Coniugare le esigenze di un progetto energetico con quelle della popolazione locale. Dalla regione remota di Magway, un caso che può fare scuola

Mi dirigo verso l’imbarco del volo domestico che porta da Yangon, capitale economica del Myanmar, a Nay Pyi Taw, la capitale politica, e penso al grande impegno di trasformazione socio-economica che sta affrontando il Paese dopo decenni di isolamento nel cuore del Sud-Est asiatico. Un cambiamento epocale che, seppur complesso, si percepisce quotidianamente. Un anno fa, l’aeroporto di Yangon era poco più che una piccola struttura a gestione familiare. Ora è in forte espansione, con terminal di grande modernità, che quasi contrastano con la radicata e tipica cultura birmana. File colorate di uomini locali abbigliati nei loro caratteristici longyi (il lungo tessuto che si avvolge dalla vita fino ai piedi a mo’ di gonna) e donne affrescate sul viso dal thanaka (la peculiare polvere cosmetica) si mescolano agli espatriati mentre salgono le scalette del bimotore.
Il volo percorre verso Nord i 340 chilometri che separano Yangon da Nay Pyi Taw. Il monsone è appena terminato e dall’alto si scorgono in modo distinto i campi di riso verde sulle alte colline che si snodano lungo la direttrice Nord-Sud del Paese. L’orografia del Myanmar ricorda quella italiana: bordato dal mare per tutto il suo lato occidentale, il Paese viene solcato longitudinalmente da rilievi e a Nord è confinato latitudinalmente dai grandi bastioni che portano alla catena himalaiana.
Raggiunta Nay Pyi Taw, con un percorso di quattro ore off road mi dirigo verso Magway, dove Eni Myanmar opera un blocco esplorativo a terra nel cuore del Paese, conosciuta come la dry zone, una delle aree più povere, caratterizzata da elementi naturali contrapposti in cui si colloca una comunità agricola ancestrale che lotta per la sopravvivenza.
I villaggi costruiti in bamboo, gli aratri trainati dagli animali, i contadini immersi sino alle ginocchia nelle risaie preannunciano l’arrivo a Magway, dove il fiume Irrawaddy, fonte di vita e sostentamento, regala un suggestivo tramonto rosa e celeste.
Da Magway ci dirigiamo verso Sud per circa 20 chilometri verso il campo base, all’interno del nostro blocco, denominato RSF-5. Assorto, durante il viaggio ripercorro le varie fasi del rilievo sismico (520 chilometri quadrati), un progetto sfidante per contesto ambientale, dimensioni e presenza sul territorio. Collocato in un’area priva di ogni genere di utenza e struttura preesistente, il campo base accoglie 600 persone e 165 mezzi
In questo luogo remoto, la terra è l’unica risorsa per la popolazione. La vita ruota attorno alle stagioni, alle colture, alle fonti d’acqua e a piccole attività commerciali. Le precedenti esperienze derivate dalle operazioni dell’industria estrattiva hanno lasciato solo ricordi negativi. La diffidenza verso il nostro progetto era comprensibile. Eravamo consapevoli che la chiave per l’esecuzione e il completamento delle attività era il rapporto con i nostri stakeholders. Lo stesso Danish Institute for the Human Rights (DIHR, istituzione governativa indipendente che promuove e tutela i diritti umani e la parità di trattamento in Danimarca e nel mondo), al quale avevamo richiesto uno studio di impatto sui diritti umani prima dell’inizio delle attività, aveva identificato nell’accesso alle aree oggetto di operazioni una delle principali criticità del rilievo, sotto il profilo operativo e reputazionale.
Ripenso a come la nostra comprensione della cultura locale, del territorio, delle aspettative delle persone del posto e della loro quotidianità, sia cresciuta nel tempo. Siamo diventati consumati conoscitori di tutte le coltivazioni presenti nel rilievo sismico: noccioline, sesamo bianco, rosso e nero, ceci e leguminose, ricordandone prezzi e produttività!

