Appendice

Luca, io ho paura mentre tiri questo calcio di rigore

di GIAMPAOLO SIMI
IL 103 15.06.2018

Dario Corbo ha un bel lavoro e un figlio diciassettenne, Luca, che si avvia verso una carriera nel calcio. Ma la notte in cui il ragazzo compie 18 anni potrebbe cambiare la sua vita. Pubblichiamo alcune pagine di “Come una famiglia” (Sellerio), il nuovo romanzo di Giampaolo Simi

Forse non te l’ho mai detto chiaramente, ma io preferivo che tu facessi il ballerino.

Invece ho sempre lasciato decidere a tua madre e così, proprio il giorno prima del tuo compleanno, eccoci a soffrire le pene dell’inferno. Giulia mi prende improvvisamente la mano dopo una mezz’ora in cui ci siamo scambiati solo monosillabi. L’ultima volta è successo più di tre anni prima, credo. Quando eravamo marito e moglie avrei riconosciuto le sue dita senza esitazioni. Oggi sono anonime, alla stregua di oggetti, e per giunta a una di quelle temperature polari che solo le estremità del genere femminile possono raggiungere senza pregiudizio per la permanenza della vita. Tua madre non mi sta solo prendendo la mano, ci si è aggrappata. Con l’altra si copre gli occhi per non guardare.

«Perché proprio lui?», mi chiede.

«Si vede che gliel’ha chiesto l’allenatore», rispondo io.

«E perché Luca ha accettato?».

Non rispondo, le stringo forte le dita fredde, mi chiudo i primi due bottoni della giacca. Sulla costa del Mar Tirreno sosteniamo che la primavera arrivi un mese prima, il 21 febbraio. È il 6 di marzo e da stamani il sole scalda i vecchi gradoni di cemento ruvido, ma sono passate da poco le cinque di pomeriggio, le ombre dei pini sono filamenti sempre più intricati sulla pista di tartan e noi siamo seduti in tribuna coperta. Da due ore.

Non so cosa ricordi tu, ma dalla tribuna quella fra voi del Rivadarno e il Bruges era stata una classica finale in cui due squadre beccano un goal del tutto casuale per parte, dopodiché si guardano le spalle più per paura di oscuri complotti della sorte che dell’avversario. Centoventi minuti senza uno straccio di copione, poi i rigori. Tre goal e un errore per uno, fino a quando i belgi non sbagliano per la seconda volta dal dischetto e la tribuna rimbomba. Dall’altro lato, in gradinata, i vostri tifosi sventolano bandiere arancioni nell’ultimo trapezio di sole. Hanno organizzato ben sei pullman.

Se tu segni questo rigore il Rivadarno vince la finale e quindi la Viareggio Cup, cioè il torneo internazionale di calcio giovanile più importante d’Europa. Da piccolo era mio zio a portarmi in questo stadio a vedere le partite. Si svolgeva durante il Carnevale e alla vigilia del martedì grasso si tenevano le due finali, quella per il terzo e quella per il primo posto. Oggi si gioca solo la finalissima perché oggi chi non arriva primo è un perdente come tutti gli altri.

(…)

Oggi saremo in tremila, ma la percentuale di osservatori, inviati di procuratori e faccendieri vari è vicina a un buon trenta per cento. C’è la diretta tv e tutti i siti di sport sono in attesa di aggiornare la homepage: vincere qui, oggi, conta.

Ti osservo partire dal cerchio di centrocampo staccandoti dai tuoi compagni di squadra uniti in fila, abbracciati. Ti avvii da solo verso un verdetto che non ammette appelli: dentro o fuori. Non sembri avere fretta. A testa alta. Vuol dire che sei tranquillo. Sì.

No. No, stai camminando lentamente perché vuoi rimandare il momento decisivo e ti senti come negli ultimi trenta metri prima del patibolo.

Dove potresti trovarla tutta questa spavalderia? A forza di menate sull’autostima, tua madre ha ottenuto soltanto l’effetto di farti sentire in colpa per scarsa autostima. Fra me e te, oggi, vogliamo dirlo? E diciamolo: le sue premure sono state soffocanti.

Tardavi a iniziare a parlare e lei già intravedeva l’ombra di un deficit cognitivo. Per aver bagnato il letto tre volte in tutta la tua infanzia sei stato visitato da altrettanti specialisti. Alla fine della quinta elementare tutti avevano il cellulare e tu no. Ha subito provveduto tuo nonno, con un regalo a cui non mi sono potuto opporre. A quattordici sei andato dallo psicologo. A scuola ti eri ritrovato unico maschio in un gruppo di lavoro e avevi chiesto di essere assegnato a un altro. Per Giulia poteva essere un segnale di timidezza aggressiva verso l’altro sesso. Sei mesi di sedute finite in un nebuloso colloquio fra noi e lo psicoterapeuta. Ma, dico io, a quell’età parte il primo testosterone, la mamma e la PlayStation non ti bastano più e non capisci bene perché, essere inquieti e ombrosi mi pare il minimo. È possibile che ormai qualsiasi turbamento diventi patologia? A me è sembrato patologico da parte di Giulia averti accompagnato a scuola fino alla terza media. Stamattina è corsa per negozi a cercare un gel per capelli chiamato Hard Cemento, senza il quale hai quasi minacciato di non scendere in campo, proprio oggi che era prevista la diretta tv della Rai. Hard Cemento. Con un altro, hai detto, ti saresti spettinato al primo colpo di testa.

