Quella italiana è stata la prima filiale del gruppo americano, oggi il più grande conglomerato globale nei media. Il settimanale a fumetti Topolino è uscito prima da noi che negli Usa. Abbiamo incontrato l’uomo che guida Walt Disney nel nostro Paese per parlare di Csr, MediCinema e di un compleanno

Le poltrone rosse, enormi, più grandi di te, da dove la testa spunta appena. Lo schermo gigante in fondo e la musica. Dopo un po’ le luci si spengono. Comincia la magia del cinema, che ha il potere di farti sognare, spalanca le finestre della fantasia e ti porta altrove. Per novanta minuti non ti sembra più di essere in ospedale. Il dolore, la depressione e l’ansia per la malattia restano fuori. Sei a casa, in famiglia. In un posto caldo, proprio vicino al cuore. Ti senti il bambino di Up, che vola con i palloncini e scappa via assieme a quella vecchia casa da demolire. O il pesciolino Nemo che non ha paura di affrontare l’Oceano oltre la barriera corallina anche se ha una pinna più piccola dell’altra. Invincibile come Buzz Lightyear con la sua tuta spaziale volante: «Verso l’infinito e oltre!».
Qui si parla di speranza. Si chiama MediCinema. Due cinema realizzati in due ospedali per l’infanzia: il Gemelli di Roma e Niguarda a Milano, in corso di costruzione. Sale accessibili, senza barriere architettoniche, progettate per accogliere 130 piccoli pazienti anche allettati e in carrozzina. Raggiungibili dai vari reparti senza dover uscire, attraverso corridoi sotterranei, illuminati e riscaldati. Un cinema vero, non un teatrino parrocchiale, una sala sensoriale con l’utilizzo di vibro acustica (le basse frequenze si sentono nelle poltrone) realizzata grazie al contributo di privati e The Walt Disney Company Italia, in prima fila tra i sostenitori del progetto. Per quello che possono valere le percentuali, i ricercatori del Policlinico Gemelli hanno stimato che la visione dei film abbatte del 30 per cento angoscia e paure nei piccoli malati. Ma i benefici sono difficili da quantificare, perché entrano dentro, e chissà dove portano. «Walt Disney disse una volta: “Qualsiasi cosa porti il marchio Disney stampato sopra è qualcosa per cui ci sentiamo responsabili”. Più di mezzo secolo dopo, in Disney proviamo ancora lo stesso senso di responsabilità verso tutto quanto facciamo», dice Daniel Frigo amministratore delegato di Disney Italia.
Non è un’azienda come le altre, Disney. I suoi prodotti sono film, cartoni animati. Cose che hanno a che fare con l’immaginario, le emozioni e trascendono il concetto stesso di prodotto, perché superano le barriere del tempo. I personaggi Disney fanno parte della nostra cultura. Non tutti sanno che la divisione italiana di Disney è stata la prima filiale internazionale del gruppo americano: l’8 maggio del 1938 – giusto 80 anni fa – in una camera dell’Hotel Principe di Savoia di Milano, Walter Elias Disney, assieme al fratello Roy, firma l’atto costitutivo della “Creazioni Walt Disney S.A.I.”, con un capitale sociale di 50mila lire. Topolino era già arrivato. Risale al 1928 la sua prima apparizione sul grande schermo nel corto Steamboat Willie: proprio quest’anno, Mickey Mouse festeggia il suo 90esimo compleanno.