La predisposizione di una procedura ad hoc per la gestione dell’accesso alle aree, e la sua condivisione con le autorità locali, hanno richiesto un lungo lavoro fatto di incontri, calcoli, revisioni e consultazioni pubbliche nei villaggi. In questa fase è stata fondamentale la presenza sul terreno dei colleghi birmani: competenti e preparati, hanno garantito un contatto diretto con la popolazione, rappresentando un punto di riferimento anche per la gestione dei reclami provenienti dalle comunità (Grievance mechanism). La così denominata squadra di “Permit men” era costituita da 20 persone Eni, 20 del contrattista sismico e 17 della compagnia statale. Il “permitting” è quel processo che stabilisce come approcciare le comunità locali temporaneamente coinvolte dal progetto a causa dell’accesso nelle loro proprietà. Si articola nell’identificazione catastale dei soggetti interessati, nella richiesta del permesso di accesso, nello svolgimento delle operazioni, nel computo dei danni e nella successiva compensazione. I “Permit men” sono responsabili di ciascuna di queste fasi e si interfacciano con gli abitanti secondo le procedure di Land Management stabilite da Eni Myanmar.
Gli abitanti del luogo hanno iniziato a comprendere che non avremmo danneggiato i loro campi, che il sistema era ben organizzato e che chiunque avesse una rimostranza poteva contattare i nostri “permitting men”, che si sarebbero subito attivati per trovare una soluzione. Sebbene lo staff locale non avesse mai lavorato per Eni, il team si è calato pienamente nello spirito del progetto, interpretando al meglio il nostro modello di sostenibilità. Il senso di appartenenza nell’indossare la divisa con il logo del Cane a sei zampe, e la consapevolezza che stavano contribuendo a un possibile sviluppo energetico del loro Paese, li hanno guidati in un lavoro di squadra pieno di energia ed entusiasmo. La cooperazione e l’empatia con le comunità hanno permesso il miglioramento graduale della situazione dopo pochi mesi di lavoro insieme.
Si è cercato di venire incontro alle aspettative delle comunità attraverso la realizzazione di piccoli progetti sociali come la recinzione di una scuola, la costruzione di strade per raggiungere la pagoda, la sistemazione di un pozzo ad acqua, l’elettrificazione di un intero villaggio, l’installazione di una biblioteca e la fornitura di tubazioni per la canalizzazione dell’acqua. Queste iniziative hanno conferito un importante beneficio ai villaggi, confermando l’impegno sociale di Eni Myanmar nell’area ed enfatizzando un approccio basato sull’umanità, la fiducia, l’ascolto, la passione e la professionalità. Mentre altri operatori nel Paese, in condizioni analoghe alle nostre, rinunciavano o ridimensionavano il layout dell’acquisizione sismica, Eni Myanmar ha concluso con successo a fine gennaio 2018 uno dei rilievi a terra più estesi mai acquisiti in loco. Per l’occasione, un’ampia delegazione governativa guidata dal Ministro dell’energia e dell’elettricità e dal Primo ministro di Magway ha visitato il campo base Eni, definendo il nostro progetto un modello senza precedenti nel Paese per l’applicazione di standard internazionali di Hse e di sostenibilità.
A conclusione del progetto, nel febbraio 2018, il Dihr è tornato a visitare l’area per valutare l’impatto delle operazioni nel territorio effettuando interviste ai lavoratori, agli abitanti dei villaggi coinvolti, ai membri di organizzazioni non governative e alle autorità locali. Il censimento ha registrato un consenso generale e altamente positivo da parte degli stakeholders per il lavoro svolto sul campo da Eni Myanmar; in particolare, per l’approccio rigoroso e sistematico adottato da Eni, riproducibile ed affidabile, che ha permesso di stabilire un rapporto di fiducia con le comunità nel rispetto dei diritti umani e del lavoro delle persone.
Sono arrivato al campo base: o a quel che ne resta, visto che sono in corso le attività di de-mobilizzazione. I volti degli amici e colleghi sono rilassati e traspirano orgoglio per quanto realizzato in questo lungo anno. Abbiamo condiviso ricordi intensi e vissuto momenti indimenticabili, emozioni che resteranno per sempre custodite nella nostra memoria. Lasciamo il campo con la certezza di avercela messa tutta e con la speranza di aver lasciato, nel nostro piccolo, un esempio da seguire all’interno dell’industria dell’energia.

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