I genitori non dovrebbero essere zerbini, quante volte l’avrò detto a Giulia? Lo voglio ricordare ora, a beneficio dei posteri e in tempi non sospetti, e cioè dieci secondi prima che tu sbagli questo maledetto penalty sancendo il nostro fallimento educativo. Perché, ora che sei a pochi passi dal semicerchio dell’area di rigore, immagino già il pallone sparire tra le fronde dei pini. Non sarà solo un rigore sbagliato o parato da una prodezza del portiere. Sarà un errore grossolano da filmato virale su internet. Una vergogna inarrestabile e senza confini.

Ma la verità è che in questa catastrofe imminente anch’io ho le mie colpe. Ero libero la mattina quando tu eri a scuola, ogni sera rincasavo troppo tardi per stare insieme a te, nei casi migliori arrivavo in tempo per darti la buonanotte. Ecco, il micidiale mix fra la protezione ossessiva di Giulia e la mia lontananza ti ha privato di punti di riferimento equilibrati. Ti sei appena assunto una responsabilità superiore alle tue possibilità solo per dimostrarti forte, mentre io lo so che dentro tremi e tintinni come una cristalleria. Come fa a rimanere freddo uno che un’ora prima della finale spedisce la mamma a comprargli l’Hard Cemento?

(…)

Lasci il pallone sul dischetto dopo un cenno d’intesa con la signorina Meluzzo da Isernia. A ogni passo che fai all’indietro per prendere la rincorsa, la mia lista di responsabilità si allunga. Ma del resto si sa, un disastro non ha mai un solo padre.

Vorrei infatti sapere se questo campo da gioco non nasconda qualche zolla malferma proprio nel centro dell’area di rigore. Forse la ditta incaricata della manutenzione del prato lavora al risparmio o forse il Comune ritarda i pagamenti, e d’altronde la stretta finanziaria sugli enti locali non consente di curare al meglio le strutture sportive pubbliche. Tutto nasce sicuramente dalle politiche restrittive imposte dall’Europa. E quindi mi pare lampante che se sbagli il rigore la colpa alla fine è dei tecnocrati di Bruxelles. Il Belgio, ecco, tutto torna.

Mi chiedo anche se mimetizzata fra l’erba non ci sia una mattonella di fanghiglia umida che aspetta solo di farti scivolare al momento di calciare. Perché fino a ieri l’altro ha piovuto tantissimo e il terreno di gioco non può aver drenato al meglio. Oltre alle indubbie responsabilità della politica, è chiaro che bisogna guardare anche più in là. Stai per buttare in mezzo ai pini il rigore e la vittoria del torneo anche per colpa del cambiamento climatico, della folle politica ambientale di Trump e dello sviluppo industriale fuori controllo di un miliardo e mezzo di cinesi. Si fa troppo presto a prendersela sempre e solo con Bruxelles.

Il portiere del Bruges saltella per distrarti, poi si mette in posizione tipo Uomo di Vitruvio per far sembrare la porta piccolissima.

Non ti far impressionare, Luca. Ragiona, Luca. Sono circa diciassette metri quadrati, c’è gente a Parigi come a Tokyo che ci vive, in diciassette metri quadrati, e, se anche il portiere belga Erwin Kloster disponesse di un mantello alla Batman espressamente proibito dal regolamento, ne coprirebbe al massimo quattro. Ti restano più di tredici metri quadrati per far passare quel pallone, buttarlo in fondo alla rete e farci sentire genitori degni di questo nome.

Finalmente ti fermi. Rincorsa lunga, brutto segno. Obliqua alla palla, quindi non tenterai la botta di potenza e cercherai di piazzarla. Bruttissimo segno. Un difensore dovrebbe solo cercare la botta di potenza. In tribuna il brusio scema nel silenzio. Anche gli osservatori e gli inviati dei procuratori tolgono l’auricolare.

(…)

Il portiere ha spostato i piedi verso la propria sinistra, quindi sta per tuffarsi a destra. E allora basta che tu la metta a sinistra. Anche perché a sinistra un destro para peggio. Colpo di piatto, piede come una mazza da golf sul par, verso l’angolo sinistro, ed Erwin Kloster non lo prenderà mai, è scienza. E noi, che siamo da sempre positivisti convinti, festeggiamo.

Invece no. Batti con l’interno del piede verso la destra del portiere. Il ragazzo belga con la maglia verde a maniche corte e i guantoni bianchi scatta proprio nel momento in cui parte il pallone. Vola verso la direzione giusta, il ragazzo, è alto e ha le braccia lunghe. Il benessere dell’Europa del Nord lo ha sicuramente fatto crescere qualche centimetro in più dei suoi, già alti, genitori. I quali, sono sicuro, non hanno mai preso in considerazione di sposarsi con qualcuno proveniente da una famiglia di immigrati, magari italiani, degli anni Cinquanta, la cui statura media era di certo inferiore. Non lo hanno fatto perché i minatori italiani erano considerati carne da macello, brutti zozzi e cattivi, ecco perché Erwin Kloster, portiere del Bruges, sta per arrivare su quel pallone e deviarlo verso il fondo. Ci sono profonde radici storiche e sociali. Non è colpa tua, ma dei pregiudizi e del razzismo che si annidano nel cuore della civile Europa. È arrivato il momento di ripensare questa Europa in nome della solidarietà, mi dico, o al mio odierno fallimento di genitore seguiranno disastri ben peggiori.

Giampaolo Simi

Come una famiglia
Sellerio 2018
432 pagine, 15 euro
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