Che cosa succede quando un Paese ha più personaggi che persone? Quando quel naso del vicino o quel modo di camminare del postino finiranno quasi sicuramente in un romanzo?

L’Artico, fino a ieri, era quasi come la Luna. Un mondo lontano, poco conosciuto e pochissimo frequentato. Ora invece è il perno di interessi economici e geopolitici enormi, che guardano verso un futuro, estrattivo e non soltanto, in cui l’innalzamento delle temperature renderà ancora più appetibile quell’area del pianeta. Artico di Marzio G. Mian spiega i cambiamenti in corso. E racconta anche come il Grande Nord sia «il nuovo esotico», verso cui si riversa una folla di turisti climatici che «inseguono il brivido degli spazi incontaminati invadendoli». Il fenomeno è evidentissimo in Islanda, che non è propriamente artica ma è l’avamposto più confortevole del Grande Nord. Nell’isola «il turismo è cresciuto alla media del 30 per cento negli ultimi cinque anni, del 50 per cento tra 2016 e 2017, con 2,3 milioni di presenze, circa sette volte il numero degli isolani», scrive Mian. Anche Claudio Giunta – già autore con Giovanna Silva di Tutta la solitudine che meritate. Viaggio in Islanda (Humboldt) – ha scritto su Il Sole 24 ORE: «Ormai gli islandesi li si indica col dito facendo oooh». In effetti, sono poco più di 350mila.

Pare che il turismo in Islanda sia cresciuto soprattutto per la paura del terrorismo che inibisce i viaggi verso altri lidi, per il richiamo esercitato dalle location di Game of Thrones e per la simpatia nei confronti degli exploit della nazionale di calcio. Con un po’ di svenevole romanticismo, è bello credere che almeno una fettina di questa curiosità sia stata sollecitata dalle pagine degli scrittori. Gli islandesi hanno sempre letto e scritto moltissimo, fin dal tempo delle saghe. Secondo i dati diffusi dalla Frankfurter Buchmesse, più del 90 per cento degli islandesi legge un libro all’anno e più del 50 per cento ne legge otto. Cifre da capogiro per quasi tutti gli altri mercati europei. Ma, soprattutto, un islandese su dieci, nel corso della sua vita, pubblica un libro. Per spiegare un numero tanto grande di lettori e di scrittori l’ormai classica spiegazione preinternettiana “Beh, ma è perché fa freddo e stanno chiusi in casa” appare fragilina. In ogni caso, narrativa e poesia in Islanda sono ormai un prodotto tipico, come il cioccolato in Svizzera. Gli islandesi stessi sono i primi fruitori dei libri che scrivono e ogni famiglia riceve a Natale il Bókatíðindi, il catalogo di tutti i titoli usciti quell’anno.

Gli scrittori dell’isola sono tradottissimi anche all’estero, Italia compresa – da noi la sacerdotessa semi-monopolista del culto islandese, in qualità di traduttrice, è Silvia Cosimini. Ovviamente, la parte del leone la fa Iperborea, che ha otto autori islandesi in catalogo. Ma c’è anche molto altro, dai romanzi di Auður Ava Ólafsdóttir (Einaudi) alle perle di Hallgrímur Helgason (che, pur essendo un gigante, non ha trovato un editore definitivo in Italia), fino a opere più oblique come Terreni di Oddný Eir Ævarsdóttir (Safarà). Solo pochi luoghi hanno vissuto un simile furore scrittorio; forse, se il paragone non suona irriguardoso, solo Atene in alcuni decenni della sua storia – proprio quei decenni, peraltro, che l’hanno messa per sempre al centro della Storia. Questa sovrapproduzione letteraria può avere, come il turismo, dei risvolti deformanti? E che cosa succede se un Paese ha più personaggi che persone? Se quel naso del vicino, se quel modo di camminare del postino, se quel protagonista di una notizia di cronaca finiscono quasi sicuramente in un romanzo? L’Islanda è per i molti lettori stranieri dei libri che i suoi scrittori producono un “Paese aumentato”, le cui reali dimensioni demografiche sono gonfiate dalla letteratura. Lo si capiva già leggendo Sotto la città di Arnaldur Indriðason (Guanda), in cui un poliziotto parla di «un tipico omicidio islandese». Nel 2000, anno in cui uscì il romanzo, in Islanda gli omicidi furono cinque e nel 2005, anno dell’uscita italiana, furono tre (nel 2006 e nel 2008, invece, non ce n’è stato nessuno): questo dà il suo preciso significato al “tipico” di Indriðason. Insomma, il fatto che ci siano più morti ammazzati nei suoi libri che nell’intera storia criminale del suo Paese ha dei risvolti negativi? Mentre ci penso, ordino La ragazza della nave, proprio di Indriðason, in uscita per Guanda il 28 giugno.

Marzio G. Mian
Artico

Neri Pozza 2018
224 pagine, 13,50 euro

Arnaldur Indriðason
La ragazza della nave

Guanda 2018
336 pagine, 18,60 euro
traduzione di Alessandro Storti

 

In libreria dal 28 giugno
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