Daniel Frigo, amministratore delegato di Disney Italia

Nel 1932, l’editore fiorentino Nerbini decide di lanciare un settimanale a fumetti. Il primo numero di Topolino viene diffuso nelle nostre edicole il 31 dicembre 1932. Il giornalino italiano è il primo pubblicato al mondo. Anticipa di un mese l’uscita del magazine americano. Il successo è enorme. Non a caso, la prima 500 Fiat, la piccola utilitaria prodotta a Torino a partire dal 1936, viene chiamata da tutti: Topolino.
Frigo, 55 anni, americano di San Francisco con radici italiane – il papà era di Vicenza –, da sei anni guida The Walt Disney Italia. «Credo nei valori della nostra Company. Sono onorato e orgoglioso di farne parte. È il motivo per cui dopo 25 anni sono ancora qui, dove le persone sono molto importanti: è questo fatto a rendere così speciale la Disney». Prima era il responsabile marketing distribution del ramo Cinema di Disney per EMEA e Gran Bretagna. «A Londra abbiamo cominciato questa operazione di Csr sulla cine-terapia nel più importante ospedale pediatrico del Paese, il Great Ormond Street Hospital. È stato entusiasmante lavorare con quella struttura ospedaliera, specialmente quando abbiamo visto la reazione dei bambini davanti a Johnny Depp vestito da Jack Sparrow». Perché gli ospedali? «Io sono stato ricoverato tante volte nella mia vita e ho subito diverse operazioni, so che cosa significa. Volevamo fare qualcosa. Non è che un film ti fa guarire. Lo sappiamo. Ma la tua malattia, in quel momento, quando sei davanti allo schermo, resta dietro. Sono tante le cose che facciamo ogni giorno in azienda, ma questa è una di quelle che ti riempie di orgoglio».
The Walt Disney Company, la capogruppo americana, è il più grande conglomerato globale nei media con asset in cinema, televisione, editoria, merchandising, parchi a tema. Controlla i canali televisivi di Abc Family, Disney Channel e Espn. Gli Studios producono film con i marchi Walt Disney Pictures, Disney Animation e Pixar, la società di Steve Jobs, la prima a realizzare film tutti in digitale, comprata da Disney nel 2006 per 7,4 miliardi di dollari. Nel 2009 Disney ha acquisito Marvel per 4,3 miliardi (i film dell’Uomo Ragno, Captain America, Ironman), e nel 2012 Lucasfilm per 4 miliardi (Indiana Jones e la saga di Guerre Stellari).
Dal 2005 il gruppo è guidato da Bob Iger. Con lui al timone, nonostante le tante acquisizioni, i ricavi sono passati da 31,9 miliardi di dollari ai 55,7 miliardi del 2017. Nello stesso periodo, la capitalizzazione di Borsa è salita da 48 a 150,6 miliardi di dollari, con un aumento del valore del titolo di circa il 350 per cento e utili in crescita. L’ultima scommessa di Iger è quella di aggiungere al pacchetto di contenuti Disney, già ricchissimo, la quota di maggioranza di Fox in mano all’87enne Rupert Murdoch, che controlla la 21st Century Fox e Sky. Il tutto per 66,1 miliardi di dollari. Disney, infine, ha appena annunciato che sta lavorando alla creazione di sua piattaforma di video-streaming per fare concorrenza a Netflix, che domina il mercato americano con quasi 48 milioni di abbonati. «Bob ha una passione per Disney, per le persone che ci lavorano e la fanno crescere. Sono le persone il nostro vero capitale», racconta Frigo.
Nella sede italiana lavorano 200 addetti, tra licensing, film, produzioni televisive, oltre a tutto quello che gira attorno. Lo scorso anno, The Walt Disney Company Italia ha vinto la classifica delle aziende con la migliore reputazione in Italia, superando Ferrero e Ferrari. A livello mondiale, il gruppo Disney ha investito 350 milioni di dollari in programmi di “Corporate social responsibility”. Azioni in diversi ambiti: nello sport, nell’ambiente, in programmi per la leadership dei giovani (seguiti da 18mila studenti italiani nell’alternanza scuola-lavoro grazie a Junior Achievement Italia), in attività verso le comunità locali. Con oltre 5 milioni di ore di lavoro volontario prestate dai 195mila dipendenti del gruppo. «I programmi di Csr», conclude il manager italo-americano, «danno un senso civico e sociale al nostro lavoro. Entrare in Disney, d’altronde, è entrare in un mondo dei sogni. Noi dobbiamo dare speranza. Fa parte del nostro Dna. Tutti possono farcela. Mio padre era un idraulico, mia madre un’insegnante delle elementari. Tutti i giovani devono avere la speranza di potercela fare, come è stato per me. Come diceva Walt Disney: “Se puoi sognarlo, puoi farlo”. Il bello che è dentro di te lo devi creare. Lo puoi far nascere».

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