Magazine / Appendice

Promuovo il greco e il latino perché sono uno scienziato

di DETLEV SCHILD
IL 103 28.06.2018

Lunga vita alle lingue morte! A Göttingen è nata “epiStoa”, una cooperativa che vuole impedire l’indebolimento dei valori fondanti dell’Europa unita attraverso una nuova diffusione degli studi classici

Nel 2017 la Commissione europea vede lo Stato di diritto messo in pericolo in Polonia e così, per la prima volta nella sua storia, attiva delle procedure sanzionatorie secondo l’articolo 7 del Trattato sull’Unione europea. Saggiamente sessant’anni prima i fondatori dell’Ue, di fronte al ricordo ancora vivissimo dei milioni di vittime della Prima e della Seconda guerra mondiale nonché dell’Olocausto, avevano voluto, con queste misure, mettere accuratamente al riparo i princìpi dello Stato di diritto e i diritti dell’uomo. Il procedimento dell’Ue nei confronti della Polonia è complesso e il risultato è ancora poco chiaro. Già da ora però una cosa è certa: lo Stato di diritto, una volta raggiunto, non si mantiene automaticamente. L’insegnamento più importante che i tedeschi del Dopoguerra, ma non soltanto loro, dovrebbero trarre dallo Stato non di diritto del Terzo Reich è che prevenire è meglio che curare: la lungimiranza, il coraggio civile e la sorveglianza, oltre che una solida cultura politica, sono gli elementi più importanti nella protezione dello Stato di diritto e dei diritti umani.

Agli inizi di quest’anno a Göttingen, in Germania, per iniziativa di un gruppo di docenti, studenti e ricercatori, è nata una nuova attività: si chiama “epiStoa” e ha a cuore la promozione della cultura necessaria per comprendere e mantenere i valori europei di cui sopra, e questo in stretta correlazione con la promozione delle lingue antiche proprie dell’Europa, ossia il latino e il greco. Sono uno dei fondatori e promotori di epiStoa, benché la mia formazione sia scientifica (o forse proprio per quello): ho insegnato per molti anni Neurofisiologia molecolare presso l’Università di Göttingen e ho diretto il Dipartimento di Neurofisiologia e Biofisica cellulare. Ebbene, perché uno scienziato si preoccupa di mettere in connessione valori europei e cultura classica? Senza la visione dell’uomo dell’antichità non si sarebbe giunti all’attuale sviluppo nelle più diverse discipline. Esistono delle chiare linee che, a partire dal Rinascimento e passando attraverso l’Umanesimo, la riscoperta della cultura greca, lo sviluppo delle idee antiche e umanistiche nell’Illuminismo e così via, conducono alle attuali Costituzioni centrate sullo Stato di diritto, e non da ultimo alla Corte europea per i Diritti umani. È vero che gli inizi sono stati duri: per esempio, nella (breve) democrazia greca il voto era prerogativa esclusiva degli uomini. Ma lo sviluppo del diritto deve essere visto nella sua interezza: i progressi sono stati molto lenti e in alcuni casi, come ora in Polonia, ma non solo, si verificano anche passi indietro. Per quanto riguarda il suffragio femminile, il cantone svizzero dell’Appenzello si trovava fino al 1990 nella stessa condizione dell’antica Grecia! Tornando ai parallelismi, il termine greco nómos, legge, che ritroviamo in molti suffissi, per esempio in “autonomia”, deriva dal verbo nemo, “condurre al pascolo”. I pascoli venivano recintati, e questo sarebbe l’inizio del concetto di proprietà privata e del diritto civile. Oppure si pensi alla divisione dei poteri: a scuola si impara che fu inventata da Montesquieu, ma in realtà essa inizia proprio in quella antichità che Montesquieu aveva studiato così a fondo. Che cos’erano infatti il regime di alternanza dei due consoli o le interazioni tra consoli, Senato e Assemblea popolare a Roma, se non una divisione dei poteri? Già nell’antichità si possono dunque trovare primi indizi dei diritti dell’uomo dedicati alla protezione del singolo, della sua libertà e della sua proprietà contro gli attacchi dello Stato. È vero che i consoli romani possedevano un potere quasi assoluto, eppure esisteva anche lo ius provocationis, conquistato dalla plebe, che già allora permetteva di limitarne gli eccessi arbitrari. Lo scetticismo dei governati nei confronti dei governanti ha radici profonde, e anche un profano riesce a vedere che molte di queste idee di base ebbero origine nell’antichità.

Tutto ciò potrebbe e dovrebbe essere comunicato meglio. Notiamo che è diminuito ovunque in Europa il peso degli studi liceali. In seguito alle riforme degli ultimi decenni, in Europa, consegue un diploma di maturità circa il 40 per cento in più dei giovani rispetto agli anni Sessanta e Settanta. Questa è una buona notizia per la condizione media dell’istruzione della popolazione, ma questo risultato è stato ottenuto abbassando il livello degli studi liceali, dal momento che gli esseri umani non sono diventati – temiamo – più intelligenti. Con l’introduzione del numero chiuso e della eccessiva scelta tra materie opzionali, l’insegnamento delle lingue antiche è decisamente diminuito. In Italia, Paese che conserva il liceo classico, e dove anche il liceo scientifico svolge la sua parte, la situazione è ancora relativamente rosea, ma in Germania per esempio, come anche in Svizzera e in Francia, la faccenda è molto più seria. Si pone un problema di trasmissione del sapere.

