Agenda

Venezia è un fuoco d’artificio

28.08.2018

"The Mountain” di Rick Alverson, con Tye Sheridan e Jeff Goldblum

Quest'anno la Mostra del Cinema fa il botto con un programma pazzesco che accontenterà tutti i palati, da quelli più snob ai fanatici dello star system. Segnatevi questi titoli, non ve ne pentirete

Quest’anno la Mostra del Cinema di Venezia ha fatto il botto. Ancor più degli anni precedenti, il programma sembra confezionato per soddisfare palati diversi — ma tutti, e non moderatamente. Da alcuni anni, grazie alla rinnovata direzione di Alberto Barbera, la manifestazione si è conquistata il nomignolo di “trampolino” per gli Oscar ed è tornata forse non ai fasti dei decenni scorsi, ma in seria competizione con gli altri festival internazionali. Confusi i confini tra le qualità artistiche del linguaggio cinematografico e la qualità del tappeto rosso, più o meno affollato di celebrità, per un po’ Venezia aveva perso la bussola. Sebbene la quota VIPs sia cruciale per il sostentamento di un festival agli occhi del pubblico e ciò che alla fine porta il guadagno, in questo percorso di rilancio sembrava che la mostra avesse puntato solo sulla visibilità piuttosto che la scoperta o il consolidamento di “autori” degni di questo nome. Gravity, Birdman, La La Land, La forma dell’acqua: i film scelti per inaugurare il festival negli scorsi anni sono gli stessi che sei mesi dopo giocavano al pigliatutto agli Oscar. Ma, appunto, era La La Land che capitava in concorso, non Moonlight; La forma dell’acqua e non Chiamami col tuo nome: l’arte sciamanica dei selezionatori azzeccava il bersaglio più grosso — più tradizionale, mainstream se vogliamo — e quindi anche il più facile da centrare, a discapito di quelli più “piccoli”, più distanti dalla narrazione dominante, ma non per questo meno identificabili come capolavori. Anzi.

Però, in questa 75esima edizione, il programma del concorso e anche quello delle sezioni limitrofe sembra voler colpire i due famosi piccioni — l’arte e il successo commerciale; gli autori e le star, che volentieri convivono nello stesso film — con una sola fava. Sebbene si senta la mancanza di alcuni registi che hanno preferito Toronto (Barry Jenkins appunto, Claire Denis, Mia Hansen-Løve, Steve Mc Queen), e se ignoriamo il film di apertura di Damien Chazelle, First Man (Ryan Gosling è Neil Armstrong — sbadiglio…), la mostra scoppia di opere che, molto probabilmente, comporranno il tassello successivo di filmografie importanti. A cominciare dai fratelli Coen e da Jacques Audiard, che si misurano entrambi con l’eredità del western. Se Joel ed Ethan hanno dimestichezza con il genere (ricordare Il Grinta, Non è un paese per vecchi) e presentano un film antologico nato come miniserie Netflix con James Franco, Liam Neeson, Tom Waits, Zoe Kazan e Brendan Gleeson, il francese Audiard si avventura letteralmente in territori sconosciuti: non solo The Sisters Brothers è il suo primo film in lingua inglese, ma è anche un western interamente prodotto e girato in Europa, tra Spagna e Romania—pur con cast americanissimo composto da Joaquin Phoenix, John C. Reilly, Jake Gyllenhaal.

Alfonso Cuarón sul set di “Roma”

