Appendice

Fatica: amica mia, mia fedele alleata

09.07.2018

Dal triathlon del giovedì sera (calcetto con gli amici/pizza/birra) alle corse a piedi più massacranti. Come si diventa atleti, da zero: un estratto dal nuovo libro dell'ultramaratoneta Daniele Barbone, tra i primi italiani ad aver completato le sei tappe della World Majors Marathon

Dieci anni fa non avevo ancora indossato un paio di scarpe da running, anzi per dirla tutta sono arrivato fino a trentasei anni senza aver mai fatto sport seriamente. La cosa che più ci si avvicinava era il triathlon del giovedì sera, partita a calcetto con gli amici seguita da pizza e birra. La quantità di calorie consumata nella prima specialità veniva inesorabilmente recuperata nella seconda e nella terza frazione, con gran divertimento e pochi sensi di colpa. Eppure, nulla è più lontano dal vero dell’idea che si possa diventare un atleta da zero, senza fare fatica, o che si possa iniziare a correre da un giorno all’altro come Forrest Gump nell’omonimo film. Runner, insomma, si diventa, anche se la società vuole farci credere che la fatica sia un nemico, che non vada provata né tanto meno esibita. Correre invece vuol dire fatica, occorre un lungo lavoro per imparare ad accettarla e perfino ad amarla.

Ho iniziato con pochi giri del quartiere, giusto per smaltire qualche cena di troppo, e sono arrivato a indossare il pettorale per la mezza maratona a circa un anno dalla prima uscita: un traguardo impegnativo che mi ha regalato nuove, bellissime emozioni. E tanti insegnamenti. Prima di tutto il saper accettare di compiere uno sforzo diverso da quello, pressoché di tipo psicologico, al quale è abituato chiunque svolga un lavoro di ufficio. Ho dovuto impegnare il mio fisico al cento per cento, e nello stesso tempo ascoltare i messaggi e le sollecitazioni della mia mente. Se riesci a tenerli uniti in una pratica costante, questa nuova fatica ti arricchisce enormemente. Diventa un’amica, un’alleata fedele che ti porta lontano. Ovunque tu decida. Se sei una persona che si mette in gioco, che non accetta con facilità un limite apparentemente insormontabile, che vuole raggiungere traguardi ambiziosi, dopo un tempo adeguato vorrai cimentarti anche nella distanza regina, la Maratona.

Nel mio caso ci sono voluti due anni di preparazione. Poi, in un freddo inverno, per il mio compleanno a novembre del 2010, mi sono regalato l’esordio alla Maratona di Firenze, sotto una pioggia battente che non ci ha mai abbandonato. Esordio bagnato, esordio fortunato… A quel punto ero perdutamente innamorato della corsa, e non desideravo altro che partecipare a tutte le altre maratone del pianeta. Un amore vero, fatto di dolori e di grandi risate. Di impegno costante, di emozioni e di nuovi traguardi. Volevo correre ovunque e così è stato: Londra, Berlino, New York, Boston, Chicago, Milano, Torino, Roma, Ferrara, Parigi, Madrid e molte altre.

La cosa incredibile è che quella precisa distanza, quarantadue chilometri e centonovantacinque metri, mi consente di esprimere perfettamente me stesso. Ci sono momenti di particolare brillantezza come la partenza, un traguardo intermedio, un ristoro o l’incontro con i familiari sul percorso e poi all’arrivo. Ma sono solo momenti, una manciata di secondi ciascuno. Quello che serve veramente, in realtà, è la capacità di dosare meticolosamente lo sforzo. Tecnicamente, si tratta di restare in soglia a lungo, ovvero protrarre per lunghissimo tempo una performance di livello medio alto. Ogni fibra del tuo corpo viene portata a un valore limite, nel quale deve resistere per un periodo che varia da tre a cinque ore, a seconda delle condizioni dell’organismo e della preparazione. Non dev’essere al di sotto del potenziale, per non trasformare il percorso in un inutile calvario, e neppure di troppo superiore, per non andare fuori giri. Un equilibrio perfetto e delicato, che si impara a raggiungere col tempo. Non esiste un altro sport che richieda così tanto e così a lungo. A un certo punto, inevitabilmente, arriva la crisi, ed è allora che bisogna usare le nostre risorse psicologiche per andare oltre, per non cedere ai muscoli che improvvisamente sembrano ribellarsi ai nostri comandi. Un momento prima tutto funzionava a meraviglia, e adesso invece ci sentiamo quasi seppelliti sotto il peso dei chilometri, delle salite che paiono infinite. Così come non esiste una vita senza eventi negativi, non esiste una corsa senza questi momenti difficili. È fisiologico.

Cosa fare in entrambi i casi dipende solo da noi. Personalmente in questi momenti, nella corsa come nella vita, ho imparato a visualizzare la mèta, trovando l’energia nelle persone intorno a me. Grazie ai momenti bui, ho imparato a rafforzare le mie parti migliori. Ho cercato di dare un senso profondo a ogni traguardo tagliato, non si è mai trattato di una semplice corsa per arrivare oltre la scritta “Arrivo”. Altrimenti sarebbe stata solo ginnastica. Ogni volta è stato per un motivo. Per qualcuno. Per qualcosa. Per uno scopo. Per un progetto. Per un’idea. La maratona è tutto questo e molto di più, mi piace paragonarla all’arte dei Samurai ma senza spada. Oltre la maratona, si va in oceano aperto. Fuori dal mare nostrum delle certezze, dove le onde sono più grandi, i rischi più alti. La preparazione, ovviamente, dev’essere maggiore, ma il viaggio è inimmaginabile per fascino e profondità di emozioni. Quelle che amo di più sono le ultramaratone a tappe, di solito oltre i cento chilometri, erroneamente ritenute più semplici rispetto a gare di una sola sessione.

Correre più giorni, con pause di poche ore tra una tappa e l’altra, dormire all’aperto, mangiare in un campo, finire uno stage da quarantadue chilometri per poi ripartire e correrne altrettanti, impone sforzi e recuperi fisici e psicologici notevoli. Nelle corse “nonstop”, quando tagli il traguardo sai di avere finito, ti godi la medaglia e di lì a poco torni nel mondo reale. Quando invece sai di dover ripartire a breve, bisogna essere molto solidi dal punto di vista psicologico: occorre diventare dei veri e propri shogun, comandanti di un esercito composto da un unico soldato: noi stessi. Oggi io sono tutto questo. Sono allenato. Sono un atleta. Sono un ultramaratoneta.

L’autore
Questo testo è un estratto da Correre cambia la vita. Giro del mondo in dieci tappe per chi corre e cammina, dal Jesus Trail alla Valle della Morte (Edizioni Lswr), il nuovo libro di Daniele Barbone. Imprenditore e ultramaratoneta, già autore di Runner si diventa (Corbaccio, 2015), Barbone è noto come uno dei massimi esperti in Italia in materia di green economy e per la sua collaborazione con il Premio Nobel Al Gore. Ha coniugato il suo essere imprenditore con la passione per la corsa negli ambienti estremi.

Chiudi