienti erano tutti giusti: il nazismo, una bambina cieca, un ragazzino strano dal talento eccezionale, la tragedia e la luce. E si potrebbe continuare così, indietro negli anni, con qualche rara eccezione. Nel medagliere del Pulitzer trionfa la tragedia, la cupa serietà, l’impegno. Per questo la vittoria di Greer ha qualcosa di felicemente sorprendente. Il suo romanzo, Less (La nave di Teseo), ha tutti gli elementi che possono far storcere il naso a una giuria di ristrette vedute, che legge poco e bada quasi nulla allo stile, insomma quel tipo di giuria attenta non tanto al libro ma piuttosto ai discorsi che si possono fare sul libro.

Less non è un romanzo storico, non ha nulla di politicamente corretto, la tragedia è assente, lo sfondo politico e sociale della vicenda è pressoché irrilevante, l’eroe protagonista è un uomo e per di più omosessuale. Come se non bastasse, il cuore del libro è uno sviscerato amore per la letteratura e tutto ciò che ci sta attorno, i cocktail, la rivalità tra autori, le chiacchiere alle spalle, i dubbi sul prossimo romanzo, gli imprevedibili colpi di testa del talento e le sue cadute, il bel mondo della mondanità letteraria con le sue meschinità e i suoi imbarazzi, e naturalmente i premi (Pulitzer compreso). E c’è un’aggravante: è fondamentalmente un romanzo sull’amore. Già tutto questo basta per far tremare i polsi a qualsiasi giuria. Ma il colpo di mano vero e proprio è un altro. Senza tante discussioni Andrew Greer ha fatto entrare di gran carriera l’ironia nelle funeree stanze del Pulitzer. Ah, che boccata d’aria fresca!, deve aver pensato qualcuno dei giurati. Niente più facce compite al momento della proclamazione, niente più endorsement politici, niente recensioni sui giornali d’attualità. La letteratura si riprende il suo spazio.

«Un libro generoso, musicale nella prosa e ampio in struttura e portata», si legge nella motivazione al premio. Generoso lo è, perché non risparmia energie e prende il suo protagonista, Arthur Less – scrittore fallito, in crisi per le nozze imminenti dell’ex fidanzato – e lo porta in viaggio per i continenti nel tentativo di evitargli la parte dell’invitato dal cuore spezzato e per tenerlo alla maggiore distanza possibile dai propri sentimenti. Poche cose sono rischiose per uno scrittore come far compiere al proprio personaggio il giro del mondo. Ancora più rischioso se a farlo è un autore americano, perché il cliché è sempre dietro l’angolo. Invece Greer trova sempre la misura giusta. «Ho visitato a lungo tutti i Paesi che racconto e ho preso appunti» dice a IL. «Poi mi sono dato due regole: non aggiungere nessun dettaglio fuori dai miei appunti, limitare l’ironia ad Arthur». L’ironia, eccola qui. La bestia nera della letteratura, in un mondo che vuole la commedia sempre un gradino sotto la tragedia. Non serve a nulla ricordare che Shakespeare, Nabokov, Austen, Dickens, perfino Roth e Updike, hanno scritto commedie e tragedie diventate dei classici. Niente. Quanti romanzi ironici o comici conosciamo nell’empireo dei grandi premi letterari? Pochissimi. Il cliché del cliché riconosce al dramma un di più di letterarietà, quasi l’ironia fosse un’arte da relegare sul palcoscenico di un teatro o sullo schermo, e far ridere fosse una specialità frivola da talenti minori.

Perfino la coraggiosa decisione del Pulitzer è accompagnata da una motivazione soporifera che taglia fuori l’ironia. «La qualità della prosa… il diventare grandi…», eccetera eccetera. Eppure lo stesso autore dice a IL: «Questa storia era per me molto faticosa da raccontare. A volte, l’unico modo che abbiamo di scrivere delle cose che ci rendono tristi, e di capirle, è passarle al filtro della commedia. Spesso è quello che fanno le persone più serie». In fondo viviamo un’epoca faticosa, assediati da notizie d’orrore e di paura. E se il vero gesto politico risiedesse proprio nel cercare di trasformare tutto questo dolore in qualcosa che riporti la leggerezza nelle nostre vite, almeno per qualche ora? Leggerezza come la intendeva Italo Calvino quando elogiava Mercuzio, portatore di leggerezza e acutezza in un mondo di contese violente e città insanguinate. L’ironia, come la leggerezza, illumina e fa risplendere sotto una luce diversa la condizione umana. Non è quello che ci aspettiamo dalla letteratura?

Forse questo Pulitzer è meno sorprendente di quanto pensiamo. È un ritorno al potere classico del romanzo di indicarci un altro modo per guardare al mondo. Allora forse la capacità dell’ironia di dirci qualcosa di molto serio con un inciampo e una strizzata d’occhio è tutta nell’errore del primissimo comunicato dell’Associated Press che annunciava il vincitore del premio Pulitzer, Andrew Greer, con il romanzo Fearless. Ed è proprio così, un premio Pulitzer senza paura.

Andrew Sean Greer
Less

La nave di Teseo 2017
292 pagine, 19 euro
traduzione di Elena Dal Pra
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