"22 July” di Paul Greengrass

"Peterloo” di Mike Leigh

Se narrativamente e formalmente il western è un genere che può essere replicato in tutte le epoche storiche (di recente, si pensi all’omonimo Western di Valeska Grisebach o a certe influenze di Tre manifesti a Ebbing, Missouri), nella sua forma originaria è anche un film in costume. Ecco, curiosamente questo super-genere abbonda a Venezia 75. Ci comincia con La Favorita, il nuovo lavoro di Yorgos Lanthimos che sembra (finalmente?) superare i confini del consueto asettico grottesco per inscenare una lotta di potere tutta femminile alla corte di Regina Anna, nell’Inghilterra del Settecento. La presenza di Emma Stone (con Rachel Weisz e Olivia Colman) fa sperare in un’“eccentrica commedia” dove al posto dei coltelli volano parrucche e paggetti. Sempre di ambientazione britannica è Peterloo di Mike Leigh, su un episodio dimenticato della storia nazionale—il massacro, nel 1819, di oltre 600 manifestanti che chiedevano una riforma elettorale per tutelare i più poveri. E ancora, definiamo “in costume” per mancanza di categorie migliori due seconde prove che potrebbero consacrare due registi già culto per le loro opere prime. Sunset di László Nemes (ungherese premio Oscar per Il figlio di Saul) segue una giovane donna — Juli Jakab, dall’incredibile somiglianza con Natassja Kinksi in Tess — appena giunta a Budapest agli inizi del secolo scorso e «alla soglia della moderna concezione dell’Europa». Sola donna in concorso — unica punta negativa di questa ricca selezione — è Jennifer Kent, che aveva terrorizzato tutti col debutto horror The Babadook. Ora, con The Nightingale, prosegue la ricerca su donne & violenza durante la colonizzazione dell’Australia. Anche il terzo “episodio” della trilogia di Mario Martone sulla storia d’Italia dopo Noi credevamo e Il giovane favoloso si colloca in questa porzione di concorso period drama: Capri–Revolution è ispirato alla comune di proto-fricchettoni nordici instaurata sull’isola campana dal pittore Karl Diefenbach, con il progetto di condurre un’esistenza artistica perché più in contatto con la natura. Qui, come per Sunset, la collocazione temporale alle porte della Prima guerra mondiale pone l’enfasi su come veniva vissuta l’Europa all’epoca — a confronto di come la esperiamo oggi.

Joaquin Phoenix in "The Sisters Brothers”

Aisling Franciosi in "The Nightingale”

"Capri - Revolution” di Mario Martone

Gli altri italiani al festival sono parecchi, e vale la pena segnalarne alcuni. In concorso c’è Roberto Minervini, forse valido più come americano che come compatriota: What you gonna do when the world’s on fire è, come i suoi precedenti, radicato sia geograficamente che narrativamente nel Sud degli Stati Uniti e incentrato sull’attuale condizione degli afroamericani in Louisiana. Nell’ex sezione Cinema nel Giardino, appena rinominata Sconfini, compare il secondo lungometraggio del fumettista Gipi, Il ragazzo più felice del mondo (il suo debutto veneziano nel 2011, L’ultimo terrestre, fu un’inaspettata delizia!). Fuori concorso sono i primi due episodi della serie tratta dai romanzi di Elena Ferrante, L’amica geniale, diretta da Saverio Costanzo e prodotta da Rai Fiction con HBO, e Una storia senza nome, di Roberto Andò, film ambiziosamente ambientato nel modo del cinema con Micaela Ramazzotti, Renato Carpentieri, Laura Morante e Alessandro Gassmann. Degno di nota e aspettative è anche, nella sezione parallela delle Giornate degli Autori, Valerio Mieli: nel 2009 aveva esordito con un “piccolo film speciale”, Dieci inverni. Con Ricordi? ritorna su una storia d’amore che si dispiega attraverso il diverso rapporto che un “lui” (Luca Marinelli) e una “lei” (Linda Caridi) intrattengono con la memoria e corso del tempo.

Ma c’è un italiano che più di tutti vogliamo vedere e che ci spinge al Lido carichi di attesa: Luca Guadagnino. Il suo Suspiria è ambientato un anno dopo il concepimento dell’originale di Dario Argento, il 1977 — «Un anno fecondo per le rivoluzioni femminili-femministe». Con Dakota Jonson nel ruolo che fu di Jessica Harper, Tilda Swinton e Mia Goth; colonna sonora non più dei Goblin, ma di Thom York. Non è questo però l’unico remake che animerà il festival: fuori concorso compare il debutto alla regia di Bradley Cooper, che insieme a Lady Gaga rifà È nata una stella, hit cine-musicale del 1976 con Kris Kristofferson e Barbra Streisand. Nonostante lo script originario fosse di Joan Didion e John Dunne, visto oggi l’originale è rigido, e a tratti offensivo e discriminatorio: chissà, forse i remake si fanno anche per offuscare “brutti” originali? C’è poi un altro film in concorso che conta già un precedente sebbene tratti di un episodio recentissimo, la strage sull’isola di Utøya nel 2011. Alla Berlinale di quest’anno era stato selezionato l’ottimo Utøya—22 juli, del norvegese Erik Poppe, che ripercorreva gli istanti del massacro dal punto di vista di alcune delle vittime in un’unica, impressionante sequenza. In 22 July, Paul Greengrass cercherà di ripetere l’esperimento, prodotto da Netflix; sebbene non sia un regista che va per il sottile — sua è tutta la serie Bourne e Captain Phillips —, la sua carriera era cominciata con Bloody Sunday, fedele e partecipe ricostruzione degli scontri di Londonderry nell’Irlanda del 1972.

