Un libro da riscoprire: “Ritorno in Lettonia” di Marina Jarre

L’autrice è un’anziana professoressa e scrittrice originaria delle valli valdesi, scomparsa nel 2016 a novant’anni. Il libro, uscito nel 2003, racconta una parte della sua vita. Subito si pensa quindi a un polveroso racconto della nonna in bella copia, con un po’ di quello spigoloso contegno piemontese che – sarà la contiguità geografica – fa scivolare verso espressioni francesi: d’antan, fané, délavé. Ma, no!, se l’autrice è Marina Jarre e il libro è Ritorno in Lettonia (ora assai difficile da reperire), siamo di fronte a un talento anomalo e modernissimo. Una modernità che ci risulta forse più evidente oggi, corroborati dal senno di poi.

In realtà, Ritorno in Lettonia è una sorta di “parte seconda” di un libro precedente, I padri lontani (Einaudi, 1987). In questi due testi, e più compiutamente in Ritorno in Lettonia, Marina Jarre non si è misurata con un’autobiografia dal passo tradizionale, ma è stata, non si sa quanto consapevolmente, un’anticipatrice di quello che nei quindici anni successivi sarebbe diventato l’unico modo di raccontare qualcosa, o quasi: l’autofiction, il memoir, la non-fiction narrativa, la docu-fiction, la saggistica in prima persona o, più spesso, una miscela spuria di tutti questi ibridi.

Con un passo narrativo idiosincratico e asimmetrico, in Ritorno in Lettonia Marina Jarre mescola l’esperienza personale alla storia collettiva, come poi farà Annie Ernaux. Disseziona i rapporti familiari con la stessa lucida impudicizia che sarà poi applicata da Karl Ove Knausgård. Abbandona spesso il sentiero principale, con quella destrezza divagatoria che Cristiano de Majo mostrerà in Guarigione. Scioglie con la letteratura grumi di dolore personale come Aleksandar Hemon nel racconto che chiude Il libro delle mie vite o Sergio del Molino nel suo Nell’ora violetta. E, viaggiando di persona per vedere con i suoi occhi e interpellare possibili testimoni, anticipa Il ritorno di Hisham Matar.

Sono quindi soltanto la modernità di “montaggio” e lo stile singolare a riscattare Ritorno in Lettonia dall’oblio? No, la storia che racconta vale da sola una rilettura. Marina Gersoni (il cognome “da scrittrice”, Jarre, è del marito) nasce nel 1925 a Riga dove la madre Clara Coïsson, italiana valdese, insegna all’università. Il padre è Samuel Gersoni, ebreo lettone. Marina e la sorella Sisi crescono con il tedesco come lingua materna. Il padre Samuel, nella vulgata familiare diffusa dalla moglie, e probabilmente anche nella realtà, è uno spirito affascinante ed estroso, ma è un incompiuto, un inaffidabile, un sottaniere: al dunque, in due parole, è insolvente e fedifrago. In ogni caso, le figlie, che Clara porterà a Torre Pellice sottraendole all’influenza del marito, conserveranno questo giudizio sul padre. Mentre le due ragazzine nelle valli protestanti del Piemonte si reinventano italiane, Samuel a Riga ha una liaison con una ragazza tedesca, da cui nasce la figlia Irene. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale la compagna di Samuel torna in Germania. Dalla marea nazista che travolse gli ebrei lettoni il padre di Marina e la sorellastra Irene non riemergeranno. Ma come si convive con il ricordo di un padre fedifrago e con pessime referenze familiari ucciso durante l’Olocausto? E ucciso quando? E come? E chi era davvero? Queste sono le domande a cui Ritorno in Lettonia cerca di dare una risposta.

Marina Jarre
Ritorno in Lettonia

Einaudi 2003
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