Tutto quello che i social network non riusciranno mai a darvi: non solo tanta musica dal vivo gratuita, ma un vero “reale” fatto di calore, sguardi, vibrazioni e umana eterogeneità. Ecco, il festival di Marina di Ravenna è stato questo. Ve lo avevamo anticipato. Ci siamo stati. Ve lo raccontiamo

L'esibizione degli Amber Arcades all'Harbour Stage sul Molo Dalmazia

Andrea Fiumana

Ho sempre pensato che tutto questo parlare di “esperienze” nel mondo digitale sia piuttosto paradossale. Ci preoccupiamo di produrre il maggior numero di “contenuti” da condividere con le nostre reti virtuali prima ancora di vivere queste esperienze nella loro pienezza. Eppure, ci sono luoghi ed eventi che nascono e restano ostinatamente attaccate al reale: un reale fatto di calore, sguardi e vibrazioni ancora (ad oggi) impossibili da trasmettere in una diretta Facebook.
Una delle prime cose che colpisce assistendo ai live (tutti gratuiti) di Beaches Brew – l’appuntamento che inaugura la lunga estate dei festival sulle spiagge di Marina di Ravenna, vi ricordate? – è la quasi totale assenza di schermi di telefonini sollevati sopra le teste del pubblico. È il primo di tanti segnali che l’Hana-Bi, lo stabilimento balneare sede della manifestazione, rappresenti in realtà più della sede di un festival: il luogo di incontro di una comunità reale di persone, assolutamente eterogenea per età attitudine e per stili, unita da un minimo comun denominatore solido come pochi altri al mondo: la passione per la musica. Muovendosi tra i due palchi sui quali si alternano i concerti, può capitare di vedere il punk un po’ attempato che sorseggia tranquillamente la sua birra accanto al ventenne fricchettone, camicia psichedelica e barba chilometrica, che cammina a piedi scalzi ovunque. Una tribù composta anche da famiglie, che ama vivere nella natura rispettandone le regole, con moltissimi stranieri (si sa, spesso meno ossessionati di noi dagli smartphone) e dove anche nelle ore più tarde – il festival finisce intorno alle 2 – non viene mai meno la presenza femminile, specchio fedele dell’alta percentuale di artiste donne in line-up. Poco importa se quest’anno le scelte della direzione artistica si sono spostate (abbastanza bruscamente) dalle sonorità garage rock a quelle più rarefatte e sintetiche dell’elettronica o di quella che fino a poco tempo fa chiamavamo world music: mood spesso parecchio differenti tra loro si adeguano perfettamente alla varietà di tipologie umane presenti all’evento.

Nadah El Shazly

Francesca Sara Cauli

Qui si balla e si beve...

Francesca Sara Cauli

La prima serata, quella di martedì, si apre con le sperimentazioni sonore “made in Italy” di Machweo e di Jack Cannon (ennesima incarnazione del genietto di casa Bruno Dorella) per chiudersi con una triade di act all’insegna del jazz: prima con il trio di Hailu Mergia, straordinario tastierista etiope riscoperto ultrasettantenne alla guida di un taxi di Washington DC, dove si era rifugiato per sfuggire alla persecuzione politica. Sempre dagli Stati Uniti, da Los Angeles, arriva poi Sudan Archives, nome d’arte della violinista e cantante ventitreenne Brittney Denise Parks, autrice di uno dei set più amati ed applauditi dell’intero festival. Infine, sul Beach Stage di fronte all’oscurità del Mare Adriatico, chiude la serata l’ispiratissimo trio The Comet is Coming guidato da Shabaka Hutchings (membro fondatore anche di Sons of Kemet e vera icona della fervida nuova scena jazz inglese).
Dal jazz si torna al rock – e ancora più in là – il mercoledì sera, per la soddisfazione del pubblico storico del festival («Finalmente un gruppo con le chitarre», esclama con tono liberatorio un ragazzo accanto a me con la maglietta dei Rancid): prima con il post-punk degli italiani Havah – interessante, anche se a tratti troppo condizionato da ripetuti ascolti dei Joy Division –; poi con l’elettrico live di Ezra Furman, giovanissimo artista di Chicago che attraversa i confini di genere per raccontarci gli aspetti più inquietanti del suo Paese; infine con la fulminante doppietta Downtown Boys (quintetto hardcore di Rhode Island composto da immigrati messicani di seconda generazione e capitanato dall’esplosiva front-woman Victoria Ruiz) e Khruangbin, impronunciabile ma davvero imperdibile trio texano che sembra uscito da un film di Tarantino e conta tra le sue principali influenze il pop thailandese degli Anni 60 e 70, conosciuto e filtrato attraverso il blog di culto Monrakplengthai (assolutamente da visitare).