L’intera terminologia delle scienze umane, naturali e sociali, senza dimenticare le arti figurative e la musica, è imbevuta di latino e di greco. Cose e concetti, che si tratti del nervus oculomotorius, di legislazione o di coreografia sono chiamati per quello che sono, il che ne rende l’apprendimento facile e immediato soltanto per chi abbia frequentato un liceo in cui si studino le lingue antiche. Invece l’ignoranza delle stesse è un limite anche in facoltà e professioni apparentemente poco attinenti. Per esempio: se uno studente di Medicina non conosce i termini latini facies (faccia) e fascis (fascia), potrebbe rispondere durante un esame che i muscoli del viso vengono innervati dal nervus fascialis. Se invece li conosce, saprà a priori che il nervus facialis innerva la faccia e non una fascia. Anche in Giurisprudenza molti termini si spiegano da soli. L’apprendimento e la comprensione di nozioni come in dubio pro reo saranno sicuramente più veloci, facili e profondi partendo dal latino, anche perché i tentativi di traduzione – presumption of innocence, presunzione di non colpevolezza o Unschuldsvermutung – perdono di pregnanza di fronte all’originale. Nelle traduzioni la definizione si forma attraverso la negazione (data dalle particelle in-, non, un-) e l’idea di dubbio si attenua fino a scomparire.

La corretta comprensione automatica delle parole di origine greca e latina non è soltanto legata alla velocità di apprendimento. C’è una bella differenza tra l’imparare le parole come gusci vuoti, e il comprendere invece il nocciolo, la radice e il senso delle parole nonché i rapporti con altri termini e la loro etimologia. E non si tratta soltanto di parole quanto anche dell’ordine della frase: apprendendo la struttura delle lingue antiche si comprendono contesti e legami della madrelingua molto meglio di quanto accade studiando soltanto quella. Ciò permette di possederla e controllarla meglio, aspetto tutt’altro che secondario visto che è nella lingua madre che pensiamo. Chiunque abbia tradotto brani di Cicerone o di Tucidide sa benissimo che la difficoltà sta nel fatto che l’aggettivo spesso non si trova immediatamente vicino (prima o dopo) al “suo” sostantivo, o che il verbo è quasi sempre lontano dal “suo” soggetto. Il lavoro mentale consiste quindi nel trovare correlazioni e procedure di coerenza (in senso proprio!) tra parole, come se si dovessero pescare in un mucchio di tessere i pezzi del puzzle giusti, logicamente adiacenti. Ma ciò non corrisponde a individuare denominatori comuni in contesti apparentemente difficili e caotici? Se così fosse, si imparerebbe da quelle lingue morte qualcosa di veramente utile. Infine, ma non ultimo in ordine di importanza, l’occuparsi delle strutture di pensiero del mondo antico, rappresenta in ogni caso un arricchimento per quanto riguarda sia i riferimenti al contemporaneo sia la base dell’agire quotidiano. Qualche esempio, per non prenderla troppo alla larga? Lo ammetto, certi collegamenti sono così ovvi e scontati che non ci si pensa nemmeno più. Per esempio, il fatto che l’atomismo di Democrito, Epicuro e Lucrezio rappresenti il fondamento dell’intera visione del mondo in fisica, chimica, biochimica, biologia molecolare ecc. È evidente che esiste una miriade di ampliamenti e di specificazioni (geni, proteine ecc.), ma le asserzioni di base dei pensatori antichi sono state confermate in maniera lineare e coerente. Oltre a ciò, chi potrebbe mai contraddire il «conosci te stesso» socratico, o il richiamo stoico alla moderazione o la ragionevolezza dell’uso moderato delle risorse date, predicato già da Diogene?

Per tutte queste ragioni è nata epiStoa. Ci tengo a precisare che non è un’associazione, ma una cooperativa, che stiamo cercando di trasformare in cooperativa europea. Il logo è non un anfiteatro o un tempio antico, ma il Pont du Gard, uno dei ponti raffigurati sul retro delle banconote in euro. Sulla banconota di valore più alto è rappresentato un ponte recente e costoso, mentre quello che si è conservato più a lungo, il Pont du Gard, decora la banconota dal valore più modesto, 5 euro. Bisogna precisare però che il Pont du Gard è in realtà un acquedotto, cioè una struttura che non soltanto conduce da un luogo all’altro, ma sulla quale scorre qualcosa di fluido – acqua sì, ma anche parole, idee, concetti, dai tempi antichi a oggi. È questa l’analogia che ci ha fatto scegliere tale immagine per la nostra iniziativa. A ciò si deve aggiungere che l’acquedotto ben rappresenta l’aspetto del flusso generazionale del sapere dai più vecchi ai più giovani. Senza una misura adeguata di tradizione erudita, l’innovazione perde il terreno solido sul quale basarsi, con il rischio di generare, sotto l’apparenza di (falso) progresso, risultati forse dannosi, sicuramente inutili. Occorrono, come ben ha mostrato Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia 2002, sia il pensiero veloce sia il pensiero lento.

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