Magazine / Appendice

L’America stretta tra il clown e il Grande Inquisitore

di FEDERICA MANZON
IL 103 20.06.2018

Le parole possono turbare e offendere, scoperchiare abissi che non avremmo voluto conoscere, farci vedere il nostro lato oscuro. Proprio a questo servono i romanzi, in fondo

In tempi recenti ma poco sospetti, il World Fantasy Award, uno dei più importanti premi americani per la letteratura fantastica, decise di non utilizzare più come simbolo l’effigie e il nome di H. P. Lovecraft. La scelta era soprattutto espressione di una presa di distanza dalle posizioni notoriamente razziste di Lovecraft, dopo l’imbarazzo espresso da alcuni autori e da qualche critico di studi postcoloniali. Muoveva lì i suoi primi passi lo spirito che ora galoppa a briglia sciolta nelle praterie della letteratura statunitense: il politicamente corretto innalzato a metro unico di giudizio e di valore. Un Grande Inquisitore vestito in abiti da cocktail democratico e con un vocabolario costellato di parole tabù, espressioni che non si possono più usare perché di sicuro, da qualche parte, qualcuno ne rimarrebbe turbato. Perché le parole possono anche offendere. Bella scoperta! Allora meglio metterle al bando, piuttosto che imparare a usarle con cura. E poi, certo, le parole possono anche turbare, farci vedere il lato oscuro di noi stessi, scoperchiare abissi che non abbiamo intenzione di conoscere. A questo dovrebbe servire la letteratura, in fondo. A farci conoscere mondi sconosciuti senza necessità di viverli. A fornirci gli anticorpi contro le malattie della coscienza, e uno sguardo acuto per smascherare il Male travestito da pagliaccio multicolore.

Non è un caso, viene da pensare allora, se in un Paese come gli Stati Uniti, dove ogni giorno suonano le sirene d’allarme del vivere democratico, la letteratura è oggi nel mirino dei nuovi censori. Mentre nelle scuole ragazzini uccidono loro coetanei senza un motivo, mentre una dopo l’altra saltano le tutele del welfare, mentre la pace nel pianeta sembra un equivoco di cui sbarazzarsi al più presto e i diritti umani diventano i diritti di pochi, molte energie vengono spese per moralizzare il mondo letterario. Autori da bestseller sono espulsi dalle associazioni degli scrittori, gli editori prendono le distanze e librai indignati fanno sparire dagli scaffali i romanzi di un premio Pulitzer, perché sulle schiene di questi scrittori brilla una lettera scarlatta nuova di zecca: l’accusa di aver sedotto, approfittando del proprio carisma e ruolo intellettuale, un numero variabile di donne poi abbandonate. La questione ruota legittimamente attorno al tema del rapporto tra sesso e potere, un binomio secolare piuttosto affiatato. Lasciando fuori l’ovvia e sacrosanta mobilitazione contro ogni abuso nelle relazioni professionali, viene però da chiedersi: che potere ha uno scrittore? Il fascino del talento è assimilabile al potere? Ma soprattutto, perché questo inquietante fervore contro le opere?

Gli inquisitori sulle barricate dichiarano che quanto c’è di moralmente abietto nell’animo dell’autore passa nei romanzi, che per questo vanno banditi. Fuori dalle biblioteche H. P. Lovecraft ed Edgar Allan Poe, Louis-Ferdinand Céline e Henry Miller, Charles Bukowski e Philip Roth… pochi sono i geni dal pedigree immacolato, e d’altra parte come raccontare sulla pagina i chiaroscuri del reale se si vive solo in piena luce? Davvero è possibile immaginare una letteratura che sia unicamente il regno dei sentimenti virtuosi, degli eroi buoni e dei matrimoni felici? Andiamo, è una lezione che avremmo dovuto imparare almeno da quel moralista di Lev Tolstoj, ma possiamo tornare indietro ai miti greci, dove le scorrettezze e i soprusi dei potenti erano all’ordine del giorno. Ma l’America, si sa, è il regno delle contraddizioni. Da una parte vorrebbe far sparire i romanzi di quel donnaiolo impenitente di Junot Díaz, dall’altro accusa i suoi detrattori di razzismo contro la minoranza sudamericana. In un caso o nell’altro, è il fervore del politicamente corretto a trionfare. E c’è poco da essere contenti. Perché un mondo dove la letteratura dovrà passare attraverso i filtri dei benpensanti per guadagnarsi gli scaffali delle librerie diventerà un mondo dove il terreno della finzione non sarà più il luogo privilegiato per incontrare e sperimentare le forze oscure che si agitano nelle nostre coscienze, private e politiche – sarà un mondo senza anticorpi, che crede alle promesse rassicuranti di un clown che dovrebbe farci paura.

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