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Metti un festival nella Valle dei Templi

02.08.2018

Una proposta di qualità, non convenzionale (jazz, swing ed elettronica), in un luogo che toglie il fiato. È la missione di FestiValle, quest'anno alla sua seconda edizione. Così, anche Agrigento batte un colpo.

Qualche settimana fa, sulle pagine di CheFare, Andrea Porcheddu sollevava alcune interessanti questioni sul senso dei festival e sulla loro necessità: «Un festival è, dovrebbe essere, un concreto progetto sul territorio, una visione artistica (non solo “curatoriale”, come va di moda dire oggi) […] che sia, insomma, una traccia di futuro, un modello sostenibile di cittadinanza, una messa in prova del vivere civile: investimenti di soldi, pubblici e privati, per strutturare contesti sociali alternativi e, tendenzialmente, positivi, aperti, complessi nella loro visionarietà, capaci di radicare proposte culturali resistenti e sensate».
Tema quanto mai attuale, e ancora poco dibattuto, se pensiamo a come ogni anno lungo tutta la penisola gli appuntamenti del genere – un po’ in tutti i campi, dal teatro al cinema alla musica – non facciano che moltiplicarsi; come se ogni regione, ogni provincia e città d’Italia, avesse diritto ad avere un festival tutto suo. Sbagliatissimo: perché è vero che l’Italia ha uno dei territori più ricchi di patrimoni artistici al mondo, ma questo non esula in alcun modo (anzi…) dall’interrogarsi sul senso di una manifestazione e sulla sua urgenza. Il rischio, evidente, è quello di dare vita all’ennesimo – grande o piccolo che sia – evento fine a se stesso, incapace (per quanto di successo) di portare linfa nuova al contesto in cui si colloca. Eppure, possono ancora nascere progetti unici.
Ortigia, l’isola che costituisce la parte più antica di Siracusa, dopo anni di trascuratezza e degrado ha ritrovato tutto il suo splendore anche grazie all’Ortigia Sound System Festival, progetto giovane nato dalla mente di un altrettanto giovane, ma molto qualificato, team di professionisti. Lo scorso anno, sempre in Sicilia, la storia si è ripetuta. Siamo ad Agrigento, costa Sud dell’isola, sede di uno dei parchi srcheologici più famosi al mondo: la Valle dei Templi. Qui nasce FestiValle, festival internazionale di musica e arti digitali, progetto ibrido che unisce la musica jazz manouche e lo swing (sul palco del teatro del Tempio di Giunone) all’elettronica (in collaborazione con il bolognese RoBot, lontano da chiusure e pregiudizi di genere. La seconda edizione, in programma da giovedì 9 a sabato 11 agosto, vedrà tra i protagonisti artisti di rilievo quali gli olandesi The Rosenberg Trio, il francese Thomas Blacharz e il berlinese Tobi Neumann. Musica live e dj set, ma anche incontri con gli artisti e corsi di ballo aperti a tutti.

L’idea di dare vita ad un festival nasce quasi per gioco nella mente di Fausto Savatteri, ingegnere informatico trentenne con la passione per la musica (chitarra solista nei suoi Four on Six, ha una specializzazione in DSP, tecnologia alla base dei processori audio), che dopo gli studi universitari a Roma si sposta a Milano per lavoro, senza mai dimenticare la terra natìa. «Non te lo nascondo», ci spiega Fausto, mentre si gusta una granita al limone seduto ai tavolini del Lido Oceanomare, sulla spiaggia di San Leone, location ‘elettronica’ di FestiValle: «Una delle ragioni che mi hanno spinto a realizzare qualcosa qui è quella di potermi fermare più a lungo a casa! Ovviamente, c’era molto altro: innanzitutto la voglia di portare espressioni artistiche di qualità, anche se non convenzionali, in un territorio a volte dimenticato da questo punto di vista. Creare un’offerta culturale internazionale per offrire un servizio in più ai turisti (che da queste parti sono parecchi, oltre 630mila lo scorso anno), un motivo per prolungare un soggiorno che spesso si limita al tempo necessario a visitare la Valle. D’altra parte credo che sia importante anche “educare” la gente di Agrigento ad un ascolto diverso. Alla fine, la ragione di fondo è sempre stata e sarà sempre l’amore per la mia terra».

Esistono altri festival ad Agrigento che possono essere paragonati al vostro per spirito e portata?
«Per quanto riguarda le manifestazioni culturali, ad Agrigento purtroppo si fatica ad uscire dalla dimensione locale, quella piuttosto comoda della classica – per tanti versi lodevole, per carità – sagra di paese. Nessuno se la sente di rischiare, e personalmente un po’ lo capisco. È vero, ci sono state eccezioni nel passato, ma è tutto svanito talmente in fretta che faccio fatica a ricordarmene. L’unico esempio senz’altro da citare è Il Mandorlo in Fiore, nato dalla celebrazione del folklore locale per allargare negli anni i suoi orizzonti al mondo, che nonostante alcuni complessi passaggi interni negli ultimi due anni ha ritrovato pienamente il suo smalto».
Tra i vostri sostenitori non vediamo traccia di Comune e Regione: perché gli enti locali non sostengono iniziative del genere?
«Il Comune non ha i fondi per farlo e bisogna aspettare luglio per sapere se ci sono eventuali rimanenze; e come capirete, per noi è decisamente tardi. Stessa cosa accade per CoopCulture, che gestisce le attività del Parco: potenzialmente sarebbe il partner perfetto, ma anche qui non coincidono i tempi con le nostre necessità di confermare la programmazione e prenotare i voli per gli artisti esteri. Quando mi è stato proposto di far parte, a livello puramente formale, del palinsesto degli appuntamenti del Parco, o di ricevere un patrocinio non oneroso dalle istituzioni, ho preferito evitare proprio per provare a dare un segno: bisogna cambiare passo altrimenti, alla fine, – triste dirlo – è meglio andare da soli».
Ma come si può fare, da soli?
«Per fortuna non siamo mai stati fino in fondo “da soli”: abbiamo il sostegno di alcuni illuminati sponsor privati della zona e uno staff unico (il team del festival, circa dieci persone, si quadruplica nella settimana clou grazie all’apporto di giovanissimi volontarie e volontari), arricchito quest’anno dall’ingresso dei ragazzi di Acuarinto (un’associazione che lavora per la formazione e l’inserimento di giovani immigrati all’interno dei centri di accoglienza) che si occuperanno dell’ospitalità del pubblico e del servizio di maschere delle serate. È questa partecipazione la nostra vera forza: è l’eredità più importante dei nostri antenati, che vivevano in un luogo aperto al centro del Mediterraneo, e questa no, non ce la può levare nessuno».

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