Appendice

Quell’uomo sembrava avere tutto il tempo del mondo

di JUDITH HERMANN
IL 102 30.05.2018

La protagonista del romanzo di Judith Hermann “L’amore all’inizio” (L’orma editore) si chiama Stella. Ha un marito, Jason, e una figlia, Ava. Il suo vicino, Mister Pfister, è un uomo inquietante. In anteprima su IL le pagine del libro che raccontano l’inizio di una persecuzione.

Tre giorni dopo Stella è a casa da sola a mezzogiorno e sta lavando i piatti quando suonano alla porta. La sua tazza da tè, la tazza di Ava, due piatti, un coltello grande e uno piccolo; alle dodici meno tre suonano alla porta, Stella sta lavando un bicchiere. Si sciacqua via la schiuma dalle mani e chiude il rubinetto contrariata. Si asciuga con un canovaccio, va in corridoio e si guarda brevemente allo specchio, non si dimenticherà mai che quella mattina portava un paio di jeans e una camicia grigia sgualcita e piena di schizzi d’acqua, i capelli raccolti con un fermaglio di Ava, è un po’ stanca, non ha voglia di aprire a nessuno, né tantomeno di parlare, tutte queste cose non se le dimenticherà mai.

Stella gira la chiave nella serratura e allo stesso tempo lancia un’occhiata al giardino dalla finestra accanto alla porta, guarda la recinzione, il cancello in mezzo alla recinzione: ovviamente è chiuso. Sta per aprire la porta, ma all’ultimo stacca la mano con prudenza dalla maniglia; in strada, davanti al cancello, c’è un uomo che non ha mai visto prima. Un uomo giovane, sui trenta, forse trentadue anni. Non è il postino, non è il ragazzo che consegna i giornali, non è un corriere e neanche lo spazzacamino, un uomo senza attrezzatura, senza borsa, senza zaino, senza un mazzo di fiori, un uomo con un paio di pantaloni chiari, giacca scura, niente che possa servire a identificarlo. Un’apparizione. Ha le mani infilate nelle tasche dei pantaloni, la testa piegata da un lato, e guarda verso la casa, guarda la porta, forse la finestra accanto alla porta.

Cos’è che la trattiene dall’aprirgli, dall’attraversare il giardino per raggiungerlo e aprire il cancello come farebbe normalmente?

Non lo so, dirà poi Stella a Clara. Non saprei come risponderti a questa domanda. Non ho aperto la porta, ho provato terrore. Ma di cosa?

L’uomo fuori in strada aspetta. Poi sfila la mano destra dalla tasca e suona di nuovo il campanello, e Stella sente all’improvviso – la cosa quasi la irrita – i battiti che accelerano, gradualmente, sempre di più, come se il suo cuore capisse qualcosa che lei non ha ancora capito. Senza distogliere lo sguardo dallo sconosciuto sgancia la cornetta del citofono dalla parete, se l’appoggia all’orecchio sinistro e dice: Sì.

L’uomo fuori in strada si china in avanti. Stella non ha la più pallida idea di come suoni la propria voce quando esce dal citofono, se piano o forte, non ricorda di averlo mai usato. L’uomo parla nel ricevitore, e a Stella pare di sentirlo contemporaneamente all’orecchio e dalla strada, all’orecchio la voce suona decisamente impastata. Come la voce di chi è in terapia, sotto farmaci, non c’è dubbio, Stella se ne accorge subito, queste cose le conosce bene.

Buongiorno, dice l’uomo. Non ci conosciamo. Lei non mi conosce. Io però la conosco di vista e mi piacerebbe fare due chiacchiere con lei. Ce l’ha un po’ di tempo.

Non è una domanda. Non è una vera domanda, e poi suona innaturale, come una cosa imparata a memoria.

Ce l’ha un po’ di tempo.

Stella si scosta la cornetta dal viso. Sarà uno scherzo? Le viene quasi da chiedersi se ha capito bene. L’uomo lì fuori sta leggermente piegato davanti al citofono e aspetta una risposta. Non lo ripete. Non lo ridice un’altra volta, Stella ha capito benissimo.

Allora si aggrappa alla cornetta e dice forte e chiaro: Non posso, non ho tempo. Capisce cosa voglio dire? Non possiamo fare due chiacchiere perché io il tempo non ce l’ho davvero, proprio no.

