Appendice

Oltretutto, Helga era bella in modo imperdonabile

di JÓN KALMAN STEFÁNSSON
IL 104 31.08.2018

Mentre sua moglie si lamenta della sua vita noiosa, Sigvaldi, che sta per imbarcarsi, non la ascolta neanche. Ma adesso lei lo guarda con quegli occhi ardenti, con quel lampo... Alcune pagine di “Storia di Ásta”, il settimo romanzo di Jón Kalman Stefánsson, appena pubblicato da Iperborea

Sigvaldi è steso sul marciapiedi. Non riesce a rialzarsi, ma si ricorda di un uomo, tanti anni prima in Islanda. Quell’uomo è lui. 

IL FILM SULLA REALTÀ

Nonostante gli extraterrestri abbiano invaso la terra e sottomesso l’umanità, le società umane non hanno subito praticamente alcuna trasformazione. La gente continua a formarsi una famiglia, andare al lavoro, partire per le vacanze. Si vive, si muore. L’unico cambiamento degno di nota è che regna la pace assoluta. Il crimine è sconosciuto, le guerre appartengono al passato e ciascuno vive dalla culla alla tomba senza mai correre un qualsivoglia rischio reale. Del resto, sono sempre di più coloro che considerano questa invasione la cosa migliore che sia capitata all’umanità. L’ha liberata dai suoi malcostumi e le ha insegnato ad accettare senza riserve che la vita di ciascun individuo è una catena ininterrotta di avvenimenti ripetuti all’infinito, che abbiamo definito quotidianità.

Il quotidiano è la pietra sulla quale fondiamo la nostra esistenza.

Le sole irrequietezze che ancora si manifestano sono legate a gruppi di adolescenti più o meno numerosi e a giovani che si radunano nei quartieri abbandonati delle grandi città del mondo, si installano nelle vecchie fabbriche abbandonate o si allestiscono dei rifugi per strada. Certi riesumano libri che nessuno legge più, ascoltano musica che da tempo ha smesso di suonare. Si spostano in grandi raggruppamenti, urlando invettive contro gli extraterrestri che si tengono lontani dalla vita quotidiana degli umani, che del resto pochissimi sembrano aver visto. I più agitati spaccano i vetri delle finestre, magari danno fuoco alle vecchie carcasse delle automobili. In ogni caso, a questi giovani è consentito sfogarsi a piacimento. Nessuno si occupa di loro.

Ma quando un essere terrestre compie diciannove anni viene prelevato dagli alieni, che lo sottopongono a un trattamento per poi rilasciarlo molto più pacato. L’intolleranza verso la reiterazione è sparita. E con essa il desiderio di rompere la routine, di mettere in discussione le abitudini accettate e la struttura sociale. L’individuo è diventato maturo. Si è rassegnato.

INDOSSA SOLO LA CAMICIA DA NOTTE

Che film è, chiede Sigvaldi incredulo.

È mattina. Il vento dell’inverno scuote le case, imperversa per le strade, alza la neve, la spinge in cumuli, rende tutto molto più difficile. Sigvaldi si è svegliato per tempo, si è occupato delle ragazze, ha preparato il caffè, ha fatto colazione, ha letto il Þjóðviljinn e poi è tornato a coricarsi – adesso sta disteso a letto e aspetta che Helga si svegli. È così bello vederla destarsi. Osservare come cambiano i suoi tratti del volto. Non è capace di spiegare che cosa lo affascina. Lo trova semplicemente bellissimo. Lo tocca in maniera profonda. Ed Helga si sveglia sempre con lentezza, come se risalisse da un abisso profondo e avesse bisogno di tempo per riabituarsi alla vita.

Sta distesa sulla schiena con gli occhi aperti e sembra appena essere cosciente della presenza di Sigvaldi accanto. E senza preamboli si mette a raccontargli di quel film, degli extraterrestri…

Che film sarà mai stato, chiede Sigvaldi incredulo. Certo, io non sono fanatico di cinema come te, di conseguenza non sono al corrente di quali film trasmettono in città. Eppure. Non ci sono tante sale cinematografiche qui a Reykjavík, non capisco come mi possa essere sfuggito un film del genere. Extraterrestri! Come se non bastasse avere sul groppone il partito dell’Indipendenza e quel Gunnar, figuriamoci poi doversela vedere anche con degli extraterrestri. Non ti ricordi dove l’hai visto? Non è che l’hai letto su una rivista?

Sì, forse, ammette Helga, su una rivista. Compra molte riviste straniere, principalmente inglesi e americane. Ne acquista talmente tante che sembra quasi uno spreco. Sigvaldi si sente montare il nervoso solo al pensiero. A volte Helga sembra convinta che abbiano soldi all’infinito. Se le beve, quelle riviste, dice che così, mentre si immerge tra quelle pagine, riesce a evadere. A uscire dall’Islanda, per girare il mondo. Londra, New York, Parigi. E si sente libera. Talmente libera che trascura tutto il resto, dimentica o ignora le faccende di casa. Pulire, lavare, rammendare.

Perché ha bisogno di evadere, di andarsene dalla casa, di allontanarsi da loro?

