Agenda

Calcutta e l’elogio delle piccole cose

29.06.2018

Vero nome Edoardo D'Erme, Calcutta è nato nel 1989 a Latina

Gianluca Palma

«Vivo in giro, con la speranza che un giorno o l’altro mi sistemerò». In sala prove con il cantautore di Latina, mentre prepara i brani che suonerà nei suoi due unici concerti estivi, nella sua città (il 21 luglio) e a Verona (6 agosto)

C’è un verso di Francesco De Gregori che mi fa pensare a Calcutta: «Cammino per la strada, qualcuno mi vede e mi chiama per nome, si ferma e mi ringrazia, vuole sapere qualcosa di una vecchia canzone e io gli dico: “Scusami però non so di cosa stai parlando, sono qui con le mie buste della spesa, lo vedi: sto scappando”». Appena arrivo glielo dico, mi ripeto mentre in motorino attraverso quella sorprendente campagna che compare appena esci un pochino dal centro di Roma. Non mi stupirei se scoprissi che la foto della copertina di Evergreen gli l’hanno scattata da queste parti, tra un gregge di pecore e una balla di fieno che brilla sotto il sole di questo giugno.

Quando arrivo allo studio di registrazione, Edoardo sta riposando. Sono appena finite definitivamente le prove dei due unici concerti in cui si esibirà questa estate, a Latina e a Verona. A terra, ordinatamente arrotolati come tanti serpenti a sonagli in attesa di un pifferaio, i cavi degli strumenti che qualcuno sta portando via. C’è, nell’aria, un misto di sollievo e di malinconia: lo leggi negli occhi di Calcutta, nascosti dietro qualche ciuffo e la visiera celeste del cappello. Sembra che nella sua mente si agitino due urgenze: fermare il tempo – adesso, al sicuro in questa sala prove, con musicisti e amici – o farlo volare fino al 21 luglio, quando non ci sarà più spazio per pensare e bisognerà salire sul palco dello stadio Francioni della sua città natale. «Ho scoperto questo giardino nel retro due giorni fa», racconta con la tristezza di chi s’innamora al mare una settimana prima di dover tornare in città. Ci sediamo sotto un gazebo e gli dico questa cosa su De Gregori. E subito arriva la sua prima risposta spiazzante: «Non è che mi dà fastidio fermarmi a parlare o rispondere alle domande di chi mi chiede qualcosa sulle mie canzoni», spiega, «è che dipende dai giorni. Ci sono volte che non voglio rotture di coglioni, né da chi mi chiede che cosa pensavo quando ho scritto un pezzo né da un call center che mi chiama per propormi l’ennesima offerta».

Gianluca Palma

Poi spiega che in fondo «le canzoni sono mie solo mentre le sto scrivendo, dopo sono del cielo, dell’aria, di chi le ascolta. E quello che ognuno ci trova dentro va bene. Non funziona così pure la poesia, in fondo?». In effetti, a leggerli, i suoi testi sono bellissime poesie: «In che punto finisce la nebbia in questa pianura dove perdersi quando fa buio mi fa paura?» (Orgasmo); «Venezia è bella ma non è il mio mare” (Hübner); «Fuori è notte, mangio il buio col pesto» (Pesto, citata persino da Zanichelli come esempio riuscito di sinestesia). Di questa cosa della poesia, Calcutta ne va orgoglioso, a modo suo: quel modo scontroso e timido insieme. «È come se, guardandomi, la gente pensasse che quelle cose non posso averle scritte io». Se ci parli, ti accorgi subito di essere di fronte a un poeta contemporaneo, quando – parlando di quale superpotere gli piacerebbe avere, se potesse scegliere – dice che «la cosa più vicina al teletrasporto oggi è la tratta dell’alta velocità Firenze-Bologna». Se fossi il proprietario di una società di treni ne farei uno slogan, penso.

Bologna, Latina, Roma: dov’è, oggi, la casa di Edoardo? «In giro». E come si vive senza avere un punto fermo? «Come la vivo? Vivo. Con la speranza che un giorno o l’altro mi sistemerò». Forse – mi viene da pensare – oltre a essere un poeta Edoardo D’Erme è un filosofo. «Bisogna vivere le cose piccole e belle che vengono», dice, facendola facile. Poi, però, se gli chiedi dei due concerti, tutta la sicurezza e la filosofia spariscono, e arriva l’inquietudine: «Mi farei tagliare una gamba piuttosto che scegliere una sola delle due date», dice. «Saranno due show molto diversi dai precedenti, ci saranno molti musicisti e tante luci». I tempi dei concerti a tappeto nei piccoli club sono finiti, e forse gli mancano: «Ora c’è più distanza con il pubblico, non sono abituato. È una cosa nuova. Se ne sono felice? Boh. Sai come si scrive “boh”?».

Gianluca Palma

Chiudi