Khruangbin

Francesca Sara Cauli

Ezra Furman

Francesca Sara Cauli

La nostra terza sera a Marina di Ravenna è anche l’ultima del festival, ed è forse la sera più difficile da inquadrare dal punto di vista musicale, quindi forse la più ricca in assoluto: si parte da Nadah El Shazly, che ancora oggi in pochi conoscono ma che va tenuta d’occhio, contando che si è appena guadagnata la copertina di The Wire insieme alla cosidetta “Cairo New Wave”, che sta cambiando la fisionomia artistica e culturale della capitale egiziana.
Sul Roof Stage, il palco più piccolo e raccolto sotto la tettoia dello stabilimento balneare, ci pensa invece Rizan Said – musicista chiave della recente storia della disciplina in Siria e autore delle musiche di un’altra rivelazione importante di questi ultimi anni quale Omar Souleyman – a far scatenare il pubblico entusiasta al ritmo della “Dabke Dance”.
Dopo il live (questo poco convincente, ma forse è solo una questione di volumi) di Tune-Yards, duo guidato dalla carismatica Merrill Garbus e indicato dal Guardian come una delle realtà da seguire del 2018, è la volta di una delle scoperte più interessanti di questa settima edizione: nata in Nigeria e cresciuta nella periferia sud Londra, la venticinquenne Flohio è stata tra le protagoniste della recente new wave rap nel Regno Unito anche al di là del dato strettamente musicale, tanto da ricevere l’endorsement di un personaggio mainstream come Naomi Campbell, che su Vogue UK l’ha inserita tra le “10 donne che stanno cambiando il nostro futuro”. Esagerato? Lo pensavamo anche noi, prima di sentire il mare di energia pulsante che la giovane artista è in grado di trasmettere nei suoi live: complice il contesto, la serata di grazia, il momento, a un certo punto abbiamo avuto la netta l’impressione che la stessa Flohio si stesse stupendo della potenza del rito.
Degna chiusura di festival, prima del set finale dell’inglese affidato come da tradizione a Dj Fitz, con l’oscura miscela tra dubstep e footwork di Jlin, operaia nella capitale dell’acciaio Usa (Gary, Indiana) con la passione per l’elettronica e l’India, oggi considerata tra le producer più innovative della sua generazione.

Sudan Archives

Francesca Sara Cauli

Una tavolozza densa di toni e di colori differenti, che ben riflette la fisionomia complessa di una “tribù” che i numeri confermano in costante crescita: circa 15mila le presenze complessive (da Italia, Austria, Irlanda, Svizzera, Olanda, Germania, ma anche Danimarca, Svezia, Repubblica Ceca, Regno Unito , Russia e Stati Uniti), numeri degni di nota ma che possono – devono, nelle intenzioni degli organizzatori – rimanere gestibili, anche e soprattutto a livello umano, a dimostrare che forse il termine “festival-boutique” (spesso associato a Beaches Brew), se privato di ogni accezione classista è tutt’altro che inadatto a descriverne lo spirito. E che nonostante i foschi presagi, la musica dal vivo può ancora rivelarsi sorprendentemente viva e vivificante.

Post scriptum
Nel momento esatto in cui l’ultima sera si chiudeva, non appena spente le casse, il temporale che da giorni aleggiava sulla costa romagnola ha deciso di abbattersi sulla spiaggia dell’Hana-Bi e su tutta Marina di Ravenna. Quasi avesse aspettato il momento opportuno.

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