A volte si immerge talmente nella lettura di qualche sua rivista, persa nella nube di fumo del tabacco, che non sente nemmeno il pianto delle bambine. Sigvaldi chiude gli occhi. Il suo peschereccio salpa di lì a poco e vuole solo poter rimanere coricato a guardarla fino al momento in cui dovrà uscire. Per questo è adirato con se stesso per essersi messo a pensare a quelle cose proprio adesso, allo spreco, a tutte le riviste, alle uscite al cinema, alle sigarette. Non ha voglia di rifletterci su in questo momento. E nemmeno di ricordarsi che ci sono giorni in cui Helga sembra dimenticarsi completamente di occuparsi della casa.

Apre gli occhi, poi scende dal letto. Si sottrae a quell’uggia, a quella rabbia crescente. Va in cucina, prepara altro caffè, comincia a fischiettare. Helga lo raggiunge di lì a poco. Sta sulla soglia, si appoggia alla porta e fuma. Appoggia allo stipite la testa di capelli scarmigliati, le braccia conserte. Indossa solo la camicia da notte. Una spalla è nuda, la gamba sinistra piegata le scopre il ginocchio. È la cosa più bella che abbia mai visto.

E fuma, lentamente. Guarda dritto davanti a sé, sembra insensibile alla propria bellezza. Credo, dice, parla piano, e ha una punta di mestizia nella voce… che tu non mi capisca. Che tu non veda quanta fatica faccio. Che cosa mi tocca passare. Riesco a mantenermi in equilibrio quando mi immergo in una rivista interessante, mentre guardo un film, quando sono in compagnia, e a volte mentre fumo. Ma a parte questo, sono sempre intrappolata qui, con le bambine e la casa. Faccio appena in tempo a lavare dei panni che devo lavarli di nuovo. Appena rammendo un abito si strappa quello dopo. Non faccio in tempo a pulire la cucina che devo allattare. Non posso mai stare per conto mio. Essere me stessa. Ho l’impressione di perdermi in tutto questo. E non vedo quasi mai nessuno, a meno che non passino di qui per caso. Per te è facile parlare. Tu sei sempre fuori in mezzo alla gente. Non sei murato in casa con… Vuoi sapere qual è la mia sventura? È che quei maledetti extraterrestri si sono dimenticati di venire a prendermi quando avevo diciannove anni per rendermi immune alla routine. Si sono dimenticati di me. Si sono dimenticati di disconnettermi il desiderio di libertà e di avventura. E adesso è troppo tardi, sono troppo vecchia. Tu sei libero, perché non vedi la prigione che ti circonda. Io sono prigioniera, perché vedo le sbarre. Tu sei stato scollegato in tempo. Ti hanno staccato l’inquietudine, la foga, la tua sete di novità, di imprevisto. A me invece è rimasto tutto dentro. Questa è la mia sventura.

Sigvaldi spazza via con la mano le briciole dal tavolo della cucina. Helga non riesce a pulire tutto. O forse non impiega abbastanza bene il suo tempo. Ma tutto si aggiusterà, questo è certo. Si tratta solo di tener duro. E lui deve essere a bordo entro un’ora. Poi salperanno. Un’ora.

Se si sbriga, avrà il tempo di lavare i piatti di ieri sera e mettere in ordine la cucina.

Passa di nuovo la mano sul tavolo e si ricorda… lo sciopero dei marinai dello scorso gennaio. Davvero è stato così poco tempo fa, appena un anno?

… si ricorda come Helga si era piegata sul tavolo per pulirlo, dopo aver sparecchiato. Può essere davvero irresistibile vederla in quella posizione. La forma delle natiche, la curva delle reni. Ricorda come si era infiammato tutto. Era diventato incontrollabile, completamente folle di desiderio e mezz’ora più tardi lei aveva mormorato, quando erano distesi entrambi piacevolmente esausti sul letto, e lei probabilmente con una nuova scintilla di vita dentro di sé: adoro quando ti ecciti così.

Trovi divertente che stia diventando pazza, chiede Helga vedendolo sorridere. Che cos’è, ingenuità, quella che hai negli occhi? Immaturità? Egoismo? Lo so perfettamente cosa dicono di me alcuni tuoi amici, sì, della mia famiglia, lo so benissimo. Non sopportano che non ci facciamo sottomettere!

Sigvaldi scuote il capo, non riesce a smettere di sorridere. No, no, solo che mi sono ricordato di una cosa, mi è tornato in mente… quando noi… ti ricordi, durante lo sciopero dei marinai, stavi pulendo il tavolo, piegata in avanti, e io…

Helga lo guarda. E Sigvaldi le vede il volto cambiare d’espressione in un solo istante. Come se i poli si invertissero.

Non era forse per quello, che era rimasto conquistato da lei?

A parte il fatto che è di una bellezza imperdonabile e incomprensibile.

È rimasto conquistato da lei perché riesce a trasformarsi in un batter d’occhio e a far vibrare tutto ciò che la circonda? È rimasto conquistato perché con lei si sente libero?

E adesso lei lo guarda con quell’espressione, quegli occhi ardenti, con quel lampo…

No, non ce la fa a lavare i piatti.

È salito a bordo appena in tempo. Si è preso una bella lavata di capo dal capitano, stavano per mollare gli ormeggi quando è arrivato di corsa. Ma ne è valsa la pena, eccome se ne è valsa la pena!

Deve proprio sembrare

corrente elettrica, quando balla

Sai qual è la mia sventura?

Tu. Sei tu. Sei tu la mia sventura.

Jón Kalman Stefánsson

Storia di Ásta

Iperborea 2018
416 pagine, 19 euro
traduzione di Silvia Cosimini
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