Appendice

Veronica Raimo: potere all’ambivalenza

11.05.2018

Intervista con la scrittrice che racconta il suo nuovo romanzo “Miden”

Esiste una parola svedese intraducibile in italiano: si chiama lagom e indica il giusto mezzo. Ma non si tratta proprio dell’aurea mediocritas né della medietà aristotelica. È una condizione sufficiente ma priva della sfumatura negativa di ciò che è “solo abbastanza”. Alcune interpretazioni descrivono lagom come sinonimo di moderazione, altre lo traducono con “quanto basta”, espressione tanto irritante quanto disinvolta che troviamo spesso nelle ricette di cucina. Ma quanto sale è abbastanza? Il colore che alcuni associano a lagom è un grigio antrace, non tetro e volendo elegante; o un panna chiaro, non luminoso ma che sta bene con tutto. Sono i colori che il regista svedese Roy Andersson inscena da vent’anni, incorporandoli letteralmente nei suoi siparietti grotteschi, nella  pittura delle scenografie, perfino nel cerone degli attori. Gli stessi colori che il successore Ruben Östlund riprende, con qualche brillantezza in più, nei suoi film-critica della società scandinava, spesso proposta come utopia di benessere civile.

Proprio a Ruben Östlund Veronica Raimo ha immaginato di affidare l’adattamento cinematografico del suo ultimo eccezionale romanzo. Miden è il titolo e il nome di un luogo incontaminato, risparmiato da un Crollo che ha fatto capitolare gli altri Paesi. Società in cui non esistono poveri poiché ognuno adotta uno stile di vita consono ai propri bisogni, a Miden tutti sono giusti e gli stranieri — previa candidatura — accolti. L’attività fisica è caldamente consigliata, ma lo sport nazionale, il ping-pong, si gioca con ironia. L’uso di trolley è però quasi proibito, perché disturbano la quiete pubblica, e si parla una lingua che è stata epurata dai diminutivi per non mancare di rispetto alle donne. L’ansia di neutralità e correttezza affligge anche i nomi dei protagonisti, «la compagna» e «il compagno»: lei nuova arrivata, incinta, lui residente da più tempo, professore di filosofia, entrambi immigrati di seconda ondata. Il terzo personaggio si chiama semplicemente «la ragazza». Studentessa del compagno prima che la compagna comparisse sulla scena, i due hanno avuto una relazione. A distanza di anni, per la ragazza quella relazione assume altre forme: è stata una violenza. Mentre una commissione si riunisce per deliberare — pena l’esilio del colpevole — la coppia negozia le proprie posizioni, esperienze, identità rispetto al discernimento del dubbio. È stato uno stupro sì o no?

Costruito su una serrata alternanza di punti di vista che affidano prima a una poi all’altro la narrazione, Miden ha una trama sottile, un picco spaventoso e un grande colpo di scena. Ma anche, una comicità tagliente e familiare; uno sguardo tanto acuto (e agile) da trasformare passaggi e capitoli interi in satire del contemporaneo perfettamente a sé stanti. La disamina dell’esperienza dell’expat e del mito berlinese, la parodia del popolo della rete, di #jesuischarlie o del marketing perverso di un festival organizzato da Bon Iver… il presente e il realismo compaiono distorti come in un film di Marco Ferreri, Il seme dell’uomo: oggetti surreali e gonfiati su una spiaggia deserta. Per aggiungere qualche dato più leggero e istantaneo al dibattito serio e cruciale che Miden sta sollevando, ho chiesto a Veronica Raimo di incontrarci in chat e rispondere a qualche domanda. Ecco la versione condensata della nostra chiacchierata.

Vorrei chiederti direttamente quello che ho evidenziato come “pettegolezzi” nei miei appunti: l’ispirazione autobiografica.
«Per quanto riguarda la fonte di ispirazione, ho cercato di non essere del tutto esplicita perché la persona coinvolta è un mio amico e avevo paura che potesse essere riconoscibile. Diciamo che è andata così: ho avuto un rapporto con questo ragazzo, con cui sono rimasta amica. Dopo vari anni mi chiama per dirmi che potrei ricevere una mail o una telefonata da un gruppo di persone. Un po’ angosciante. Stavano facendo contro di lui una sorta di processo informale perché una ragazza molto più giovane di lui, con cui aveva avuto una storia, l’aveva accusato di stupro, sulla base appunto del loro scarto di età e anche di ruoli (lei era una sua studentessa proprio come nel libro). Per avviare questo processo avrebbero interpellato una serie di persone vicine a lui, dunque temeva che potessero contattare anche me. Cosa che per fortuna non è mai successa».

