Ricerche in tutto il mondo stanno testando l’utilizzo di tre “piante meravigliose” per la produzione di bioenergia. Con risultati molto promettenti

Le coltivazioni agricole dedicate alla bioenergia sono un soggetto polarizzante. Considerando la minore quantità di gas serra che emettono, biocarburante, biogas e biomasse sono un’ottima alternativa ai carburanti fossili; tuttavia sono oggetto di numerose controversie.
I biocarburanti di prima generazione sono fabbricati partendo da zucchero e olio, come quelli estratti da grano, canna da zucchero e soia, con un impatto sui prezzi e sulla disponibilità del cibo. Nel corso dell’ultimo decennio, tuttavia, i ricercatori hanno dedicato la propria attenzione ai cosiddetti biocarburanti e biomasse di seconda generazione, basati su cellulosa da raccolti non alimentari o che prosperano sui terreni degradati.
Di recente, progetti di ricerca in tutto il mondo stanno testando la fattibilità di almeno tre “piante meravigliose” per la produzione di bioenergia, con risultati molto promettenti.
La noce delle Barbados (Jatropha curcas) è un arbusto originario del Messico in grado di crescere in ambienti molto secchi e su terreni poco adatti alle coltivazioni. L’olio estratto dai suoi semi può essere utilizzato come biocarburante. I residui della lavorazione sono utilizzati per produrre biogas o come fertilizzanti; altre parti della pianta sono utilizzate nella medicina tradizionale o per la produzione di sapone. La Jatropha è un vegetale non alimentare che cresce perfino nel deserto: non entra in competizione con la produzione di alimenti e non incoraggia il taglio delle foreste pluviali.
Diffusa principalmente nell’Africa meridionale e in India, ha attirato investimenti consistenti negli anni Duemila, quando è stata salutata come il nuovo “oro verde”, che non hanno però generato i risultati attesi. Di recente, però, l’azienda di bioenergie di Singapore JOil ha prodotto nuovi ibridi di Jatropha caratterizzati da un maggiore rendimento. Più o meno contemporaneamente, gli scienziati del Centro Nazionale delle Ricerche egiziano hanno prodotto con successo biocarburante avio dalla Jatropha. Ora vengono esaminati diversi business model per assicurare condizioni di coltivazione sostenibili. Il futuro può davvero riservare molte sorprese per questo arbusto.
Passiamo alla seconda. Resistente, flessibile, veloce: il bambù è molto usato in tutto il continente asiatico per una serie di impieghi, comprese le impalcature e la produzione di rayon.

Potremmo sostenere, però, che il bambù dà il meglio di sé come biomassa. Cresce rapidamente a grandi altezze e consente una resa per acro molto maggiore rispetto ad altre colture. Molte varietà di bambù compaiono nel Guinness dei Primati per il loro tasso di crescita, con un record di 91 centimetri al giorno; altre varietà possono raggiungere un’altezza di 30 metri. Si raccoglie tagliando i fusti, per cui lo stesso gambo continua a crescere senza necessità di essere ripiantato.
La biomassa da bambù ha un valore calorico maggiore rispetto ad altre biomasse (compreso il grano) nonché livelli minori di umidità, caratteristiche che la rendono particolarmente adatta per l’utilizzo negli impianti termoelettrici. Ma c’è di più: il bambù può essere usato anche per produrre biocarburante, grazie al suo minor contenuto di ceneri e al suo indice alcalino, e biogas. Grande tuttofare nel mondo della bioenergia, il bambù rientra anche nel novero delle coltivazioni migliori per rigenerare i terreni degradati a causa, per esempio, di attività minerarie o deforestazione.
La canna comune (Arundo donax) è un tipo di canna originaria del bacino del Mediterraneo, dove cresce in terreni umidi, lungo i corsi d’acqua e in presenza di acqua salmastra. La canna è un’erba molto resistente, dotata di un robusto sistema radicolare che aiuta a prevenire l’erosione del suolo, di un’elevata velocità di crescita (anche nei suoli degradati). Può raggiungere l’altezza di 6-9 metri.
Come il bambù, l’Arundo donax viene utilizzata per la produzione di biomassa, biocarburante e biogas. Cresce rapidamente garantendo quindi un’elevata resa per acro, con l’ulteriore vantaggio di diffondersi autonomamente e quindi di richiedere meno lavoro. Per questa stessa ragione, tuttavia, la pianta può diventare infestante, un aspetto che ha portato diversi Stati degli Usa a esprimere preoccupazione per la sua coltivazione come fonte di bioenergia. In Europa, tuttavia, luogo di origine della pianta, i progetti di ricerca hanno dimostrato la sua utilità. Un’altra importante proprietà dell’Arundo donax, che può potenzialmente essere combinata con le sue potenzialità bioenergetiche, è la capacità di trattare in maniera efficace le acque reflue e addirittura migliorare la qualità del suolo nelle aree dove viene coltivata.
Per minimizzare l’impatto sull’ambiente e sulla società, gli scienziati si stanno ora concentrando sulla progettazione di piantagioni sostenibili. Si prevede la coltivazione di queste specie a fianco di altre (per proteggere le economie locali), privilegiando le specie native e la coltivazione su terreni degradati.

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