Intervista al rapper romano che ci spiega perché “cassonetto” suona bene e “amore” invece no. Poi certo, è appena uscito il suo disco solista

Doveva parlare del successo cercato e trovato, del disco appena uscito, del tour in partenza. Invece Carl Brave finisce a parlare di Ned, il suo pastore tedesco morto «pe’na zanzara», di come ci si sente quando si vive un lutto del genere e gli altri ti dicono «era solo un cane» e della decisione che «no, un altro cane non lo prendo». Non è il Carl Brave che ti aspetti, quello che alla domanda su quale sia la canzone del disco Notti brave che più lo rappresenta risponde Accuccia. «È la più importante, la più personale, ci ho messo dentro me stesso», racconta mentre gli occhi si inclinano leggermente.

Non è il Carl Brave che ti aspetti, questo ragazzo di 28 anni che ordina una centrifuga in un bar di Trastevere e si prepara ai firma-copie in giro per l’Italia con un pizzico di ansia perché «non mi piace quando la gente mi fissa». Quello che stupisce di più di questo spilungone con il cappuccio tirato sulla testa e i tatuaggi che spuntano appena la stoffa lascia spazio alla pelle è che sarà pure “brave”, ma è sicuramente anche “bravo”. Bravo con la musica, bravo con le parole, ma soprattutto un bravo ragazzo. Sono, forse, gli occhiali da sole a conferirgli un’aria da duro. Appena se li toglie, però, Carl diventa di nuovo Carlo Luigi Coraggio, l’ex giocatore di basket, l’ex fonico, l’ex lavoratore del mercato.

«Ho sempre lavorato tantissimo – racconta –, sono uno che va in fissa: se tengo a una cosa mi ci impegno al massimo. Prima era la pallacanestro, adesso è la musica». Non si nasconde dietro al falso stupore e alla domanda sul successo arrivato lo scorso anno con il disco Polaroid (assieme a Franco126) risponde che «era il mio obiettivo, al successo ci volevo arrivare, è stato voluto, faticato, lavorato».

Alessandro Treves

Carl ha appeso al chiodo le scarpe da basket ma non la disciplina che lo sport ti impone: «Anche per fare musica ti devi allenare, ti devi impegnare. Io lavoro tantissimo sia con le basi sia con le parole e con il loro suono. Ci sono parole che suonano bene, come “cassonetto”, e parole che suonano male, come “amore”. Troppo abusata e troppo facile». Alle rime lavora notte e giorno nella sua mansarda di Trastevere, e quando esce da casa la gente adesso inizia a fermarlo per strada. «La cosa mi piace – spiega – fa parte del mio lavoro ma spero di riuscire a mantenere un po’ di privacy. Non come Carlo Verdone che abita qua dietro ma non esce mai, o come Totti che può andare in giro per Roma solo di notte».

Dopo la popolarità arrivata con Polaroid Carl Brave è tornato con il suo primo progetto solista e non teme il confronto con il lavoro precedente: «Ho sputato il sangue in questo disco, sono sicuro. A me piace tantissimo il lavoro fatto, ed è questo che mi importa». Dentro c’è la sua vita quotidiana, la sua capacità di scegliere con cura le parole giuste, e la sua città, Roma. «Se la dovessi spiegare a chi non la conosce gli direi che Roma è una città che ha due facce: di giorno è una città nervosa, con i turisti, il traffico, il casino. Ma di notte si trasforma, si calma e ti fa pensare tanto». Paradossalmente, le notti riflessive di Carl sono quelle in cui è nato Notti brave: quindici tracce per un album che vede numerose collaborazioni eccellenti, da Fabri Fibra, a Francesca Michielin, da Coez a Emis Killa, da Federica Abbate a Gemitaiz, da Giorgio Poi a Pretty Solero, dai Frah Quintale a Ugo Borghetti & B. E – naturalmente – Franco126. Perché i due non si sono “lasciati”: «Ci rincontreremo per un nuovo disco – assicura Carl – ma adesso ognuno di noi si è preso un po’ di spazio per il suo progetto solista». A settembre arriverà infatti anche il disco di Franco126.

I tanti artisti che hanno collaborato a Notti brave lo hanno reso un disco meticcio: né del tutto rap, né propriamente indie, né soltanto pop. «Questa cosa mi piace moltissimo – dice con orgoglio –, mi stimolava l’idea di far entrare nel mio mondo gli artisti che stimo e che da sempre ascolto, esplorando e confrontandomi assieme a loro».

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