Dunque tu all’epoca eri proprio nel ruolo del narratore-osservatore, cioè non subente né connivente col perpetratore.
«Sì, esatto. Ho seguito tutti gli sviluppi di questo “processo” tramite lui. Ovviamente l’esperienza l’ha abbastanza devastato perché ha significato perdere amici, lavoro, espatriare. Non aveva nessun valore legale ma in una comunità intellettuale e radicale come quella del suo paese significava essere marchiato a vita».

C’è una base “realistica” molto più solida di quanto immaginassi.
«Sì. Ho avuto l’idea del libro quattro anni fa ma ci ho messo tutto questo tempo a chiuderlo perché fino all’estate scorsa non ero riuscita a confessargli che stavo scrivendo questa cosa su di lui».

E lui come ha reagito?
«Narcisisticamente bene».

La mia domanda originaria era ancora più banale e cioè se ti sei mai trovata in una delle due parti, cioè a subire o esercitare un rapporto ambiguo, violento o che hai ri-qualificato negativamente a posteriori.
«In realtà non fino in fondo. Mi viene in mente solo un rapporto dove c’era un palese squilibrio di età e a un certo punto è diventato problematico proprio per l’investimento che potevamo avere, il mio totale e il suo di uno che si sta facendo una storiella con una ragazzina. Però no, non direi che c’era della violenza se non nel portare avanti una specie di illusione. Paradossalmente mi sono ritrovata un po’ nel ruolo della compagna quando da osservatrice il mio amico cercava di capire come giudicavo tutta questa storia, insinuando il dubbio che non potessi capirla davvero perché venivamo da due culture troppo diverse. Mi sono ritrovata nella situazione paradossale di voler essere solidale con lui mentre lui in qualche modo mi dava lezioni di femminismo culturale».

Nel senso che il grado o tipo di femminismo varia a seconda del contesto culturale?
«Sì, per lui era come se vivessi un deficit di femminismo».

In quanto italiana?
«Esatto, e sulla base di quella discrepanza cercava o cercavamo anche di rianalizzare la storia che avevamo avuto noi due».

E a che conclusione siete arrivati?
«Ah, bella domanda. Non lo so. Era più come se lui volesse da me la certificazione che anche noi due avevamo vissuto un rapporto violento. In quel momento gli era più semplice indossare del tutto un’identità del genere piuttosto che pensare ai rapporti in maniera separata».

Infatti uno degli aspetti più interessanti del romanzo è la sessualità della compagna: è una che osserva, è maniacale nella sua analisi del prossimo. E vive il sesso con il compagno sia come esperienza eccitante che respingente. Insomma la sessualità come ambivalente.
«Sì, per me almeno è così, ed è per questo che molta letteratura da questo punto di vista è spesso deludente. È il motivo per cui la descrizione analitica di racconti come Cat Person o del libro di Sally Rooney — aldilà del loro possibile valore letterario —hanno avuto impatto. Cercavano di raccontare in maniera molto realistica questa ambivalenza strutturale nei rapporti sessuali. Non sto parlando di non saper riconoscere una violenza ovviamente, ma proprio del funzionamento del desiderio. Non credo sia una cosa coerente che si attiva e si disattiva ed è pura intensità. È molto più sfilacciato di così. In un certo senso anche molto meno letterario di così».

Mi chiedo come mi sarei sentita se quell’ambiguità l’avesse raccontata un uomo.
«Me lo sono chiesta anche io, ma non si sono venuti in mente molti esempi. A te?».

Zero.
«Ecco».

Continuo a pensare a Straw Dogs di Sam Pekinpah, dove c’è una scena di stupro a tratti eccitante e la cosa mi fa arrabbiare. Semplifico schifosamente.
«Capisco che vuoi dire. Comincio a chiedermi se questa cosa venga veramente vissuta così anche dagli uomini. Ho invece la sensazione che, sia in maniera positiva che negativa, loro abbiano un’esperienza di per sé più organica e compatta. Poi magari non è così ma non lo vedo mai raccontato, e quindi quando una sta lì a pensare e ragionare sulle diecimila cose che sta provando in quel momento, ho l’impressione che dall’altra parte ci sia una specie di chiarezza che per me è inaccessibile. Per dire, per ritornare a esempi cinematografici e banalizzare, questa cosa raccontata da un regista italiano sarebbe lei che guarda da un’altra parte mentre sta facendo sesso. Il punto è che una non guarda TUTTO il tempo dall’altra parte, fa un sacco di cose».