Peccato. Dice l’uomo davanti casa sua. Allora niente. Magari un’altra volta.

Si raddrizza e torna a guardare la porta d’ingresso. Tiene lo sguardo fisso sulla finestra, oltre la quale non può vederla, si dice Stella, ma evidentemente intuisce la sua presenza. Per un istante resta lì imbambolato, alza una mano come per salutare, ma forse quel gesto significa qualcos’altro. Poi si gira e si allontana dal cancello verso l’angolo della strada.

Stella non lo vede più.

Riaggancia la cornetta e barcollando passa dal corridoio alla stanza di Jason. La stanza di Jason è fresca e un po’ desolata, così familiare, niente a che vedere con ciò che l’ha fatta entrare lì dentro barcollando. Sposta la sedia di Jason e si avvicina alla finestra, per l’agitazione scaglia inavvertitamente tre matite e un foglio di carta giù dalla scrivania e trasale per lo spavento, si sporge in avanti e guarda fuori, il tipo si è fermato all’angolo della strada, in fondo al giardino e con le spalle alla casa, eccolo lì. Guarda la strada da una parte, poi dall’altra. A sinistra ci sono case come questa, a destra il bosco, la via sbuca nella strada principale, alla fine della via comincia già il traffico. Auto che arrivano da destra e da sinistra. Altre persone.

L’uomo all’angolo si sta girando una sigaretta. Ecco, allora qualcosa ce l’ha: il tabacco. Ha il tabacco e le cartine, li tira fuori dalla tasca della giacca. Si gira la sigaretta lentamente, con cura, ma forse è anche un po’ impacciato, forse trema pure, non si vede bene, ad ogni modo Stella trema appena. Il tipo si accende la sigaretta e fuma. La cosa va avanti per un po’. Stella lo guarda fumare. Il tempo tra loro si dilata. Dovrei smettere di guardarlo, pensa Stella, ma non riesce a smettere. Lo guarda, osserva il modo in cui respira. Il modo in cui butta la sigaretta sul marciapiede, s’infila le mani nelle tasche dei pantaloni, si avvia lungo il sentiero nel bosco verso la strada principale. Finché non sparisce; più tardi Stella si dirà che già quello era troppo.

Si allontana dalla finestra e fa un sospiro. Raccatta le matite e il foglio di carta e li rimette sulla scrivania, spinge la sedia al suo posto, la camicia di Jason è appesa alla spalliera della sedia e Stella la risistema, come se Jason l’avesse colta in flagrante. La stanza di Jason è così disordinata. Ha un odore tutto suo, di trementina, legno e metallo, di olio lubrificante, di erba. Il monitor sulla scrivania è nero. Le cifre della stazione meteo sul davanzale della finestra scattano dalle 12.19 alle 12.20, nubi digitali cariche di pioggia avanzano da ovest. Il tipo per strada sembrava sfaccendato, come se avesse tutto il tempo del mondo. Sembrava anche un po’ sciatto, solo un accenno, una punta di sciatteria. Sembrava una persona completamente libera, e che c’è di così inquietante?, dice Stella ad alta voce, esce dalla stanza, apre la porta d’ingresso e va in giardino, come se volesse riappropriarsi del diritto di uscire. Com’è fresco fuori, che meraviglia e che silenzio. Esattamente cosa c’è di inquietante in un uomo libero?
 

© 2018 L’orma editore

Judith Hermann

L’amore all’inizio

L’orma editore 2018
176 pagine, 15 euro
traduzione di Teresa Ciuffoletti
In libreria dal 30 maggio

 

Judith Hermann sarà tra i protagonisti della decima edizione del Festival Leggendo Metropolitano, che è in programma a Cagliari dal 7 al 10 giugno prossimi e avrà come tema “Tengo famiglia”. Venerdì 8 alle 21.30 alla Galleria dei Giardini Pubblici, Hermann parteciperà all’incontro “Famiglie alla deriva” insieme con Claire Fisher e Giovanni Stanghellini (conduce Davide Ruffinengo).
Lunedì 11 giugno, a Roma, l’autrice dialogherà alle 18.30 alla Casa delle letterature con Nadia Terranova.
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