Ryan Gosling in "First Man” di Damien Chazelle

Dakota Johnson in "Suspiria” di Luca Guadagnino

"The Favourite”, diretto da Yorgos Lanthimos

Un terzetto di film gioca — narcisisticamente o meno lo scopriremo poi — con l’autobiografia dei propri autori, che sfruttano l’esperienza personale come materia cinematografica. Fuori concorso, con Les Estivants, Valeria Bruni Tedeschi ricorda le estati della sua infanzia trascorse in Costa Azzurra e dirige, tra gli altri, Riccardo Scamarcio e Valeria Golino. In concorso presenta invece Roma un habitué del festival, Alfonso Cuarón. Protagoniste sono due domestiche di origine mixteca al servizio di una famiglia benestante residente in un quartiere di Città del Messico, chiamato appunto Roma e cartina di tornasole per le discriminazioni sociali, etniche e di genere che agitano sotterraneamente il Messico negli anni Settanta. Anche lui messicano ma per la prima volta a Venezia è il solitamente “’estremo” Carlos Reygadas: in Nuestro tiempo pone non solo se stesso ma anche la propria moglie al centro della messinscena, nel tentativo di sciogliere un interrogativo meta-autobiografico: l’amore è una questione relativa?

Infine, a far compagnia a Reygadas come regista dalla “voce forte”, c’è un gruppo di autori che forse più di altri si ha voglia di vedere—di “provare” dall’altra parte dello schermo. Si parte con Brady Corbet, attore classe 1988 riconvertito a regista, che aveva stravinto nella sezione Orizzonti con L’infanzia di un capo, stranissimo e vago adattamento dell’omonimo racconto di Sartre (nonché infuso di Musil e Sebald) sulle “origini” del male autoritario, audace dal punto di vista formale e pressoché perfetto come opera prima. Barbera lo coccola subito in concorso, quindi il suo nuovo Vox Lux potrebbe essere “la rivelazione”: Natalie Portman è una pop star ritratta nel corso di dieci anni tra cataclismi nazionali e personali, Jude Law è il suo manager e la colonna sonora è composta da Scott Walker.
Altrettanta sorpresa suscita la selezione di Rick Alverson, un “tipo” di regista che difficilmente ci si aspetterebbe di vedere in concorso a Venezia: duro e puro dell’indie americano, ma più caustico e inaccessibile di quello a cui siamo abituati, oltre a girare video per Bonnie Prince Billy o Oneohtrix Point Never, è anche autore di un paio di lunghi che tematizzano la comicità, o piuttosto il disagio insito ad essa. Il nuovo film è prodotto da Vice e sembra discostarsi dai temi precedenti: The Mountain è ambientato nell’America degli anni Cinquanta, protagonista un giovane paziente psichiatrico (Tye Sheridan) che si infatua di un’altra ricoverata, figlia del fondatore di una setta New Age. Jeff Goldblum e Udo Kier completano il cast.
Poi, con molta ansia, si aspetta di vedere il nuovo lavoro di colui che è riuscito a rendere anche l’ansia charmant: in Double Vies, Olivier Assayas studia le conseguenze della new economy e della proliferazione del digitale nella vita di tutti i giorni — e, nello specifico, nel dilemma di una coppia (Juliette Binoche e Guillaume Canet) – con posizioni opposte sull’argomento.
Due veterani del documentario americano chiudono la cinquina fuori concorso confrontandosi entrambi con il dramma Trump. In American Dharma, Errol Morris intervista Steve Bannon, giornalista nonché coordinatore della campagna elettorale di Trump e membro del consiglio per la sicurezza nazionale prima di essere deposto in favore di Ivanka; per molti, il primo diffusore dell’alt-right nella società americana. Frederick Wiseman invece viaggia fino a Monrovia, Indiana e consegna allo spettatore le sue abituali 2+ ore di documentario. Presupposto d’indagine è che la trascuratezza nella rappresentazione di certe zone del Midwest, come di altri luoghi nel mondo, è all’origine della crisi sociopolitica che stiamo vivendo. In America e come altrove.

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