A livello visivo il ventaglio interpretativo della passionalità è sempre limitato, se ci penso a caldo.
«Per me una scena bellissima da questo punto di vista, che racconta il disagio, l’eccitazione e l’essere maldestri, è quella in Fish Tank di Andrea Arnold di seduzione tra la ragazzina protagonista e Michael Fassbender. Sta diventando un’intervista porno».

Ti hanno fatto i complimenti per il tuo umorismo?
«Sì, per fortuna. Temevo che certe cose potessero sembrare solo provocatorie».

Ma tu usi un trolley?
«Nooo! In quel caso facevo autoironia sulla mia idiosincrasia. Sto malissimo quando sento il rumore di un trolley».

Ho riletto il tuo romanzo precedente Tutte le feste di domani e considerando anche Miden, mi sembra che tu abbia interesse a raccontare le tensioni tra due figure principali piuttosto che molteplici storie con intersezioni di personaggi».
«In realtà mi piacerebbe riuscire ad architettare strutture romanzesche più complesse, ma temo proprio di non essere in grado. Alla fine mi interessano i rapporti a due, diciamo il dramma da camera. Per esempio, il fatto di aver ambientato Miden in un posto inventato è stato anche una specie di auto-protezione perché nessuno potesse venirmi a dire che non ero stata accurata nella costruzione del contesto. Ho pensato: se me lo invento io il contesto, nessuno può mettersi a sindacare. A un certo punto nel romanzo faccio intervenire le voci degli altri attraverso i questionari, e lì mi immaginavo un’apertura più corale. Ma mi sono resa conto che al terzo questionario mi ero già stufata, il che se vuoi è una scelta del tutto arbitraria».

Quindi tu quando scrivi ti stufi.
«Tantissimo».

Riesci a quantificarmi questa cosa?
«Non riesco a scrivere se mi stufo e non riesco a quantificare perché se mi stufo non vado avanti. Per questo temo che non riuscirò mai a scrivere un romanzo complesso con tutta una sua struttura enorme che viene ancora prima della scrittura. Di base non so quasi mai cosa succederà. Ho in mente delle scene, e la voglia di far succedere le cose tra due personaggi».

Un’altra osservazione, senza fare spolier, è che Tutte le feste di domani e Miden finiscono nello stesso modo.
«Lo so! Cavolo che te ne sei accorta. L’ho realizzato mesi dopo aver chiuso Miden ed è stato abbastanza assurdo perché, in entrambi i casi, la fine è arrivata come un’epifania. Nel caso di Miden stavo facendo colazione da Necci e sono dovuta correre a casa a scriverla come se davvero dovessi andare al bagno».

Ti mando una foto dell’orto urbano di Tempelhof, l’aeroporto convertito in parco a Sud di Berlino, che con la sua superficie liscia e i colori pallidi mi ha fornito l’ambientazione immaginaria di Miden mentre leggevo il romanzo.
«Ovviamente Berlino c’è tantissimo, Prenzlauerberg, tutti i bambini berlinesi. E poi come ti dicevo Östlund, ma in particolare il film — oddio come si chiama, quello con i ragazzini che derubano altri ragazzini? — Play».

Quindi Scandinavia, vecchi altbau borghesi. Non futurismo razionalista?
«Mi ha scritto una mail Vincenzo (Latronico, ndr), dicendo che questa idea di Nord così, di Scandinavia, possiamo effettivamente avercela solo noi che la osserviamo da una prospettiva periferica. Credo che in effetti sia così. Non è tanto Prenzlauerberg borghese, progressista e biologico in sé, ma piuttosto come qualcuno come me — che comunque vengo da un Paese come l’Italia — può vedere quel mondo. Con tutto il sentimento di attrazione che c’è da un lato e di pura angoscia dall’altro. Insomma, è come nel sesso, sempre ambivalenza!».

Veronica Raimo
MIDEN

204 pagine
18,50 euro
Mondadori, 2018
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